lunedì 26 ottobre 2015
domenica 25 ottobre 2015
Mrs. @shondarhimes rifarà #RomeoAndJuliet.
Spoiler: uno dei due muore. L'altro/a lo imita. L'autore è già morto.
#shondaland
— Leo Damerini (@LeoDamerini) 23 Ottobre 2015
venerdì 23 ottobre 2015
News: Shondaland #RomeoandJuliet sequel series in the works at @ABC.
https://t.co/xZs9Q50IqS via @EW
— AccademiaTelefilm (@AcademyTelefilm) 23 Ottobre 2015
giovedì 22 ottobre 2015
mercoledì 21 ottobre 2015
L’australiana Ruby Rose ha infiammato ancor di più – se ce ne fosse bisogno – “Orange Is The New Black”, con il suo ingresso in scena nella 3° stagione (inedita su Premium Stories ogni giovedì sera). Una sorta di innesto di ulteriore strava-gay-anza nel gruppo femminile più sui generis che la tv americana ci ha regalato di recente. Ruby vestirà la tenuta da carcerata di Stella Carlin, destinata a far batter il cuore a Piper Chapman (Taylor Schilling). Difficile identificarla in ruolo di show-business (oltre ad attice, è dj, modella, conduttrice…) nonché sessuale (si definisce “gender fluid” o “gender neutral”), Ruby Rose è tra le testimonial più “in” della moda – non solo underground – degli ultimi anni, caratterizzata com’è da vari tatuaggi e look talvolta androgino e tomboy. Lanciata da MTV dopo la vittoria di un concorso per Vj grazie a un filmato dove beve 100 bicchierini di birra in 100 minuti, nel 2009 finisce ricoverata per disidratazione in Kenia, dove si è recata per insegnare
l’inglese ai bambini. Alternando l’attività di modella a flirt con le colleghe di passerella (Lindsey Anne McMillan e Catherine McNeil tra quelle più celebri), Rose è stata più volte eletta tra le personalità gay-lesbiche più influenti del mondo. Un’omosessualità dichiarata alla madre-single dall’età di 12 anni, con a corollario episodi di bullismo a scuola: “Ho sempre saputo di essere lesbica – ha confessato - anche alla scuola primaria. Sapevo di non essere interessata ai ragazzi, mentre provavo qualcosa per le donne. Quando ho iniziato le superiori e l'ho detto a mia madre, lei ha semplicemente risposto 'Lo so, l'ho sempre saputo'. In realtà prima ho fatto coming out con un paio di amici, poi la notizia si è diffusa e a 15 anni tutti sapevano del mio orientamento sessuale, anche le insegnanti”. Nel 2014 è stata protagonista del cortometraggio “Break Free”, dove interpreta la transizione da donna assai femminile e conturbante a uomo tatuato. “Rappresenta me stessa – ha dichiarato Ruby alla presentazione dell’opera – alla mattina mi sveglio e non so chi sarò!”.
martedì 20 ottobre 2015
Articolo tratto da "Uproxx"
The moralistic finger-waggers over at the Parents Television Council are the prudish kings and queens of hyperbole. Last year, they complained that an episode of Sons of Anarchy “opened with the most sexually explicit content we’ve ever seen on basic cable.” American Horror Story: Hotel creator Ryan Murphy sees Kurt Sutter’s sex scenes, and raises him “the most vile and shocking content I’ve ever seen on TV.” Ever? “Ever.”
[PTC], led by president Tim Winter, singled out the season premiere of American Horror Story: Hotel for featuring what he called an “unbelievably explicit combination of sex and violence.”No, I’m guessing “most Americans” know exactly what to expect from a show called American Horror Story starring Lady Gaga (Murphy’s Scream Queens was also criticized for featuring “graphic decapitations and discussions of necrophilia in the family hour”). I’d be curious to read what the PTC thinks about The Americans, except even they don’t watch it.
“This is the most vile and shocking content I’ve ever seen on TV. Ever,” Winter wrote in an email to subscribers calling for an advertiser boycott the series. “Most Americans have no idea this is primetime fare on advertiser-supported basic cable. And everyone is paying for it as part of their program bundle.” (Via the Hollywood Reporter)
lunedì 19 ottobre 2015
Ryan Murphy clutches a baby on this week’s cover of The Hollywood Reporter.
Here’s what the 49-year-old TV showrunner shared with the mag:
On backstage problems on Glee: “To this day, I’m devastated by everything that happened with that show.”
On his relationship with the cast: “I was there with them all day long, and then we’d finish work and we’d go out and have fun all night, and I guess in a weird, twisted way, I was trying to relive the childhood I never had. I thought they wanted a parent, and they didn’t. They didn’t want me to tell them what to f—ing do. They didn’t want me to tell them how to treat each other or what the world was like at the end of the day. I wish I could go back and do that differently with a lot of those actors. Some of them I’m still very close to: Lea Michele, Chord Overstreet, Darren Criss — but there were some that didn’t work out well, and I regret that. I guess I just wish I had been able to let them figure it out for themselves.”
On originally having the rights to Orange is the New Black: “I just could never figure out how to do it. And then the option lapsed, and it became this great big thing.”
For more on Ryan, visit HollywoodReporter.com.
venerdì 16 ottobre 2015
CORRIERE DELLA SERA
"Aquarius", più soap che drama
"Charles Manson voleva diventare più famoso dei Beatles. Era una delle sue ossessioni. Era convinto di essere il quinto (mancato) Beatles. Certo, dare vita a un culto satanico per incidere qualche disco porta a conseguenze tragiche. In un capitolo di «Tragico tascabile», Guido Ceronetti accusa i Beatles di avere eccitato con «Helter Skelter» la furia omicida di Manson, artefice con la sua banda del massacro di Cielo Drive in cui, il 9 agosto 1969, venne, tra gli altri, assassinata Sharon Tate, moglie del regista Roman Polanski, 26 anni, incinta di otto mesi. Mah! Difficile capire dalle prime due puntate quanto «Aquarius», la serie creata da John McNamara per NBC, riesca a restituirci il senso del tragico nel raccontare i delitti commessi da Manson e dalla sua setta in un crescendo di violenza e follia (Sky Atlantic, mercoledì, 21.10). Siamo nel i96', a Los Angeles. Una ragazzina sparisce da casa: e l'espediente narrativo per introdurci nel gruppo di Manson, tra cultura hippy e manifestazioni contro la guerra in Vietnam, uso di droghe e rock psichedelico, tensioni razziali e liberazione sessuale. A indagare c'è il detective Sam Hodiak (David Duchovny), affiancato da un partner più giovane e più in sintonia con i tempi che cambiano, Brian Shafe (Grey Damon). Ben presto le loro ricerche li condurranno nella tana del lupo, dove il guru mezzo disadattato (l'infanzia difficile, le violenze subite in carcere, una pulsione omosessuale...), riesce tuttavia ad attirare giovani donne deboli e manipolabili, per plagiarle e convincerle a unirsi alla causa. «Aquarius» gode di un'ottima fotografia, di una colonna sonora degna di quegli anni, di una recitazione di tutto rispetto. Ma il racconto tende volentieri alla soap (intrecci amorosi, fidanzate e mogli abbandonate...) e la tragicità fatica non poco a morderci, a inchiodarci alla sua smisuratezza. In America, NBC ha reso subito disponibili on demand tutti gli episodi, in stile Netflix". (Aldo Grasso, 16.10.2015)
giovedì 15 ottobre 2015
Articolo tratto da "Il Sole 24 ore"
Sette giorni esatti. Tanto manca all’arrivo in Italia di Netflix. Prima di noi altri 50 Paesi e 65 milioni di persone hanno aderito alle proposte streaming del network californiano. Nel suo carnet conta film, documentari e serie televisive, da assemblare tra loro per creare palinsesti personali. Netflix è un servizio streaming, dunque l’utente non deve scaricare i contenuti. Niente «download». Ecco perché viene richiesta la connessione continua a Internet. Basta attivare l’app e i programmi televisivi si guardano sugli schermi delle smart tv, di tablet, smartphone e notebook. E se la tivù manca di collegamento web, va bene anche la console per videogame. Una rivoluzione non da poco, perché vengono a cadere i vincoli spazio-temporali dei tradizional i programmi Tv prodotti da i broad caster televisivi. Basti pensare che ogni giorno con Netflix, dicono i dati interni, vengono guardate 100 milioni di trasmissioni web. Stiamo dunque entrando nel mondo della fruizione di contenuti video e intrattenimento «anywhere, anytime». Cioè da ogni posto e in qualunque momento. Con la possibilità di guardare un film sulla smart tv, bloccarlo a metà e il giorno dopo continuare su tablet e smartphone mentre si viaggia. In Italia, secondo i responsabili Netflix, saranno sottoscritti almeno 150 mila abbonamenti entro fine anno. La proposta prevede tre pacchetti con prezzi che dipendono sia dalla qualità video, sia dalle cosiddette «sessioni di streaming», cioè il numero di trasmissioni da guardare in contemporanea dall’utente e gli altri componenti della famiglia (cinque persone in tutto). Il piano «Base» da 7,99 euro al mese — come dire 27 centesimi al giorno — include una qualità video standard, con una sola sessione streaming e velocità di tre megabit al secondo. Lo «Standard» da 9,99 euro al mese offre qualità Hd, due sessioni di streaming e velocità di cinque megabit al secondo. Infine c’è «Premium», un piano da 11,99 euro al mese in ultra Hd4K: consente di attivare fino a quattro streaming per volta a 25 megabit al secondo. Sottoscrivere l’abbonamento è semplice. Basta creare un account dal sito netflix.com, oppure dall’omonima app. Si inseriscono poi i dati bancari con carta di credito o PayPal. Nuova la soluzione scelta dai softwaristi per gestire l’abbonamento mese per mese (il primo gratis) , con cancellazione immediata quando si decide di non usare Netflix per il successivo. Nelle impostazioni è previsto il parental control per sorvegliare i contenuti rivolti ai bambini. Non solo. Una volta scaricata l’app, lo smartphone si trasforma in telecomando digitale. Nel nostro Paese, Netflix ha da poco stretto accordi con Telecom e Vodafone per offrire sottoscrizioni congiunte. Sarà anche possibile acquistare carte prepagate Netf lix presso rivenditori autorizzati. Tra questi: GameStop, Unieuro, MediaWorld, Esselunga, Mondadori ed Euronics. In Italia già un milione e mezzo di persone usa la tivù via strea- ming. Dunque a chi darà fastidio Netflix? Sky on demand e Sky Go già da un paio d’anni consentono agli abbonati Sky di guardare programmi satellitari su d ispositivi mobili. Mediaset punta invece sulla pay tv con Infinity: film, serie tv, fiction in Hd. Il Biscione offre anche Premium Play per guardare il calcio in diretta streaming su tablet, inclusi i programmi di Canale 5, Italia 1 e Rete 4 degli ultimi sette giorni. Fastweb ha superato i 400 mila utenti in tre anni con Chili Tv. TimVision, la piattaforma on demand di Telecom Italia, dichiara 6 mila titoli tra serie tv, cartoni, cinema e documentari. Rai.Tv consente invece di seguire via Internet il meglio dell’emittente nazionale. Ma per Netflix il tallone d’Achille del Belpaese resta la velocità di connessione. Perché in mancanza di banda ultraveloce (30 megabit al secondo) si rischia di guardare i contenuti con fastidio se interruzioni. Oggi, secondo i dati di Sos Tariffe, solo il 22,3% del territorio italiano è raggiunto da banda ultralarga, rispetto alla media europea del 64%. Senza contare che ci sono regioni come il Molise, Trentino Alto Adige e Valle d’Aosta in cui la copertura è assente. Vale dunque un consiglio. Prima di sottoscrivere l’abbonamento, accertatevi della velocità di connessione presente tra le mura domestiche (wi-f i e Adsl). In caso contrario è come acquistare un vestito griffato che però vi sta stretto.
(Quasi) Niente.
Dopo scandalo #Auditel niente dati x 15 giorni.
Poi tutto come prima.
#nuovafarsa
http://t.co/cydc2w0fqd @massimosideri
— Lou Grant (@GrantLou) 14 Ottobre 2015
mercoledì 14 ottobre 2015
(ANSA) - ROMA - "C'e' chi mi chiama Gaga, Stefani, Steffi. Mio papa' mi chiama Loopy, un affettuoso vezzeggiativo per "pazza". E il mio fidanzato Taylor Kinney (n.d.r.: protagonista di ‘Chicago Fire’, in onda con la 3° stagione inedita su Premium Action”) mi chiama Babe. Delizioso, non vedo l'ora di sposarlo!". Cosi' racconta Lady Gaga su "Oggi" in edicola. In un'intervista, la pop star e attrice racconta della sua famiglia: "I Germanotta, i nonni paterni, partirono in nave dalla Sicilia: puri emigranti. Mio nonno era calzolaio, creava delle scarpe dal nulla e mia nonna lo aiutava. La sorella di mio padre mori' di lupus (una malattia autoimmune, ndr) quando aveva 19 anni e tutta la famiglia ne soffri' profondamente. C'era un'aria di grande depressione in casa. I nonni materni arrivarono invece da Venezia. Lui era impiegato nelle assicurazioni e abitavano nel New Jersey. Hanno sofferto e lavorato tanto. Penso che il mio successo sia stato un modo di ripagare i loro sacrifici enormi". Lady Gaga rivela: "Anche se ero circondata da una famiglia che mi voleva bene e mi aiutava, non riuscivo a capire perche' mi sentivo molto sola. Ora so che e' una sorta di chimica con cui si nasce. Non sai di averla, e ti senti profondamente depressa e sola. Per questo, come artista famosa, mi impegno ad aiutare i giovani che sono o si sentono soli in questo mondo. Sono cresciuta con una buona dose di depressione, che sembra ereditaria nella mia famiglia. In piu' sono cattolica e sono italiana. Non ci sono medicine che tengano. E' la vita!".
In un Paese normale, dopo l'inchiesta sull'#Auditel aka #Audigate, @massimosideri meriterebbe il #Pulitzer.
http://t.co/PNoednOql7
— Lou Grant (@GrantLou) 13 Ottobre 2015
martedì 13 ottobre 2015
E dopo scandalo #Auditel, si continua a ragionare sui dati come fossero veritieri.
#comenientefosse
http://t.co/rRSQpt7yYa @massimosideri
— Leo Damerini (@LeoDamerini) 13 Ottobre 2015
lunedì 12 ottobre 2015
Norman Reedus takes the cover of Details magazine’s November 2015 issue.
Here’s what the 46-year-old The Walking Dead star had to share with the mag:
On how The Walking Dead has transformed: “The dynamic has changed. In Season 1, it was ‘Here’s some clay, mold it into something.’ Season 2, it’s ‘Okay, here’s the mold—we’re all sharing ideas on how big the hands should be.’ And then Season 3: ‘He may or may not have long or short hair,’ and a bunch of people are making that decision.”
On being called ‘damaged’: “I guess there is that damaged quality. That’s something I might have unconsciously run with early on. Maybe I still do. It gives some people an underdog quality—you want to root for them as they fight their way through something. Maybe I have a little bit of that. But I don’t cry myself to sleep.”
On Daryl Dixon’s chances for love: “Even this season, I’m the last in line for love. I like not going through that door one way or another. I like that mystery. They’ll kill me whenever they want. I would hate to leave the show. I would play this role until I’m 80, I really would. And I could.”
For more from Norman, visit Details.com.
Articolo tratto dal "Corriere della Sera"
Dal telecomando fantasma all’anonimato violato. Ecco le falle nel sistema dei rilevamenti tv raccontate da chi è nel panel. Ecco tutto ciò che avreste voluto sapere sull’Auditel e non avete mai osato chiedere: millimetrico, con un livello di anonimato da Guerra fredda e in grado di rappresentare tutti gli strati sociali, come racconta il mito? Non proprio a parlare con una famiglia che fa parte del panel da pochi mesi e che abbi am o contatta to in segui to allo scandalo dell’«Audigate» svelato dal Corriere. Primo: esiste il famigerato telecomando con il quale gli appartenenti al panel dovrebbero segnalare, di volta in volta, quante persone sono sedute davanti alla tv? La nostra famiglia — che chiameremo XY — non lo ha mai visto. Nessuno ne ha fatto cenno quando gli hanno montato il meter, lo strumento di rilevazione che è collegato sia alla tv che al decoder Sky. E, anzi, dalle domande poste dal personale sul numero di componenti del nucleo è facile supporre che il calcolo sia frutto di una media, che nell’epoca della sorveglianza di massa, di Edward Snowden e dei social network, risulta un tantino démodé (peraltro ci hanno scritto anche un saggio di successo: The average is over, liberamente traducibile come la media è morta). Potrebbe sembrare un particolare ma non lo è visto che la supposta superiorità del sistema Auditel nel calcolare lo share dei programmi rispetto alle metriche delle tv a pagamento come lo smart panel è basato proprio su questo numero magico. Magari qualcuno lo avrà questo telecomando ma, evidentemente, non tutti. Forse la famiglia XY fa eccezione. Secondo: per il disturbo della partecipazione al panel c’è un bonus annuo di 40 euro annui e per permettere al personale di montare i necessari strumenti di rilevazione bisogna dare la disponibilità a far entrare un tecnico dal lunedì al venerdì in orari d’ufficio. Le coppie che lavorano potrebbero dunque risultare sottostimate, come anche gli strati più ricchi della popolazione che difficilmente saranno propense ad accettare il disturbo. Altro elemento importante perché l’attendibilità dell’audience richiede che il panel riproduca il più esattamente possibile la stratificazione sociale, culturale ed economica delle persone davanti alla tv. Terzo, ultimo e forse più importante dubbio. Ma i dati su chi fa parte di questo sacro panel dal quale dipendono 4 miliardi circa di investimenti pubblicitari sui canali televisivi non dovrebbero essere trattati come la lista di chi detiene dei soldi non dichiarati al Fisco in Svizzera? Questo è l’occhio del ciclone dell’Audigate, visto che da quanto è stato scoperto dal Corriere e poi confermato da Auditel, Nielsen (la società a cui sono affidate le rilevazioni) e Rai e Upa in qualità di azionisti dell’Auditel, il panel è stato contaminato da uno scambio improprio di email che ne hanno minato la segretezza. La teoria dice che i nomi dovrebbero essere preservati dall’Auditel stessa mentre Nielsen dovrebbe gestire solo codici non riconducibili all’anagrafe. Peccato che la famiglia XY sia stata contattata direttamente sul cellulare per la richiesta di partecipazione, con nome e cognome. È vero che esiste un codice famiglia ma le comunicazioni arrivano via posta tradizionale con no me, co gn om e e in dirizzo. I n so ldo ni Nielsen, società privata che visto il proprio business avrebbe anche dei potenziali conflitti di interessi, sa tutto. Un’altra eccezione? La ciliegina sulla torta è che la famiglia XY era stata già contattata anni fa per fare parte del panel ( al tempo aveva declinato). Essere pescati due volte su 60 milioni di abitanti è una bella casualità da fare impazzire gli amanti del calcolo delle probabilità. Il mistero del telecomando fantasma e le falle nell’anonimato si sommano alle domande dell’«Audigate»: quali email hanno inquinato il panel dato che le famiglie vengono contattate tramite posta analogica? Chi aveva accesso a queste mailing list? Chi ne garantisce la segretezza? Di quante email stiamo parlando? Grattacapi a realtà aumentata per il board Auditel di mercoledì.
Il Cinema #Apollo di #Milano, sede di 7 #TelefilmFestival, chiude. Imbarazzante silenzio di @giulianopisapia.
http://t.co/7QryBtGvWn
— Telefilm Festival (@TelefilmFest) 10 Ottobre 2015
"Il trivial game + divertente dell'anno" (Lucca Comics)
Il GIOCO DEI TELEFILM di Leopoldo Damerini e Fabrizio Margaria, nei migliori negozi di giocattoli: un viaggio lungo 750 domande divise per epoche e difficoltà. Sfida i tuoi amici/parenti/partner/amanti e diventa Telefilm Master. Disegni originali by Silver. Regolamento di Luca Borsa. E' un gioco Ghenos Games. http://www.facebook.com/GiocoDeiTelefilm. https://twitter.com/GiocoTelefilm
Lick it or Leave it!
























