sabato 3 marzo 2018

NEWS - Una conferma e una new entry nel cast di "Stranger Things" 3!
Una conferma e una new entry nel cast della terza stagione di “Stranger Things 3”, la serie TV originale Netflix creata dai Duffer Brothers: Priah Ferguson torna nel ruolo di Erica Sinclair e Maya Thurman-Hawke debutta nel ruolo di Robin. Erica, la sorellina ostinata di Lucas torna nella terza stagione, solo che questa volta sarà accompagnata da un folto gruppo di amici. Stanca di stare in disparte, Erica si imbarca in un’avvincente missione per salvare Hawkins da una nuova ed inaspettata minaccia che incombe pericolosa. Robin è una ragazza alternativa, astuta e spiritosa allo stesso tempo. Annoiata dalla sua routine quotidiana, vuole aggiungere un po’ di emozione alla sua vita… ne arriva addirittura fin troppa nel momento in cui scopre un oscuro segreto a Hawkins.
Priah Ferguson è un’attrice statunitense nata ad Atlanta, in Georgia. Inizia la sua carriera all’età di quattro anni. Dopo aver recitato in piccoli progetti teatrali, viene notata dalla talent agency di Atlanta “People Store”. La vera svolta arriva grazie al ruolo nello show “Atlanta”, creato da Donald Glover. Da quel momento, Priah appare nello show PBS “Mercy Street”, oltre che nella produzione VH1 “Daytime Divas” con Tichina Arnold. In “Stranger Things 2” ruba la scena interpretando Erica Sinclair, la sorellina sfacciata di Lucas, diventando nota al grande pubblico. Oltre al successo nelle produzioni televisive, Priah ha recitato, come protagonista e non, in cortometraggi e web series premiate dalla critica. Decide di diventare attrice dopo aver visto i film “Crooklyn” e “Daddy’s Little Girls”. Priah è un membro importante della sua comunità, è infatti la giovane portavoce dell’organizzazione non profit United Way di Atlanta.
Maya Thurman-Hawke ha partecipato nel ruolo della protagonista Jo March nella miniserie “Piccole Donne”, adattamento dell’omonimo romanzo classico di Louisa May Alcott. La serie è stata trasmessa in Gran Bretagna nel dicembre 2017 e approderà sulla PBS negli Stati Uniti nel maggio 2018. In “Piccole Donne”, Maya recita accanto a Angela Lansbury, Emily Watson e Michael Gambon. L’attrice ha da poco concluso le riprese del film indipendente “Ladyworld”, diretto da Amanda Kramer, e ha ottenuto il ruolo di Myna Joseph nel film “Charlotte XVI”, in uscita prossimamente.
“Stranger Things” è la serie TV originale Netflix creata dai Duffer Brothers. La produzione esecutiva è curata dai Duffer Brothers, Shawn Levy, Dan Cohen di 21 Laps, e Iain Paterson.  

venerdì 2 marzo 2018

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri

LA STAMPA
Occhio a "Collateral" in arrivo su Netflix, l'esordio seriale "British" di Carey Mulligan in perfetto equilibrio
"La prima cosa che colpisce di Collateral miniserie british scritta dal veterano del teatro David Hare, è la fotografia. Nitida, piuttosto scura, con pochissimi scorci di luce. Mette in risalto le figure dei protagonisti e avvolge il racconto in un'atmosfera cupa, tra il nero e il grigio. Poi c'è la scrittura: dinamica, fresca, con chiarissimi riferimenti a una tradizione precisa. E la televisione inglese, questa. La protagonista, Kit, è interpretata da Carey Mulligan. La storia vive attraverso di lei, le sue espressioni, il suo modo di confrontarsi con gli altri attori. E una recitazione minima, a volte limitata al viso. Di Kit sappiamo che è un'ex-atleta, che ora è in polizia, che è una detective, e che è incinta. Non le vediamo quasi mai la pancia. Sempre coperta. Capiamo che aspetta un bambino dall'atteggiamento di quelli che le stanno attorno. La storia, un fitto groviglio di intrecci tra spie, militari, scafisti e piccola criminalità urbana, prova a riflettere su quella che è la realtà del Regno Unito (e volendo, del resto del mondo). Dura quattro giorni, uno per ciascuno episodio. Si parte dall'omicidio di un immigrato iracheno e si arriva a un quadro più ampio, generale, dove sono coinvolte anche la politica e la chiesa. A guidare la detective Mulligan è la mano di un bravo scrittore Dal 9 marzo Collateral sarà in streaming su Netflix. Tra le altre cose, si fa notare anche la regia di S. J. Clarkson, un'altra veterana del piccolo schermo. La camera indugia il necessario. Mai troppo o troppo poco. Mette a fuoco mani, frammenti; spazia da una parte all'altra, senza mai farsi eccessiva o insistente. E tutto molto ristretto, quasi teatrale, nonostante ci siano più location e ambientazioni. E un racconto fatto di persone. Di donne, soprattutto: donne sole, donne che combattono; donne che vengono discriminate perché indossano un velo. E poi ci sono i diversi, gli altri, l'altro grande popolo silenzioso che abita il Regno Unito. Con i suoi quattro episodi Collateral è l'ennesimo esempio della grandissima attenzione che gli inglesi - in questo caso la Bbc - hanno per la messa in scena. Meno fluida, forse, di quella americana. Più vicina alla tradizione nord-europea, con i suoi colori e le sue regole precise. Dove chi ha il comando, alla fine, non è il regista. Ma lo scrittore. Inteso come sceneggiatore, non come showrunner. La scrittura rappresenta l'ossatura di tutto. E i vari reparti, regia, attori, fotografia, fanno riferimento ad essa. In Collateral, insomma, c'è il giusto equilibrio tra storia e personaggi, che di questi tempi è una cosa piuttosto rara da trovare". (Gianmaria Tammaro)

mercoledì 28 febbraio 2018

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri


IL FOGLIO
Dopo l'apripista Telefilm Festival, le serie tv sdoganate anche dai festival di cinema
"Capita che gli scrittori si divertano a fare i dispetti. Gogol scrisse la seconda parte delle "Anime morte" e in un febbrile delirio religioso la bruciò (la terza, prevista dallo schema dantesco, non la scrisse mai). Capita che i dispetti li facciano gli editori. Joan Lindsay, la scrittrice degli antipodi a cui dobbiamo "Picnic a Hanging Rock" aveva previsto una soluzione del mistero. Quando l'editore eliminò dal romanzo l'ultimo capitolo, diede ordine di pubblicarlo dopo la sua morte. Ebbe il cattivo gusto di andarsene nel 1984, quando ormai Peter Weir aveva girato il film, fissando la storia al punto in cui era. Tre studentesse scompaiono durante il picnic, a San Valentino del 1900, e di loro nessuno saprà più nulla. Di più: un finto articolo di giornale citato alla fine del libro sembrava suggerire una storia vera (serviva e serve per vendere qualche copia in più). "Picnic at Hanging Rock" - ora una miniserie in sei puntate prodotta dalla tv australiana - era nella sezione Berlinale Series, lo spazio festivaliero che dal 2015 propone serie televisive. Berlino sembra aver fatto pace con la tv e con le piattaforme streaming che ancora turbano il sonno dei rivali. Il festival di Cannes, per esempio, accetta serie d'autore come "Top of the Lake-il mistero del lago" di Jane Campion o "Twin Peaks 3" di David Lynch. Ma dal prossimo anno rifiuterà film come "The Meyrowitz Stories" di Noah Baumbach, perché non sono distribuiti al cinema ma solo su Netflix. Perlopiù si tratta di produzioni europee - criterio meno punitivo per le serie che per il cinema, dal nord arrivano ottimi prodotti. Con qualche eccezione territoriale. Nel programma di quest'anno c'è la miniserie israeliana "Sleeping Bears" di Keren Margalit: un terapeuta muore in un incidente, gli appunti finiscono nelle mani di una paziente (promette, come permetteva "BeTipul" che noi conosciamo nel suo remake americano "In Treatment"). Dagli Stati Uniti arriva "The Looming Tower" (Amazon Prime Video, in Italia dal 9 marzo): "looming" sta per "incombente", quel che stava per capitare era l'11 settembre. Siamo alla fine degli anni 90, Osama Bin Laden e al Qaeda si fanno più minacciosi, Fbi e Cia combinano pasticci e spianano la strada agli attentatori. Questa, almeno, la tesi sostenuta nel libro che ha ispirato la miniserie con Jeff Daniels e Tahar Rahimi, guest star Alec Baldwin. Lo ha scritto Laurence Wright, che in precedenza si era dedicato a Scientology ("La prigione della fede", Adelphi). Frequenta gente fuori di testa oggi e frequentala domani, un pochino lo hanno contagiato. Siccome la Berlinale è un festival con un mercato che funziona (anche se gli operatori erano piuttosto tiepidi, e i giornalisti pure, dopo un Sundance 2018 scarso di affari) alle serie presentate in anteprima si affiancano dal 19 al 21 febbraio i "Drama Series Days". Nella prima edizione, anno 2015, fu mostrata agli addetti ai lavori la bella e costosa serie "Babylon Berlin" (2,4 milioni di euro a episodio). Era diretta da Tom Tykwer, quest'anno presidente della giuria che assegna l'Orso d'oro. Volevano un giudizio spassionato, non un finanziamento come gli otto progetti di serie scelti quest'anno per i pitch: una specie di speed date che fa incontrare showrunner e produttori (le idee davvero azzeccate si dicono in due minuti, se serve di più qualcosa non va). Sono stati scelti tra 120 richiedenti, per applicare alla televisione - o alle piattaforme streaming - le coproduzioni internazionali già collaudate per il cinema". (Mariarosa Mancuso)

martedì 27 febbraio 2018

GOSSIP - Ultima ora! Arrestata la Locklear! L'attrice di "Melrose Place" e "TJ Hooker" in manette per aver menato un poliziotto...

News tratta da LaStampa.it
Heather Locklear è finita in manette per violenze domestiche. Lo scrive Tmz sottolineando che l’attrice è stata arrestata per aver picchiato il fidanzato e poi i poliziotti intervenuti dopo una chiamata al numero di emergenza. Secondo quanto hanno riferito le autorità, è stato il fratello della bionda di `Melrose Place´, 56 anni, a chiamare la polizia dopo aver visto litigare la donna e il fidanzato. Quando gli agenti sono arrivati nella sua abitazione a Los Angeles, nel tentativo di fermarla sono stati presi a loro volta a calci e pugni. Dopo essere stata arrestata, la Locklear è stata portata in ospedale per una visita, visto l’abuso di droghe in passato.
NEWS - Niente Ball(e) americane! Da stasera "Here and Now" su una famiglia Usa progressista piena di...Oscar
Su Sky Atlantic HD torna la grande serialità targata HBO. Da oggi 27 febbraio arriva, in prima visione esclusiva dalle 21.15, "Here and Now - Una famiglia americana", una nuova, ambiziosa produzione del canale via cavo americano firmata da Alan Ball, Premio Oscar per lo script di American Beauty e creatore e showrunner di serie tv di culto come Six Feet Under (9 Emmy Awards), True Blood e Banshee. A guidare il cast, i premi Oscar Tim Robbins (per Mystic River) e Holly Hunter (per Lezioni di piano). I dieci episodi della prima stagione ruotano attorno a una famiglia di Portland (Oregon), i Bayer-Boatwrights, famiglia all’apparenza esemplare, multietnica e progressista. Greg (Tim Robbins), rispettato professore di filosofia e scrittore, la sua maniacale moglie Audrey (Holly Hunter), una consulente che si occupa di risolvere i conflitti nel liceo locale, e i quattro figli della coppia: i tre adottivi, provenienti dal Vietnam, dalla Liberia e dalla Colombia, e la loro unica figlia biologica, la diciassettenne Kristen (Sosie Bacon). Mentre Audrey sta organizzando la festa di compleanno per i sessant’anni del marito, le crepe cominciano ad affiorare. I Bayer-Boatwrights si troveranno infatti ad affrontare una serie di cambiamenti importanti e sfide emotive quando uno dei ragazzi, Ramon (Daniel Zovatto), inizierà a notare delle cose che sono invisibili allo sguardo degli altri. Si tratta di malattia mentale o di qualcos’altro? Prodotta da Alan Ball, Peter Macdissi e David Knoller, attraverso il punto di vista privilegiato di una famiglia così atipica, la serie indaga il sistema culturale americano anche attraverso il ritratto di un’altra famiglia, musulmana e contemporanea, quella di Farid Shokrani (Peter Macdissi, Six Feet Under, Banshee), lo psichiatra che prenderà in cura Ramon e che ha un’improbabile e inspiegabile connessione con il ragazzo. Le due famiglie al centro degli episodi riflettono il potenziale multiculturale dell’America odierna. Nell’affrontare i problemi personali, politici, culturali, spirituali e psicologici che si abbattono sui membri delle famiglie protagoniste, in maniera provocatoria e a tratti tristemente comica la serie prova a dare una risposta alla domanda: cosa vuol dire essere un “altro” negli Stati Uniti di oggi? Nel cast anche Jerrika Hinton (Grey’s Anatomy), Raymond Lee (Mozart in the Jungle) e Joe Williamson (Looking).

lunedì 26 febbraio 2018

NEWS - Tutto cambia, in tv come nella vita, tranne l'Auditel. Dopo 30 anni poco si è evoluto nella rivelazione dittatoriale degli ascolti: tra buchi, bachi e misteri mai risolti, non è ancora attiva la classificazione di chi guarda i programmi dal pc, smartphone o tablet

Articolo di Vincenzo Vita su "il manifesto"

Auditel, trent'anni dopo. E stata presentata nei giorni passati la nuova strategia del vecchio istituto di rilevazione dei dati dell'ascolto televisivo. L'autoriforma è considerevole, come si evince dall'interessante relazione tenuta alla camera dei deputati dal presidente Andrea Imperiali. All'inizio, infatti, erano seguite le reti del duopolio» Rai-Mediaset, con qualche attenzione residuale al cosiddetto terzo polo, che allora aveva le sembianze di Telemontecarlo. Il resto del mondo era di fatto classificato nelle "altre". Ora sono circa 440 le emittenti rilevate sul digitale terrestre e 209 i soggetti free e pay distribuiti sul satellite. Ed è in corso d'opera l'apertura alla SmartTv, al Pc, a smartphone e tablet: i device digitali. Non solo. Il dato di immediato rilievo è costituito a partire dal 30 luglio dall'introduzione di un «SuperPanel» di 16.100 famiglie, il triplo delle attuali 5.700. Tuttavia, a monte rimane attualissima (anzi) la riflessione critica di Ien Ang nel suo cristallino volume «Cercasi audience disperatamente» (1991), laddove si mette in causa il punto di vista istituzionale (inteso come quello dei soggetti implicati commercialmente), che ha colonizzato le pratiche reali e la loro percezione. «L'audience è considerata nulla più che un'entità data per scontata, formata da un insieme di persone sconosciute, ma non per questo non conoscibili...».
Per quanto apparentemente perfezionati, i dati non ci raccontano la verità: non solo quanto, bensì come come si ascolta, pure tenendo acceso il video senza seguirlo davvero. Già nell'ottobre del 2015 scoppiò lo scandalo dei «bachi» nella mailing del campione, tali da vanificare ogni segretezza. Per non dire dei casi clamorosi del monoscopio seguito come il programma malgrado l'interruzione tecnica, o della curiosa omologazione in basso di taluni programmi (vedi l'opera o la lirica) scarsamente appetibili sotto il profilo pubblicitario. E utile rileggere l' istruttiva intervista che fece ad una famiglia-meter nel dicembre del 2011 Alessandra Comazzi, giustamente celebrata dal suo giornale -La Stampa- dopo ventotto anni di critica televisiva. E si, perché in fondo il calcolo degli ascoltatori risponde all'esigenza dell'accumulazione primaria dei media: vendere il pubblico alla pubblicità. E, malgrado lo spirito innovatore, l'Auditel non pare cambiare granché rispetto alle origini.
Inoltre, va ben compresa la nuova età cross-mediale. Le attitudini del e nel consumo non riguardano solo la variazione della fruizione. Un programma, magari di nicchia (Cattelan?), raggiunge anche quattro milioni di visualizzazioni sui social e fa opinione a differenza di un programma di palinsesto forte per il traino inerziale della rete generalista. Proprio l'era numerica richiede approcci complessi per capire sul serio i numeri. E veniamo alla questione delicata. Per quanto perfezionata, la società raccoglie i dati in esclusiva. Sarebbe stato assai meglio, in ottemperanza allo spirito della legge 249 del 1997, che l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni mettesse a gara la ricerca, attribuendo la commessa ad almeno due soggetti in concorrenza. Neppure convince la logica sbandierata del Joint Industry Committee, vale a dire il modello di gestione attribuito ai diretti interessati: emittenti e associazioni della pubblicità o del settore. Insomma, i beneficiari della suddivisione dell'advertising siedono nella stanza dei bottoni. E il «Gattopardo» vince sempre: cambiare un po' per non cambiare. 

domenica 25 febbraio 2018

GOSSIP - James Bay s'innamora della farfallina di Natalia Dyer di "Stranger Things" nell'ultimo video!
James Bay just dropped the music video for his song “Wild Love” starring Stranger Things actress Natalia Dyer! This is the first time that James has ever enlisted a female co-star in one of his videos. “It was such a pleasure to work with Natalia on the ‘Wild Love’ set,” James said about working with the actress. “She’s a lovely person, a huge talent and it was great hanging with her while making this video. I’m a massive Stranger Things fan so I tried everything in my power not to fan boy too hard.”

venerdì 23 febbraio 2018

NEWS - "Gheddafi" secondo Roberto Saviano: la nuova scommessa seriale di Sky
Sky Italia sta sviluppando 'Gheddafi', un progetto Palomar co-prodotto e distribuito internazionalmente da Entertainment One (eOne). La serie, una nuova produzione originale, sarà basata sulla vita di Muammar Gheddafi, le vicende legate alla sua epoca e il suo impatto sul mondo moderno. 'Gheddafi' è scritta e creata da Roberto Saviano in collaborazione con Nadav Schirman (The Green Prince) e Clive Bradley (Trapped, City of Vice), che recentemente si è unito al team di scrittura. Una serie evento epica, narrata da diversi punti di vista, che racconta la vita di una delle figure più prominenti e discusse degli ultimi sessanta anni, il dittatore libico Muammar Gheddafi, la sua incredibile parabola di vita e come la sua dittatura abbia influenzato il mondo circostante. La serie traccerà il percorso di Gheddafi da beduino idealista figlio del deserto a spietato dittatore con a disposizione risorse pressoché illimitate, provenienti da uno dei più ricchi giacimenti petroliferi del mondo. Nel raccontare la storia di uno dei più famosi e temibili leader mondiali, la serie esplora le complessità del business petrolifero e l'attuale rapporto del mondo arabo con l'Occidente. Roberto Saviano e Nadav Schirman saranno i produttori esecutivi di Gheddafi. La serie sarà prodotta da Carlo Degli Esposti e Nicola Serra della Palomar. Per eOne i produttori saranno Polly Williams e Carolyn Newman e per Sky Italia Nils Hartmann e Sonia Rovai. La distribuzione internazionale della serie sarà a cura di eOne.

giovedì 22 febbraio 2018

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri

CORRIERE DELLA SERA
"Young Sheldon" imperdibile per chi ama "TBBT"

"Gli amanti di The Big Bang Theory non possono non vedere Young Sheldon, spin-off e prequel della straordinaria serie della Chuck Lorre Productions (Mediaset Premium, e su Infinity). Perché amiamo così tanto TBBT? Perché ogni personaggio manifesta un tenace punto di vista, in base al quale agisce anche nella vita quotidiana. Spesso il proprio punto di vista si manifesta come una vera e propria teoria scientifica che fatica a trovare la necessaria comprensione. Sheldon è un isolato perché è il più nerd di tutti: ogni parola, ogni gesto, ogni comportamento deve corrispondere a un modello astratto che frulla nella sua testa. Per questo Sheldon, detto Shelly (qui interpretato da Yain Armitage), meritava un tuffo nella sua infanzia: vive nel Texas, ha 9 anni, ma è dotato del medesimo QL (187) della sua versione adulta. Il ragazzino, che già frequenta il liceo, tenta di adattarsi al mondo che lo circonda, mentre i familiari e gli amici cercano di affrontare le sue straordinarie capacità intellettuali e il suo carattere non comune. A scuola si sente bullizzato. E lui, naturalmente, fa di tutto per esserlo, mettendo in crisi professori e compagni. In famiglia, poi, le cose non vanno tanto meglio: la mamma Mary (Zoe Perry) è una fervente cristiana rinata (ma sempre pronta a difenderlo), il papà George (Lance Barber) ha problemi con l'alcool e i due fratelli, Georgie (Montana Jordan) e Missy (Raegan Revord), non perdono occasione per prenderlo in giro o farlo vittima di scherzi. Un vero modello di famiglia disfunzionale. Shelly vive in un ambiente in cui i giovani pensano solo allo sport e alle ragazze, due occupazioni che gli sono per ora estranee, e guardano con molto sospetto un genietto nerd che sa tutto e a scuola li umilia di continuo. Un'infanzia difficile, si direbbe. Soprattutto per chi gli sta attorno". (Aldo Grasso)

mercoledì 21 febbraio 2018

NEWS - Fermate "Grey's Anatomy"! Una ricerca medica lo accusa: "è diseducativo e crea false speranze"
News tratta da "Il Giornale"
"E' un po' come la critica che si sente, spesso, ai vestiti che sfilano in passerella: vanno bene solo alle modelle. Poi alle donne «normali»... Che è un modo per lamentarsi, in realtà, non degli abiti impossibili da infilare (e portare), bensi delle modelle, non democraticamente, esageratamente belle. Ecco, cosi un gruppo di scienziati, in un ricerca pubblicata sulla rivista on line specializzata Trauma Surgery e Acute Care Open ha analizzato Grey's Anatomy, che è la regina delle serie tv del genere medical drama, mosso dalla «percezione» (così recita l'estratto dell'articolo) che «la rappresentazione nelle fiction televisive dell'ospedalizzazione dopo una ferita sia fuorviante». Tradotto, gli scienziati che non somigliano al perfetto ormai ex protagonista Derek Shepherd e alla lagnosa ma brillante Meredith Grey e neanche al tormentatissimo (e adorabile) Alex Karev, proprio come le donne «normali» non somigliano a quelle che indossano veli striminziti in passerella, si lamentano del fatto che gli spettatori, dopo avere guardato una puntata di Grey's Anatomy con i loro beniamini che armeggiano in sala operatoria e hanno idee geniali per salvare la vita a pazienti con patologie incredibili e storie familiari da soap opera, si illudano di entrare in ospedale e vivere la stessa esperienza. In particolare per quanto riguarda i tempi di recupero che, secondo gli studiosi un po' rosiconi, non corrisponderebbero affatto a quelli normali. La ricerca ha preso in esame 269 puntate delle prime dodici stagioni; e ha confrontato i traumi subiti da duecentonovanta pazienti (per fiction) con quelli reali, vissuti da 4.812 pazienti registrati nel National Trauma Databank del 2012. Risultati: il tasso di mortalità nella serie di Shonda Rhimes è molto più elevato che nella realtà (22 per cento contro 7 per cento); nella fiction, il 71 per cento delle persone che si trova in una situazione di emergenza finisce direttamente in sala operatoria, mentre nella realtà questo accade solo nel 25 per cento dei casi (è logico: se non operassero mai, che medical drama sarebbe?); poi, nel post-operatorio, solo il sei per cento di chi ha subito un trauma viene trasferito in una struttura di assistenza, contro il 22 per cento di casi «veri», cosi come addirittura metà dei feriti gravi trascorre meno di una settimana nell'ospedale di Meredith eco, quando nella realtà questo capita soltanto a un ferito grave su cinque. E in questo starebbe appunto l'illusione, per pazienti e familiari: che il recupero sia immediato, quasi miracoloso, mentre nella realtà avviene in modo molto più lento e faticoso. Però gli autori ribadiscono che, nella fiction, serve sempre l'«eccezionalità». Anche a scapito delle aspettative, che sono destinate a essere tradite per conto proprio...".

lunedì 19 febbraio 2018

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri

IL FOGLIO
Quando è meglio chiudere una serie tv. Ovvero quando l'avanguardia è diventata maniera
"Spegnimento programmato. "Modern Family" chiuderà con la decima stagione - la nona per gli spettatori italiani parte su Fox il prossimo 16 marzo. Lo hanno annunciato gli showrunner Steve Levitan e Christopher Lloyd. Meglio fermarsi lasciando un po' di voglia agli spettatori, sostengono. Sicuramente hanno ancora ben presente il dispendioso rinnovo di contratto alla fine della stagione numero otto. Con un occhio all'audience a un altro ai cinque Emmy vinti come migliore commedia, gli attori (e i loro agenti) ne approfittarono per far schizzare in alto i loro compensi. Non è solo questione di soldi. La serie che nel 2009 portò sullo schermo le famiglie moderne ("ricostituite" dice qualcuno, facendo venire in mente i pannelli di legno truciolare, altri preferiscono "arcobaleno", così capiamo subito che capiterà un "genitore 1" e un "genitore 2" ) comincia ad avere qualche problema. Situazione di partenza: il capofamiglia Jay molla la moglie coetanea (un po' fuori di testa già da prima, poi peggiora) per la più giovane colombiana con un figlio. In stile mockumentary - i personaggi spesso guardano i macchina e si rivolgono allo spettatore - "Modern Family" racconta il nuovo matrimonio, i figli adulti del primo (Claire e Mitchell, ex coppia di pattinaggio artistico), i loro figli. Militarmente parlando, l'attacco arriva da due fronti. Dieci anni sono tanti, quel che una volta era avanguardia dopo un po' diventa maniera. Il successo di una serie come "Transparent" - prima che Jeffrey Tambor fosse accusato di molestie, l'epidemia dei nostri tempi - ha costretto gli sceneggiatori al pedaggio di un bambino transgender. Si presenta come amico/a di Lily, la ragazzina vietnamita adottata da Mitchell e Cameron, coppia gay che duetta in stile "Vizietto". Pochino, rispetto al padre di tre figli che all'età della pensione annuncia "adesso siete adulti, far) la donna con la gonna". Non basta il ragazzino incerto sul genere per riportare la serie al gusto del giorno: le battute da sit-com son vicine alla data di scadenza, per esempio rispetto alle lacrime che molti spettatori amano versare sulle complicanze di "This Is Us". "I ragazzini di Modern Family" crescono, nella nona stagione un paio vanno al college. Con innesti - parliamo di sceneggiatura - di teen drama e di "The Big Bang Theory" (su Infinity dal 24 gennaio c'è l'undicesima, e pure gli arretrati). Altra serie in scadenza. Potrebbe finire alla dodicesima stagione, scrive Vulture "arriva il momento in cui neanche per decine di milioni di dollari vorresti dire ancora una volta "Bazinga". Abbiamo un'altra teoria: la serie dei nerdissimi ha perso smalto quando sono arrivate le fidanzate e le proposte di matrimonio. Neanche la serie prequel "Young Sheldon" (sempre Infinity) ha funzionato come consolazione. Sul fronte "modernità" la serie è rimasta indietro, anche come linguaggio. Su un altro fronte si trova spiazzata perché troppo avanti. "Modern Family" è un prodotto Fox in onda su Abc; ora che la Fox è entrata nel gruppo Disney, la famiglia pare lontana dai modelli fin qui messi in circolazione dalla ditta del papà di Topolino, dove lo scoiattolino sta con la scoiattolina (e per il resto si va di zio in nipote). L'unico modo per uscirne a testa alta è appunto lo spegnimento programmato. La famiglia Pritchett (e addentellati) non sono "I Simpson", eternamente (ora un po' stancamente) fissi nei loro caratteri. Non sono neppure "I Soprano", che dieci anni fa si sono spenti davvero, lasciandoci orfani di una scrittura da romanzo che vorremmo tanto ritrovare da qualche parte". (Mariarosa Mancuso)

venerdì 16 febbraio 2018

SGUARDO FETISH - The Wanking Dead! Ci mancava pure questa: nelle nuove puntate di "TWD" si vedrà il primo zombie completamente nudo (full frontal). Suspence ai massimi livelli: sarà uomo o donna?

News tratta da "Uproxx"
There have been memorable zombies over the first eight-plus seasons of The Walking Dead: little girl with bunny slipper zombies, obese stuck-in-a-well zombies, gas mask zombies, Winslow. But there’s one kind of zombie (or walker, or biter, or… they have a lot of names) we haven’t seen on the show: a stupid, sexy zombie. In a decision that will fulfill someone’s specific fetish, The Walking Dead will have a naked zombie in the second half of season eight. “There’s an episode where we did our first fully nude walker,” executive producer Greg Nicotero teased. “We’ve never done that before.” It’s unclear whether the zombie will be a man or a woman. In that same interview with Entertainment Weekly, Nicotero also said there’s “much less talking about what’s going on” in the second half of the season. “Clearly, the balance has shifted. Now that Negan and his group have escaped the Sanctuary, there’s not as much talking about what the ramifications are of what we’re going to do, but now our group has to be on the defensive because Negan’s out and he’s pissed and it’s definitely a different dynamic than the first half of the season.” Maybe Rick can distract Negan with a zombie that’s wearing nothing at all.

giovedì 15 febbraio 2018

NEWS - Fermi tutti! Comcast vuole sottrarre le serie tv di Fox a Disney con una controfferta di 60 miliardi di dollari

News tratta da "La Stampa"
Comcast torna all'attacco su 21st Century Fox, aprendo un nuovo capitolo nella guerra per consolidare il settore mediatico su scala globale, che sembrava aver trovato un momento di pace quando il colosso televisivo di Murdoch aveva deciso di consegnarsi a Walt Disney. Il gigante americano della tv via cavo starebbe considerando una controfferta da 60 miliardi di dollari per strappare Fox a Disney, con cui la società di Rupert Murdoch ha raggiunto un accordo due mesi fa. Era dicembre e Disney aveva chiuso a 52,4 miliardi di dollari in azioni. Secondo una ricostruzione del Wall Street Journal, Fox allora avrebbe rifiutato un'offerta alternativa, da parte di Comcast, principalmente a causa di timori sulla risposta delle autorità antitrust: un'integrazione verticale avrebbe consegnato a Comcast ulteriori asset nella tv via cavo. L'amministrazione Trump aveva già fatto resistenza alla proposta di un'acquisizione di Time Warner da parte di Atet. L'offerta di Comcast riguarderebbe una buona parte degli asset di Fox, fra cui la produzione di film e serie tv, il 39% di Sky plc, alcuni canali indiani e alcune pay tv come National Geographic. A dicembre il management di Fox aveva ritenuto l'offerta di Disney migliore per gli investitori: la fusione avrebbe portato la vastissima potenza di fuoco di Disney in termini di contenuti, un asset importante di fronte alla concorrenza agguerrita di rivali come Netflix. Per facilitare l'accordo, Disney aveva offerto a James Murdoch, figlio di Rupert, una posizione da manager nel gruppo post-fusione. Ora tutto torna in discussione. 

"Il trivial game + divertente dell'anno" (Lucca Comics)

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