venerdì 14 giugno 2019
giovedì 13 giugno 2019
L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
IL FOGLIO
"Chernobyl", tosta visione
"Da vedere è tosta, non potevamo aspettarci altro. "Una delle peggiori tragedie mai provocate dall'uomo", avverte lo slogan scelto per lanciare la miniserie "Chernobyl": irresistibile come sono le sciagure. E anche se ne abbiamo in mente altre, di tragedie, il terrore provocato dalle parole "centrale nucleare" e il ricordo che abbiamo di un film come "Morto Stalin, se ne fa un altro" (lo ha diretto Armando Iannucci, dalla graphic novel di Fabien Nury e Thierry Robin) mettono i brividi. Il cadavere di Stalin era ancora caldo, e già cominciavano le lotte di potere. L'aria di famiglia si rafforza se vediamo la serie in originale, recitata da attori britannici come Jared Harris e Emily Watson. Figuriamoci cosa può capitare con un paio di esplosioni in una centrale nucleare (pare durante un test andato malissimo) che scoperchiano il tetto e avvelenano l'aria con una radioattività 200 volte superiore alle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki. Primo minimizzare. Poi teorizzare: "In Unione sovietica un incidente del genere non può succedere" (come non potevano esistere nella nazione perfetta i serial killer, degenerazione del sistema capitalista). Infine trovare qualcuno a cui addossare le colpe, condannando a dieci anni di carcere Anatoly Dyatlov, che quella notte aveva diretto le operazioni. "Il problema con le bugie non è che le prendiamo per verità. E' che ne abbiano sentite talmente tante che non riconosciamo più la verità" dice al microfono del registratorino a cassette un solitario che vive con il gatto. Dà da mangiare al micio, nasconde le cassette e si suicida, in uno squallore sovietico che leva il flato. E' Valery Legasov, capo della commissione d'inchiesta del Cremlino. C'erano criminali peggiori, insiste. Ma aggiunge, a scanso di equivoci: "Dyatlov avrebbe meritato la morte" (il gatto continua a poltrire sul divano, facendosi le unghie sulla coperta con i cervi ricamati). Flashback al giorno fatale - "Due anni e un minuto prima", dice la scritta - quando la centrale di Chernobyl, nella notte del 26 aprile 1986 spara un fascio di luce. Sul Foglio di sabato scorso Francesco Cataluccio, che a Chernobyl ha dedicato un volumetto uscito da Sellerio, ha ricostruito le circostanze con maggiore precisione di quanto sappiamo fare noi che traffichiamo con le serie tv. L'incidente pare piuttosto grave, ma il misuratore di radiazioni è taroccato, si ferma a 3,6 Rontgen. Il contatore affidabile sta in cassaforte, e non si capisce chi abbia la chiave: trovarlo è stato il tormentone del primo episodio (andato in onda lunedì su Sky Atlantic, e in streaming su Now Tv). Il nocciolo del reattore andrebbe raffreddato (anche se forse il nocciolo del reattore già non esiste più, gli ingegneri non concordano). Lo spettatore assiste terrorizzato alle manovre di apertura manuale del circuito di raffreddamento, alla bassa forza che viene mandata a vedere cosa succede, alla forza non tanto bassa che si sporge dal tetto e viene investita dalla nube nera che rende i volti paonazzi. All'ospedale dottori e infermiere si aspettano una notte tranquilla, non ci sono partorienti in travaglio. I ragazzini giocano con l'aria che brilla, sotto gli occhi dei genitori. Alla fine della prima puntata gli studenti in divisa si avviano verso la scuola di Pripjat. L'evacuazione - di 350 mila persone - cominciò parecchie ore dopo. Lo sceneggiatore Craig Mani e il regista Johan Renck (da "The Walking Dead") hanno altri quattro episodi e ne faranno buon uso. La Russia già minaccia una contro-serie, con la sua verità". (Mariarosa Mancuso)
IL FOGLIO
"Chernobyl", tosta visione
"Da vedere è tosta, non potevamo aspettarci altro. "Una delle peggiori tragedie mai provocate dall'uomo", avverte lo slogan scelto per lanciare la miniserie "Chernobyl": irresistibile come sono le sciagure. E anche se ne abbiamo in mente altre, di tragedie, il terrore provocato dalle parole "centrale nucleare" e il ricordo che abbiamo di un film come "Morto Stalin, se ne fa un altro" (lo ha diretto Armando Iannucci, dalla graphic novel di Fabien Nury e Thierry Robin) mettono i brividi. Il cadavere di Stalin era ancora caldo, e già cominciavano le lotte di potere. L'aria di famiglia si rafforza se vediamo la serie in originale, recitata da attori britannici come Jared Harris e Emily Watson. Figuriamoci cosa può capitare con un paio di esplosioni in una centrale nucleare (pare durante un test andato malissimo) che scoperchiano il tetto e avvelenano l'aria con una radioattività 200 volte superiore alle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki. Primo minimizzare. Poi teorizzare: "In Unione sovietica un incidente del genere non può succedere" (come non potevano esistere nella nazione perfetta i serial killer, degenerazione del sistema capitalista). Infine trovare qualcuno a cui addossare le colpe, condannando a dieci anni di carcere Anatoly Dyatlov, che quella notte aveva diretto le operazioni. "Il problema con le bugie non è che le prendiamo per verità. E' che ne abbiano sentite talmente tante che non riconosciamo più la verità" dice al microfono del registratorino a cassette un solitario che vive con il gatto. Dà da mangiare al micio, nasconde le cassette e si suicida, in uno squallore sovietico che leva il flato. E' Valery Legasov, capo della commissione d'inchiesta del Cremlino. C'erano criminali peggiori, insiste. Ma aggiunge, a scanso di equivoci: "Dyatlov avrebbe meritato la morte" (il gatto continua a poltrire sul divano, facendosi le unghie sulla coperta con i cervi ricamati). Flashback al giorno fatale - "Due anni e un minuto prima", dice la scritta - quando la centrale di Chernobyl, nella notte del 26 aprile 1986 spara un fascio di luce. Sul Foglio di sabato scorso Francesco Cataluccio, che a Chernobyl ha dedicato un volumetto uscito da Sellerio, ha ricostruito le circostanze con maggiore precisione di quanto sappiamo fare noi che traffichiamo con le serie tv. L'incidente pare piuttosto grave, ma il misuratore di radiazioni è taroccato, si ferma a 3,6 Rontgen. Il contatore affidabile sta in cassaforte, e non si capisce chi abbia la chiave: trovarlo è stato il tormentone del primo episodio (andato in onda lunedì su Sky Atlantic, e in streaming su Now Tv). Il nocciolo del reattore andrebbe raffreddato (anche se forse il nocciolo del reattore già non esiste più, gli ingegneri non concordano). Lo spettatore assiste terrorizzato alle manovre di apertura manuale del circuito di raffreddamento, alla bassa forza che viene mandata a vedere cosa succede, alla forza non tanto bassa che si sporge dal tetto e viene investita dalla nube nera che rende i volti paonazzi. All'ospedale dottori e infermiere si aspettano una notte tranquilla, non ci sono partorienti in travaglio. I ragazzini giocano con l'aria che brilla, sotto gli occhi dei genitori. Alla fine della prima puntata gli studenti in divisa si avviano verso la scuola di Pripjat. L'evacuazione - di 350 mila persone - cominciò parecchie ore dopo. Lo sceneggiatore Craig Mani e il regista Johan Renck (da "The Walking Dead") hanno altri quattro episodi e ne faranno buon uso. La Russia già minaccia una contro-serie, con la sua verità". (Mariarosa Mancuso)
martedì 11 giugno 2019
NEWS - Spielberg is back! Il regista torna a fare sul serial con un telefilm horror "rivoluzionario" che si potrà vedere solo di notte
News tratta da "Uproxxx"
It’s been ages since Steven Spielberg dabbled in horror — unless you found The Post’s depiction of a president trying to silence the press scary — so here’s some good news: The creator of Jaws is working on a revolutionary horror series. The twist: You can only watch it at night. Some explanation: Variety reports that the legendary filmmaker is at work on a “super scary story,” as he put it, for Quibi, the forthcoming mobile-focused streaming service being co-launched by his frequent business partner Jeffrey Katzenberg. Like Netflix’s The Haunting of Hill House, it will be one story divided into chapters, of which Spielberg, Katzenberg says, has already written five or six. One thing that’s exciting is this: Spielberg hasn’t actually written a screenplay — or at least received a screenplay credit — since the original Poltergeist, back in 1982. He mostly tasks others to write the script, such as Tony Kushner, his writer on Munich, Lincoln, and their upcoming West Side Story remake. Indeed, the only time he’s been a writer-director, handling both by himself, is 1977’s Close Encounters of the Third Kind. The other exciting thing is this: Spielberg has requested that they put in place technology that only allows viewers to watch it at night. Phones already know where you are at any given moment, so it follows that phones could also know if it’s light or dark out. Only when it’s the latter will the show work. As per Variety:
News tratta da "Uproxxx"
It’s been ages since Steven Spielberg dabbled in horror — unless you found The Post’s depiction of a president trying to silence the press scary — so here’s some good news: The creator of Jaws is working on a revolutionary horror series. The twist: You can only watch it at night. Some explanation: Variety reports that the legendary filmmaker is at work on a “super scary story,” as he put it, for Quibi, the forthcoming mobile-focused streaming service being co-launched by his frequent business partner Jeffrey Katzenberg. Like Netflix’s The Haunting of Hill House, it will be one story divided into chapters, of which Spielberg, Katzenberg says, has already written five or six. One thing that’s exciting is this: Spielberg hasn’t actually written a screenplay — or at least received a screenplay credit — since the original Poltergeist, back in 1982. He mostly tasks others to write the script, such as Tony Kushner, his writer on Munich, Lincoln, and their upcoming West Side Story remake. Indeed, the only time he’s been a writer-director, handling both by himself, is 1977’s Close Encounters of the Third Kind. The other exciting thing is this: Spielberg has requested that they put in place technology that only allows viewers to watch it at night. Phones already know where you are at any given moment, so it follows that phones could also know if it’s light or dark out. Only when it’s the latter will the show work. As per Variety:
A clock will appear on phones, ticking down until sun sets in wherever that user is, until the sun sets. Then the clock starts ticking again to when the sun comes back up — and the show will disappear until the next night.
Quibi, which is set to launch in April of next year, is being touted as yet another streaming giant angling for your time and money. Part of their lure will be shows that are, Variety reports, of the House of Cards/Handmaid’s Tale variety, as well as shorter “content.” They’re aiming to drop 125 pieces of content a week, or 7,000 in the first year. Already tasked to produce work for them are Guillermo del Toro, Steven Soderbergh, Sam Raimi, Anna Kendrick, and Laurence Fishburne, and that’s on top of the guy who made 1941.
lunedì 10 giugno 2019
venerdì 7 giugno 2019
NEWS - Clamoroso al Cibali! E' scaricabile l'app per riscrivere i finali seriali, "Game of Thrones" su tutti
News tratta da "Il Foglio"
News tratta da "Il Foglio"
Inutili quando riguardano l'ecologia, i diritti umani e svariate altre faccende - da Matteo Salvini all'Europa - che le persone amano sbrigare con un clic (sennò è fatica, al massimo si sventolano bandiere o si appendono lenzuoli al balcone). Il passo dall'inutile al demenziale si è compiuto con la petizione (da un milione di firme, spettatore più spettatore meno) che esige nuovi sceneggiatori per riscrivere l'ultima stagione di "Game of Thrones". Non è piaciuta, questo si sapeva. Ma chiederne una nuova rasenta la follia. Riuscite a immaginare gli spettatori che escono da "Romeo e Giulietta" di William Shakespeare borbottando che no, non si fa così, noi volevamo un lieto fine, ma perché dobbiamo credere a quell'orrenda catena di sfighe? Oppure a figurarvi gli spettatori che escono da "Psycho" scontenti per il finale, e ordinano a Alfred Hitchcock di riscriverlo? (causa persa, avrebbe risposto: "Gli spettatori sono bestiame", come già aveva fatto per gli attori). "La mia app potrebbe essere molto utile agli sceneggiatori", annuncia Anne Chzerny su radio France Inter, nel programma "L'esprit d'initiative" (altre puntate illustravano l'utilità dei mattoncini lego in braille, odi una app che, inserite le idiosincrasie degli ospiti, genera il piatto che tutti gli invitati possono gustare). Una mano tesa, addirittura, per conoscere meglio le attese del pubblico - l'idea che il pubblico debba fare il pubblico, quindi non avere voce in capitolo nello svolgimento di una trama, ormai è fuori moda come i gettoni telefonici. L'app in questione si chiama "Guess Whaaat": al momento conta 5.000 iscritti e riproduce quel che gli spettatori appassionati - ma da lì al fanatismo c'è un altro passo breve - fanno davanti alla macchinetta del caffè. Chiacchiere, e anticipazioni su quel che potrebbe succedere negli episodi successivi: chi bacerà chi, chi tradirà chi, chi ucciderà chi, chi sposerà chi. E' un vero peccato non averla scoperta prima della fine di "Game of Thrones". "Guess Whaaat" consente agli iscritti di scommettere sul proseguimento della trama. In questo, secondo Anne Czerny, potrebbe dare una mano agli sceneggiatori, raccogliendo materiale per mettere meglio a fuoco le attese del pubblico. Come se avessimo bisogno di altri algoritmi atti a prevenire ogni situazione che potrebbe dare adito a proteste. Non solo in materia di correttezza politica, con un occhio particolare al #MeToo. Ma anche in materia di velleità autoriali coltivate dal pubblico. Oggi siamo tutti sceneggiatori, evviva. Domani costruiremo ponti o faremo operazioni a cuore aperto. Terminato "Game of Thrones", ci sono altre duecento serie su cui scommettere (se viva, anche "Killing Eve" di Phoebe Waller-Bridge). Funziona così: Anne Czerny pone una domanda al giorno - una per episodio, sostiene che dallo scorso gennaio ne ha visti 13 mila - e chi azzecca la risposta guadagna punti. Non vale naturalmente con le serie Netflix da binge watching, la scadenza settimanale è una condizione irrinunciabile per partecipare al gioco. L'applicazione l'abbiamo scaricata subito, e adesso non sappiamo che farcene. Neanche con i gialli, quando l'investigatore lanciava la sfida al lettore, abbiamo mai cercato di anticipare la soluzione. Sarà stata pure pigrizia, o scarsità di ingegno. Ma era tanto bello lasciarsi coccolare da uno scrittore che sapeva il mestiere, e certo non avrebbe consentito al primo passante di dire la sua.
giovedì 6 giugno 2019
SGUARDO FETISH - Cara, apri bene le gambe! Ashley Benson e la Delevingne sempre più appassionate insieme: si sono comprate una panca per giochi fetish
News tratta da "TgCom 24"
Passione alle stelle tra Cara Delevingne e Ashley Benson, almeno a giudicare dal regalo vietato ai minori che si sono concesse. "Chi" ha pubblicato le foto delle due, impegnate a trasportare dentro casa una lussuosa panca sessuale, pensata con giochini erotici fetish e bondage. Un acquisto in pieno stile "50 sfumature di grigio" e d'altra parte la Delevingne non ha mai nascosto che il piacere di Ashley viene al primo posto per lei. La modella ha infatti confessato che, secondo lei, il regalo più bello che si possa al proprio partner è un orgasmo. "Generalmente sono molto brava a dare amore, ma non a riceverlo. Mi capita la stessa cosa anche a letto. C'è qualcosa nel ricevere piacere o amore che mi mette in difficoltà. Sono più il tipo di persona che lo dona agli altri", aveva dichiarato qualche tempo fa a "Entertainment News". Dopo una vita da party girl, Cara con Ashley ha quindi ritrovato il piacere di stare a casa: "Una volta preferivo andare nei club, ma adesso preferisco fare sesso piuttosto che uscire". E per rendere speciali le loro seratine casalinghe, cosa c'è di meglio di un panchetta a luci rosse?
News tratta da "TgCom 24"
Passione alle stelle tra Cara Delevingne e Ashley Benson, almeno a giudicare dal regalo vietato ai minori che si sono concesse. "Chi" ha pubblicato le foto delle due, impegnate a trasportare dentro casa una lussuosa panca sessuale, pensata con giochini erotici fetish e bondage. Un acquisto in pieno stile "50 sfumature di grigio" e d'altra parte la Delevingne non ha mai nascosto che il piacere di Ashley viene al primo posto per lei. La modella ha infatti confessato che, secondo lei, il regalo più bello che si possa al proprio partner è un orgasmo. "Generalmente sono molto brava a dare amore, ma non a riceverlo. Mi capita la stessa cosa anche a letto. C'è qualcosa nel ricevere piacere o amore che mi mette in difficoltà. Sono più il tipo di persona che lo dona agli altri", aveva dichiarato qualche tempo fa a "Entertainment News". Dopo una vita da party girl, Cara con Ashley ha quindi ritrovato il piacere di stare a casa: "Una volta preferivo andare nei club, ma adesso preferisco fare sesso piuttosto che uscire". E per rendere speciali le loro seratine casalinghe, cosa c'è di meglio di un panchetta a luci rosse?
martedì 4 giugno 2019
venerdì 31 maggio 2019
GOSSIP - Fonda a fondo. La co-protagonista di "Grace & Frankie" confessa: "durante il serial ho sofferto di una crisi nervosa!"
Jane Fonda went through a difficult time while filming the first season of Grace & Frankie. The 81-year-old actress opened up in an interview with The Hollywood Reporter published on Wednesday (May 29). “It took me a long time to figure out [my relationship to this character]. I had a nervous breakdown during the first season, and I discovered it’s because the very first episode our husbands tell us that they are going to leave us after 40 years and marry each other and that triggered abandonment,” she explained. “It was a big trigger, and I didn’t realize that a character in a comedy could actually trigger something very profound. And so I love her, and I learned to invite her into the room.” She also opened up about her similarities and differences to her character on the hit Netflix series.
Jane Fonda went through a difficult time while filming the first season of Grace & Frankie. The 81-year-old actress opened up in an interview with The Hollywood Reporter published on Wednesday (May 29). “It took me a long time to figure out [my relationship to this character]. I had a nervous breakdown during the first season, and I discovered it’s because the very first episode our husbands tell us that they are going to leave us after 40 years and marry each other and that triggered abandonment,” she explained. “It was a big trigger, and I didn’t realize that a character in a comedy could actually trigger something very profound. And so I love her, and I learned to invite her into the room.” She also opened up about her similarities and differences to her character on the hit Netflix series.
martedì 28 maggio 2019
NEWS - Drive me crazy! Dal 14 giugno su Amazon il serial già cult "Too old to die young" del visionario Refn. Un nuovo "Banshee" al neon?
Articolo tratto da "La Repubblica"
"'Troppo vecchio per morire giovane'. E' programmatico il titolo della serie Amazon firmata dal regista Nicolas Winding Refn presentata in anteprima a Cannes. Dai tempi di Drive (2011) è stato proprio il festival francese a trasformare Refn in un controverso protagonista del cinema d'autore, adorato o irriso dai critici per l'ultra violenza estetizzante e la narrazione rarefatta. Proprio Drive, per dire, era stato apprezzato all'epoca dal Presidente della Repubblica cinefilo Giorgio Napolitano. Non è stata proprio una sorpresa che il regista, da sempre affascinato dalle nuove piattaforme, i cui film sono spesso al confine con la videoarte, abbia realizzato per Amazon Too old to die young, disponibile dal 14 giugno. La serie è composta di 10 episodi da 70 minuti ciascuno, in teoria fruibili in ordine sparso: alla rassegna francese sono stati presentati i numeri 4 e 5, molto diversi tra loro. «Per me è un film di 13 ore. Ho tagliato e separato in ogni punto in cui mi sentivo di farlo. È stato come dipingere su una tela enorme, spezzarla in piccoli pezzi per mostrarla agli spettatori», spiega l'autore pallido, camicia bianca e giacca nera tarantiniana. «L'idea è nata quando ho presentato Solo dio perdona. Mi aveva colpito il nuovo modello di lancio di Netflix che metteva a disposizione tutti gli episodi insieme. Ho capito che la televisione si era evoluta e quello sarebbe diventato il grande mercato, ma anche un formidabile bacino artistico. Mi ha contattato Amazon, che aveva distribuito Neon demon: ho pensato a qualcosa legato alla morte e alla religione ed è arrivato il titolo. Mi è stata lasciata libertà totale. Ho parlato con Ed Brubaker (sceneggiatore per Marvel e DC, ndr), abbiamo iniziato a scrivere insieme». Al centro della serie c'è un poliziotto dalla doppia vita, interpretato da Miles Teller (Whiplash, Divergent, 1 fantastici 4), che di giorno fa terapia di gruppo contro la rabbia e di notte uccide — per una setta di vendicatori e un po' per la malavita — solo i criminali più abbietti. Sul fronte romantico ha una relazione con una studentessa modello, ex attrice bambina (Jena Malone), sullo sfondo politico c'è un'America fascista, piena di rimandi all'era Trump. L'episodio 4 ha un andamento lento e propone molte riflessioni filosofiche su un mondo in piena decadenza, il 5 è una discesa agli inferi della pornografia violenta. Non manca il feticismo tipico di Refn: un uomo che deterge, veste e mette lo smalto a una donna-bambola. In tutto questo Miles Teller è l'eroe romantico quanto laconico che finora nella filmografia di Refn aveva avuto il volto di Ryan Gosling. «Ci siamo incontrati, abbiamo parlato e mi è restato in mente: non potevo credere alla sua incredibile somiglianza con Elvis Presley. Ho pensato che fare un film con Elvis sarebbe stato bellissimo». Stavolta non c'è solo un protagonista maschile. «La serie — racconta Refn — si è evoluta in corsa, scrivevo di notte e giravo di giorno. Ho avuto l'approvazione dopo i primi tre episodi e non avevo ancora scritto gli altri. Avevo già sviscerato abbastanza il dilemma morale del protagonista e così ho iniziato a esplorare i personaggi femminili, che avranno un grandissimo spazio nella seconda parte. In pratica tu parti conoscendo l'uomo, poi incontri le donne e continui il viaggio con loro». A cambiare non sarà solo il punto di vista, ma anche la lingua: «Ci sono episodi girati interamente in spagnolo: ho cercato di aprire la storia a molte sensibilità diverse, per parlare alle generazioni più giovani. Viviamo in una società multietnica, variegata anche dal punto di vista sessuale e culturale. Ho tenuto dritta la barra della creatività anche in un progetto così gigantesco». Refn ha impresso il marchio indelebile su un'operazione mediatica che sa governare come pochi. A partire dalla firma che è anche la sua piattaforma personale byNWR. Non è un regista nostalgico del grande schermo, anzi cavalca la ricerca di nuovi linguaggi visivi. «Mi sono trasferito con i miei a New York che ero un ragazzino, ho scoperto il mondo guardando la tv. A Copenaghen c'era un solo canale, all'epoca. All'improvviso ho sperimentato mille realtà diverse attraverso il tasto del telecomando. La mia introduzione al cinema è arrivata per via digitale: è stato un vantaggio, per come il mondo si è trasformato ora. C'è grande fermento e tanta concorrenza, questo fa bene alla creatività. Mi è capitato spesso di essere stroncato, succede quando sei nel giusto». Nella serie c'è anche la sua visione filosofica e morale del mondo, il racconto di un'Apocalisse tra Shakespeare e Sergio Leone: «Racconto di uomini e donne che sono stati dimenticati, lasciati indietro dall'interesse generale, dai politici che conosciamo, dall'ineguaglianza di massa, dal risorgere del fascismo. Cose che sappiamo e che ci fanno venir voglia di bruciare tutto e ricominciare da capo». La turbolenza artistica di Refn è bilanciata da una vita personale da favola, una moglie e due figlie con cui vive a Copenaghen: «Una vita tranquilla, in un paese in cui purtroppo la destra tenta di risollevare la testa». Alla moglie Liv Corfixen, attrice (per Susanne Bier, anche nei primi film del marito) e documentarista, deve tanto: «È l'unica donna che ho avuto, è straordinaria. II documentario che ha girato su di me sul set di Solo Dio perdona, My life directed by Nicolas Winding Refn, era oggettivo, sa essere molto dura con me». Il pallido, glaciale autore si scioglie, cerca sul telefono delle foto con la moglie e le figlie di quindici e nove anni: «La più grande non è interessata ai film, la piccola è una cinefila, insieme guardiamo cartoni e classici in bianco e nero». Refn si alza in piedi: «Vuoi venire con me?», esce nel terrazzo assolato per farci conoscere la moglie. Come succederà nella sua serie tv, la conversazione prosegue con una protagonista femminile.
Articolo tratto da "La Repubblica"
"'Troppo vecchio per morire giovane'. E' programmatico il titolo della serie Amazon firmata dal regista Nicolas Winding Refn presentata in anteprima a Cannes. Dai tempi di Drive (2011) è stato proprio il festival francese a trasformare Refn in un controverso protagonista del cinema d'autore, adorato o irriso dai critici per l'ultra violenza estetizzante e la narrazione rarefatta. Proprio Drive, per dire, era stato apprezzato all'epoca dal Presidente della Repubblica cinefilo Giorgio Napolitano. Non è stata proprio una sorpresa che il regista, da sempre affascinato dalle nuove piattaforme, i cui film sono spesso al confine con la videoarte, abbia realizzato per Amazon Too old to die young, disponibile dal 14 giugno. La serie è composta di 10 episodi da 70 minuti ciascuno, in teoria fruibili in ordine sparso: alla rassegna francese sono stati presentati i numeri 4 e 5, molto diversi tra loro. «Per me è un film di 13 ore. Ho tagliato e separato in ogni punto in cui mi sentivo di farlo. È stato come dipingere su una tela enorme, spezzarla in piccoli pezzi per mostrarla agli spettatori», spiega l'autore pallido, camicia bianca e giacca nera tarantiniana. «L'idea è nata quando ho presentato Solo dio perdona. Mi aveva colpito il nuovo modello di lancio di Netflix che metteva a disposizione tutti gli episodi insieme. Ho capito che la televisione si era evoluta e quello sarebbe diventato il grande mercato, ma anche un formidabile bacino artistico. Mi ha contattato Amazon, che aveva distribuito Neon demon: ho pensato a qualcosa legato alla morte e alla religione ed è arrivato il titolo. Mi è stata lasciata libertà totale. Ho parlato con Ed Brubaker (sceneggiatore per Marvel e DC, ndr), abbiamo iniziato a scrivere insieme». Al centro della serie c'è un poliziotto dalla doppia vita, interpretato da Miles Teller (Whiplash, Divergent, 1 fantastici 4), che di giorno fa terapia di gruppo contro la rabbia e di notte uccide — per una setta di vendicatori e un po' per la malavita — solo i criminali più abbietti. Sul fronte romantico ha una relazione con una studentessa modello, ex attrice bambina (Jena Malone), sullo sfondo politico c'è un'America fascista, piena di rimandi all'era Trump. L'episodio 4 ha un andamento lento e propone molte riflessioni filosofiche su un mondo in piena decadenza, il 5 è una discesa agli inferi della pornografia violenta. Non manca il feticismo tipico di Refn: un uomo che deterge, veste e mette lo smalto a una donna-bambola. In tutto questo Miles Teller è l'eroe romantico quanto laconico che finora nella filmografia di Refn aveva avuto il volto di Ryan Gosling. «Ci siamo incontrati, abbiamo parlato e mi è restato in mente: non potevo credere alla sua incredibile somiglianza con Elvis Presley. Ho pensato che fare un film con Elvis sarebbe stato bellissimo». Stavolta non c'è solo un protagonista maschile. «La serie — racconta Refn — si è evoluta in corsa, scrivevo di notte e giravo di giorno. Ho avuto l'approvazione dopo i primi tre episodi e non avevo ancora scritto gli altri. Avevo già sviscerato abbastanza il dilemma morale del protagonista e così ho iniziato a esplorare i personaggi femminili, che avranno un grandissimo spazio nella seconda parte. In pratica tu parti conoscendo l'uomo, poi incontri le donne e continui il viaggio con loro». A cambiare non sarà solo il punto di vista, ma anche la lingua: «Ci sono episodi girati interamente in spagnolo: ho cercato di aprire la storia a molte sensibilità diverse, per parlare alle generazioni più giovani. Viviamo in una società multietnica, variegata anche dal punto di vista sessuale e culturale. Ho tenuto dritta la barra della creatività anche in un progetto così gigantesco». Refn ha impresso il marchio indelebile su un'operazione mediatica che sa governare come pochi. A partire dalla firma che è anche la sua piattaforma personale byNWR. Non è un regista nostalgico del grande schermo, anzi cavalca la ricerca di nuovi linguaggi visivi. «Mi sono trasferito con i miei a New York che ero un ragazzino, ho scoperto il mondo guardando la tv. A Copenaghen c'era un solo canale, all'epoca. All'improvviso ho sperimentato mille realtà diverse attraverso il tasto del telecomando. La mia introduzione al cinema è arrivata per via digitale: è stato un vantaggio, per come il mondo si è trasformato ora. C'è grande fermento e tanta concorrenza, questo fa bene alla creatività. Mi è capitato spesso di essere stroncato, succede quando sei nel giusto». Nella serie c'è anche la sua visione filosofica e morale del mondo, il racconto di un'Apocalisse tra Shakespeare e Sergio Leone: «Racconto di uomini e donne che sono stati dimenticati, lasciati indietro dall'interesse generale, dai politici che conosciamo, dall'ineguaglianza di massa, dal risorgere del fascismo. Cose che sappiamo e che ci fanno venir voglia di bruciare tutto e ricominciare da capo». La turbolenza artistica di Refn è bilanciata da una vita personale da favola, una moglie e due figlie con cui vive a Copenaghen: «Una vita tranquilla, in un paese in cui purtroppo la destra tenta di risollevare la testa». Alla moglie Liv Corfixen, attrice (per Susanne Bier, anche nei primi film del marito) e documentarista, deve tanto: «È l'unica donna che ho avuto, è straordinaria. II documentario che ha girato su di me sul set di Solo Dio perdona, My life directed by Nicolas Winding Refn, era oggettivo, sa essere molto dura con me». Il pallido, glaciale autore si scioglie, cerca sul telefono delle foto con la moglie e le figlie di quindici e nove anni: «La più grande non è interessata ai film, la piccola è una cinefila, insieme guardiamo cartoni e classici in bianco e nero». Refn si alza in piedi: «Vuoi venire con me?», esce nel terrazzo assolato per farci conoscere la moglie. Come succederà nella sua serie tv, la conversazione prosegue con una protagonista femminile.
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Troppo vecchio per morire giovane
lunedì 27 maggio 2019
In #Catch22 Clooney rispolvera le lezioni dei fratelli Coen in una serie con copione già scritto (ennesima serie "tratta da"). Puro esercizio di (buono) stile, nulla più. Il protagonista non buca. Voto: 5⃣
— Leo Damerini (@LeoDamerini) 27 maggio 2019
domenica 26 maggio 2019
venerdì 24 maggio 2019
L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
CORRIERE DELLA SERA
"Catch 22" convince col paradosso anti-militarista
"'Il dolore è utile, è un avvertimento dei pericoli che minacciano il corpo'. Il paradosso, le contraddizioni, l'infinito ed estenuante tentativo di trovare un senso e una logica là dove il senso e la logica latitano e sfuggono. Sono questi i veri protagonisti, gli ingredienti base di Catch 22, la nuova miniserie che vede l'esordio di George Clooney come regista di serialità. Il prodotto, messo in onda sulla piattaforma Hulu e disponibile ora in Italia su Sky Atlantic, è un adattamento del celebre romanzo del 1961 di Joseph Heller, uno dei pilastri della letteratura antimilitarista, già rivisitato dal cinema nel 1970. Catch 22 è un'opera sull'assurdità della guerra, sui suoi rituali, su una disciplina propagandata e sfiancante da risultare persino grottesca. Tra il nucleo di aviatori americani di stanza nel sud Italia, solo il soldato Yo-Yo (Christopher Abbott) sembra accorgersi di tanta bestialità, in un crescendo di ossessioni e rigetti che mettono a nudo il potere, la gerarchia, la sopraffazione impersonati dallo stesso Clooney nei panni del tenente Scheisskopf. La serie si inserisce pienamente nel genere della dark comedy, in cui un tema tabù viene messo in scena nelle sue forme più estremizzate e parodistiche, strappando un sorriso che non è mai compiaciuto, ma fendente, non assolutorio, ma sferzante. L'impianto della serie, girata pressoché interamente in Italia, regge e convince su più fronti, dall'intreccio delle linee (la facciata delle parate, «fatte solo per umiliare», e l'intimità del protagonista) alla fotografia, dal ritmo incalzante delle scene di guerra al valido cast fino all'equilibrio riuscito tra registro ironico e drammatico. Il comma 22 del titolo, quello per cui «chi è pazzo può chiedere di essere esentato dalle missioni di volo, ma chi chiede di essere esentato dalle missioni di volo non è pazzo», rappresenta l'archetipo dell' insensatezza che si fa burocrazia". (Aldo Grasso)
CORRIERE DELLA SERA
"Catch 22" convince col paradosso anti-militarista
"'Il dolore è utile, è un avvertimento dei pericoli che minacciano il corpo'. Il paradosso, le contraddizioni, l'infinito ed estenuante tentativo di trovare un senso e una logica là dove il senso e la logica latitano e sfuggono. Sono questi i veri protagonisti, gli ingredienti base di Catch 22, la nuova miniserie che vede l'esordio di George Clooney come regista di serialità. Il prodotto, messo in onda sulla piattaforma Hulu e disponibile ora in Italia su Sky Atlantic, è un adattamento del celebre romanzo del 1961 di Joseph Heller, uno dei pilastri della letteratura antimilitarista, già rivisitato dal cinema nel 1970. Catch 22 è un'opera sull'assurdità della guerra, sui suoi rituali, su una disciplina propagandata e sfiancante da risultare persino grottesca. Tra il nucleo di aviatori americani di stanza nel sud Italia, solo il soldato Yo-Yo (Christopher Abbott) sembra accorgersi di tanta bestialità, in un crescendo di ossessioni e rigetti che mettono a nudo il potere, la gerarchia, la sopraffazione impersonati dallo stesso Clooney nei panni del tenente Scheisskopf. La serie si inserisce pienamente nel genere della dark comedy, in cui un tema tabù viene messo in scena nelle sue forme più estremizzate e parodistiche, strappando un sorriso che non è mai compiaciuto, ma fendente, non assolutorio, ma sferzante. L'impianto della serie, girata pressoché interamente in Italia, regge e convince su più fronti, dall'intreccio delle linee (la facciata delle parate, «fatte solo per umiliare», e l'intimità del protagonista) alla fotografia, dal ritmo incalzante delle scene di guerra al valido cast fino all'equilibrio riuscito tra registro ironico e drammatico. Il comma 22 del titolo, quello per cui «chi è pazzo può chiedere di essere esentato dalle missioni di volo, ma chi chiede di essere esentato dalle missioni di volo non è pazzo», rappresenta l'archetipo dell' insensatezza che si fa burocrazia". (Aldo Grasso)
giovedì 23 maggio 2019
L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
IL FOGLIO
"Ai confini della realtà" rivisto e corretto
"'Un penny per i tuoi pensieri'. Era un episodio della serie "Ai confini della realtà", andato in onda sulla Cbs nel 1961. La serie originaria era firmata e introdotta da Rod Serling, la parola showrunner ancora non esisteva. Imitata e aggiornata molte volte, anche nel film diretto da Joe Dante nel 1983. Nella serie televisiva del 2002 il narratore era Forrest Whitaker. Nell'ultima - ribattezzata "reboot", ovvero "nuovo inizio", ora usa così - il narratore è Jordan Peele di "Noi". Non l'abbiamo ancora vista, la venerazione che abbiamo per "The Twilight Zone" ha vinto sull'amore che portiamo a Jordan Peele (comunque la Cbs ha già ordinato una seconda stagione). "Un penny per i tuoi pensieri" parte da una moneta che invece di ricadere su una delle due facce ("testa o croce?") rimane in bilico. Da quel momento l'impiegato di banca Mr Poole sente i pensieri della gente attorno a lui, pronunciati con voce forte e chiara. Il capoufficio sposato che organizza il fine settimana con l'amante, il cliente che chiede un prestito per giocarselo alle corse e rimettere in cassa i soldi sottratti alla ditta, il collega che progetta una rapina alla propria banca. Dopo una serie di disastri, Mr Poole capisce che non sempre le persone fanno quel che pensano, e neppure pensano quel che faranno - con buona pace di film tratti da Philip Dick come lo spielberghiano "Minority Report": bisogna arrestare i criminali prima che commettano i delitti, non quando li hanno commessi. Dice tutto quel che gli passa per la testa Ricky Gervais in "After Life", miniserie - "miniserie finora", bisogna sempre precisarlo alla maniera di Homer Simpson - da lui scritta, interpretata e prodotta (su Netflix). Lo ha deciso dopo la morte della moglie Lisa, che bontà sua lo trovava "inetto e adorabile", e gli ha lasciato un video con consigli e incoraggiamenti del tipo "fai mangiare il cane due volte al giorno, metti i piatti sporchi subito nella lavastoviglie sennò si incrostano". Le crediamo sulla parola, quel che vediamo della loro vita coniugale è lui che la sveglia mentre dorme, o la distrae quando dipinge, con la pallina di gomma del cane. Ricky Gervais è arrabbiato, molto arrabbiato. Ed è triste, molto triste. Come il vedovo Jim Carrey nella miniserie "Kidding" diretta da Michel Gondry. Di mestiere fa un programma tv per bambini, mentre Ricky Gervais lavora in un giornale locale gratuito, dove un vecchietto che ha ricevuto cinque cartoline di compleanno identiche è materia da prima pagina. Nel disastroso accoppiamento di ognuno con il proprio lavoro sta metà dell'una e dell'altra serie. L'altra metà riguarda l'elaborazione del lutto: tema doloroso e degnissimo, con sfumature di grottesco - Ricky Gervais sta nel bagno con una lametta in mano, il cane entra per giocare. Jim Carrey è molto più bravo: ha un più forte senso dello spettacolo e sa giocare meglio con i contrasti. Netflix ha lasciato a Mr Gervais le briglie lunghe - come rifiutare qualcosa all'attore, autore, regista di "The Office"? - e il risultato non è brillante. Dovrebbe avere il ritmo della sit-com (oppure, a scelta, fornire personaggi e non macchiette). Invece Ricky Gervais fa sparire chiunque possa metterlo in ombra, non è così che si costruiscono le serie appassionanti. Ci siamo segnati soltanto lo psicoanalista che invece di sbadigliare classicamente mentre il paziente parla litiga su twitter. E la vecchietta che chiacchiera con il marito morto, e teme la pazzia. Ricky Gervais la rassicura: "E' matta solo lui se risponde". (Mariarosa Mancuso)
IL FOGLIO
"Ai confini della realtà" rivisto e corretto
"'Un penny per i tuoi pensieri'. Era un episodio della serie "Ai confini della realtà", andato in onda sulla Cbs nel 1961. La serie originaria era firmata e introdotta da Rod Serling, la parola showrunner ancora non esisteva. Imitata e aggiornata molte volte, anche nel film diretto da Joe Dante nel 1983. Nella serie televisiva del 2002 il narratore era Forrest Whitaker. Nell'ultima - ribattezzata "reboot", ovvero "nuovo inizio", ora usa così - il narratore è Jordan Peele di "Noi". Non l'abbiamo ancora vista, la venerazione che abbiamo per "The Twilight Zone" ha vinto sull'amore che portiamo a Jordan Peele (comunque la Cbs ha già ordinato una seconda stagione). "Un penny per i tuoi pensieri" parte da una moneta che invece di ricadere su una delle due facce ("testa o croce?") rimane in bilico. Da quel momento l'impiegato di banca Mr Poole sente i pensieri della gente attorno a lui, pronunciati con voce forte e chiara. Il capoufficio sposato che organizza il fine settimana con l'amante, il cliente che chiede un prestito per giocarselo alle corse e rimettere in cassa i soldi sottratti alla ditta, il collega che progetta una rapina alla propria banca. Dopo una serie di disastri, Mr Poole capisce che non sempre le persone fanno quel che pensano, e neppure pensano quel che faranno - con buona pace di film tratti da Philip Dick come lo spielberghiano "Minority Report": bisogna arrestare i criminali prima che commettano i delitti, non quando li hanno commessi. Dice tutto quel che gli passa per la testa Ricky Gervais in "After Life", miniserie - "miniserie finora", bisogna sempre precisarlo alla maniera di Homer Simpson - da lui scritta, interpretata e prodotta (su Netflix). Lo ha deciso dopo la morte della moglie Lisa, che bontà sua lo trovava "inetto e adorabile", e gli ha lasciato un video con consigli e incoraggiamenti del tipo "fai mangiare il cane due volte al giorno, metti i piatti sporchi subito nella lavastoviglie sennò si incrostano". Le crediamo sulla parola, quel che vediamo della loro vita coniugale è lui che la sveglia mentre dorme, o la distrae quando dipinge, con la pallina di gomma del cane. Ricky Gervais è arrabbiato, molto arrabbiato. Ed è triste, molto triste. Come il vedovo Jim Carrey nella miniserie "Kidding" diretta da Michel Gondry. Di mestiere fa un programma tv per bambini, mentre Ricky Gervais lavora in un giornale locale gratuito, dove un vecchietto che ha ricevuto cinque cartoline di compleanno identiche è materia da prima pagina. Nel disastroso accoppiamento di ognuno con il proprio lavoro sta metà dell'una e dell'altra serie. L'altra metà riguarda l'elaborazione del lutto: tema doloroso e degnissimo, con sfumature di grottesco - Ricky Gervais sta nel bagno con una lametta in mano, il cane entra per giocare. Jim Carrey è molto più bravo: ha un più forte senso dello spettacolo e sa giocare meglio con i contrasti. Netflix ha lasciato a Mr Gervais le briglie lunghe - come rifiutare qualcosa all'attore, autore, regista di "The Office"? - e il risultato non è brillante. Dovrebbe avere il ritmo della sit-com (oppure, a scelta, fornire personaggi e non macchiette). Invece Ricky Gervais fa sparire chiunque possa metterlo in ombra, non è così che si costruiscono le serie appassionanti. Ci siamo segnati soltanto lo psicoanalista che invece di sbadigliare classicamente mentre il paziente parla litiga su twitter. E la vecchietta che chiacchiera con il marito morto, e teme la pazzia. Ricky Gervais la rassicura: "E' matta solo lui se risponde". (Mariarosa Mancuso)
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martedì 21 maggio 2019
PICCOLO GRANDE SCHERMO - Clamoroso al Cibali! "True Lies" diventerà una serie tv firmata da McG ("The OC", "Nikita", "Chuck"), Schwarzenegger possibile nel cast. Eliza Dushku promossa a protagonista?
News tratta da Slashfilm.com
McG, director of the Charlie’s Angels films, Terminator: Salvation and more, is set to turn James Cameron’s 1994 action-comedy True Lies into a TV series for Disney+. Yes, really. While a True Lies series may not seem like an obvious choice for Disney’s streaming service, the House of Mouse owns the title now, and damn it, they’re going to make use of it. And in case you were wondering, yes, James Cameron is aware of this, and gave McG his blessing. More on the True Lies TV series below. True Lies is one of James Cameron’s best movies. A funny, action-packed showcase for both Arnold Schwarzenegger and Jamie Lee Curtis, it told the story of a man leading a double-life. Harry Tasker (Schwarzenegger) seems like a boring (but muscular) dweeb to his wife (Curtis) and daughter (Eliza Dushku). But he’s actually an ass-kicking secret agent. Eventually, Harry’s family ends up learning who he really is. Jokes, explosions and striptease scenes follow. This concept of a spy leading a double life lends itself perfectly to TV, and has been used as the premise for shows before – most recently The Americans. Enter McG, who tells Collider (via The Playlist) that he’s in the process of adapting Cameron’s movie into a new series for Disney+. “So, True Lies at Disney+, which is exciting,” McG says. “I’m writing that one, which is very exciting, because I’m so passionate about that story where you think you know your partner but you don’t.”
News tratta da Slashfilm.com
McG, director of the Charlie’s Angels films, Terminator: Salvation and more, is set to turn James Cameron’s 1994 action-comedy True Lies into a TV series for Disney+. Yes, really. While a True Lies series may not seem like an obvious choice for Disney’s streaming service, the House of Mouse owns the title now, and damn it, they’re going to make use of it. And in case you were wondering, yes, James Cameron is aware of this, and gave McG his blessing. More on the True Lies TV series below. True Lies is one of James Cameron’s best movies. A funny, action-packed showcase for both Arnold Schwarzenegger and Jamie Lee Curtis, it told the story of a man leading a double-life. Harry Tasker (Schwarzenegger) seems like a boring (but muscular) dweeb to his wife (Curtis) and daughter (Eliza Dushku). But he’s actually an ass-kicking secret agent. Eventually, Harry’s family ends up learning who he really is. Jokes, explosions and striptease scenes follow. This concept of a spy leading a double life lends itself perfectly to TV, and has been used as the premise for shows before – most recently The Americans. Enter McG, who tells Collider (via The Playlist) that he’s in the process of adapting Cameron’s movie into a new series for Disney+. “So, True Lies at Disney+, which is exciting,” McG says. “I’m writing that one, which is very exciting, because I’m so passionate about that story where you think you know your partner but you don’t.”
McG also added that he got James Cameron’s blessing on the project. At one point, Cameron was hoping to make a True Lies sequel, but later cancelled the idea after the September 11th terrorist attacks. As for the new TV series, McG says he’ll be spending the summer writing the show. The director has some history with spy TV. He was the executive producer of Chuck, about a computer whiz who inadvertently ends up working for the CIA. McG also doesn’t rule out the idea of Arnold Schwarzenegger popping-up in the show. “There’s talk of that,” the filmmaker says. “It’s largely rebooted but there may be a spot there, we’ll see.” I have a feeling a Schwarzenegger cameo is unlikely, but you never know. This isn’t the first time word of a possible True Lies TV series has surfaced. Back in 2017, Fox was developing a True Lies TV series of their own, with McG attached to direct the pilot. That didn’t pan out, obviously.
domenica 19 maggio 2019
NEWS - Clamoroso al Cibali! Monta la protesta sul finale di "Game of Thrones": "va riscritto!"
Articolo tratto dal "Corriere della Sera"
L' ottava stagione di Trono di spade va riscritta da scrittori competenti. Questo l'ordine imperioso trasmesso a Hbo, tramite la piattaforma di petizioni online Change.org, dai fan. In quasi un milione hanno firmato l'appello che chiede un finale diverso per una delle serie tv più amate di sempre. A dare fuoco alle polveri della rivolta social è stato l'agguerrito Dylan D. da Fort Worth, Texas. Che qualche giorno dopo la messa in onda del quarto episodio (in prima tv Usa il 5 maggio, da noi trasmesso il 13), non ci ha più visto. «Ero deluso e arrabbiato» ha spiegato in un lungo post su Change.org: di qui la decisione di chiedere le «teste» degli sceneggiatori. «David Benioff e D.B. Weiss» si è sfogato Dylan D. su Change.org «hanno dimostrato di essere degli scrittori miseramente incompetenti in mancanza di materiale di riferimento», alludendo agli ultimi due romanzi inediti («Winds of Winter» e «Dream of Spring») di George R.R. Martin, il «padre» di Trono di spade. Insomma: senza i libri, sostengono i fan, Benioff e Weiss hanno «floppato». «Gli episodi sono scritti in modo approssimativo», «I colpi di scena non sono stati adeguatamente impostati», «Le motivazioni dei personaggi non sembrano plausibili» le lamentele più ricorrenti tra i firmatari della petizione. «Questa stagione — sintetizza un utente — ha demolito tutto ciò che è stato costruito durante la serie, come conseguenza di una narrazione raffazzonata, di uno scarso sviluppo dei personaggi e di una generale sciatteria». «Hanno rovinato la serie tv più bella di sempre. Questi due non devono nemmeno avvicinarsi a Star Wars», ha rincarato la dose uno dei «rivoltosi» riferendosi al fatto che Benioff e Weiss cureranno la sceneggiatura della prossima trilogia di Guerre Stellari (a onore di cronaca va ricordato che nemmeno i film del franchise creato da George Lucas sono estranei a proteste: dopo l'uscita di Star Wars: L'ultimo Jedi, fu lanciata una petizione per rimuovere l'episodio dal canone ufficiale, sostenuta da u6.945 firmatari; certo, un'inezia di fronte all'armata del milione sollevata da Dylan D.). Dato il costo di ciascun episodio — circa 15 milioni di dollari (13,4 milioni di euro) — è molto improbabile che Hbo ceda alle richieste dei fan. Ne è consapevole Dylan D. per primo: «Ma, come dice il Joker di Heath Ledger, "Non si tratta di soldi, si tratta di inviare un messaggio"». D'altro canto, non si può non considerare che il suasi milione di firmatari non e che una piccola parte di quei 18,4 milioni di spettatori che, secondo i dati diffusi da Hbo, hanno seguito gli episodi incriminati. Tra chi li difende, per esempio, c'è Stephen King: «A me l'ultima stagione è piaciuta molto», scrive su Twitter. «C'è stata molta negatività, ma credo che sia perché la gente non vuole che Trono di spade finisca». Né, del resto, «quei due», Benioff e Weiss, potevano ignorare la bufera social. «Una buona storia non è tale se non ha un buon finale» hanno detto a Entertainment Weekly. «Certo che siamo preoccupati». Hbo non ha fino a oggi rilasciato alcun commento. Forse per il canale parlerà l'ultimo episodio, in onda stasera negli Usa (domani in Italia).
Articolo tratto dal "Corriere della Sera"
L' ottava stagione di Trono di spade va riscritta da scrittori competenti. Questo l'ordine imperioso trasmesso a Hbo, tramite la piattaforma di petizioni online Change.org, dai fan. In quasi un milione hanno firmato l'appello che chiede un finale diverso per una delle serie tv più amate di sempre. A dare fuoco alle polveri della rivolta social è stato l'agguerrito Dylan D. da Fort Worth, Texas. Che qualche giorno dopo la messa in onda del quarto episodio (in prima tv Usa il 5 maggio, da noi trasmesso il 13), non ci ha più visto. «Ero deluso e arrabbiato» ha spiegato in un lungo post su Change.org: di qui la decisione di chiedere le «teste» degli sceneggiatori. «David Benioff e D.B. Weiss» si è sfogato Dylan D. su Change.org «hanno dimostrato di essere degli scrittori miseramente incompetenti in mancanza di materiale di riferimento», alludendo agli ultimi due romanzi inediti («Winds of Winter» e «Dream of Spring») di George R.R. Martin, il «padre» di Trono di spade. Insomma: senza i libri, sostengono i fan, Benioff e Weiss hanno «floppato». «Gli episodi sono scritti in modo approssimativo», «I colpi di scena non sono stati adeguatamente impostati», «Le motivazioni dei personaggi non sembrano plausibili» le lamentele più ricorrenti tra i firmatari della petizione. «Questa stagione — sintetizza un utente — ha demolito tutto ciò che è stato costruito durante la serie, come conseguenza di una narrazione raffazzonata, di uno scarso sviluppo dei personaggi e di una generale sciatteria». «Hanno rovinato la serie tv più bella di sempre. Questi due non devono nemmeno avvicinarsi a Star Wars», ha rincarato la dose uno dei «rivoltosi» riferendosi al fatto che Benioff e Weiss cureranno la sceneggiatura della prossima trilogia di Guerre Stellari (a onore di cronaca va ricordato che nemmeno i film del franchise creato da George Lucas sono estranei a proteste: dopo l'uscita di Star Wars: L'ultimo Jedi, fu lanciata una petizione per rimuovere l'episodio dal canone ufficiale, sostenuta da u6.945 firmatari; certo, un'inezia di fronte all'armata del milione sollevata da Dylan D.). Dato il costo di ciascun episodio — circa 15 milioni di dollari (13,4 milioni di euro) — è molto improbabile che Hbo ceda alle richieste dei fan. Ne è consapevole Dylan D. per primo: «Ma, come dice il Joker di Heath Ledger, "Non si tratta di soldi, si tratta di inviare un messaggio"». D'altro canto, non si può non considerare che il suasi milione di firmatari non e che una piccola parte di quei 18,4 milioni di spettatori che, secondo i dati diffusi da Hbo, hanno seguito gli episodi incriminati. Tra chi li difende, per esempio, c'è Stephen King: «A me l'ultima stagione è piaciuta molto», scrive su Twitter. «C'è stata molta negatività, ma credo che sia perché la gente non vuole che Trono di spade finisca». Né, del resto, «quei due», Benioff e Weiss, potevano ignorare la bufera social. «Una buona storia non è tale se non ha un buon finale» hanno detto a Entertainment Weekly. «Certo che siamo preoccupati». Hbo non ha fino a oggi rilasciato alcun commento. Forse per il canale parlerà l'ultimo episodio, in onda stasera negli Usa (domani in Italia).
sabato 18 maggio 2019
giovedì 16 maggio 2019
L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
LA STAMPA
Da "Lost a "Game Of Thrones", quei finali a rischio delusione delle serie tv
"Otto stagioni. Cento milioni di budget a stagione. Quattordici uccisioni in media a puntata. Settantadue episodi fino a oggi. L'ultimo, il numero 73, andrà in onda in Usa il 19 maggio e il 20 in Italia: scritto e diretto da David Benioff e Dan Weiss durerà 80 minuti e metterà la parola fine a Game of Thrones, una delle serie più amate, seguite e discusse della storia della televisione. Ipotesi su come finiranno le avventure degli abitanti di Westeros tante. Certezze poche, anzi una: l'ultimo episodio lascerà alcuni fan insoddisfatti, frustrati, arrabbiati. Quanti non si sa, ma a giudicare dalle reazioni al penultimo episodio, quello andato in onda lunedì sera, tanti, anche se non scendiamo in particolari per evitare spoiler a chi la deve ancora vedere. E ora si teme per il gran finale: otto anni dietro a una storia per poi rimanere delusi. Eppure è inevitabile, un po' perché si tratta di elaborazione del lutto e a nessuno piace separarsi da personaggi che per quanto fittizi ci hanno fatto provare emozioni. Un po' perché accontentare tutti non è possibile, ci sarà sempre qualcuno che si lamenta. Non è la prima volta che succede. A guardare indietro sono pochi i casi in cui alla parola fine tutti gridano al capolavoro. Più spesso ci sono critiche, incredibilità, accuse agli sceneggiatori di non essere stati capaci di trovare una alternativa narrativa migliore. I fan de I Soprano ancora non si danno pace per quello schermo nero ritenuto universalmente come uno dei fmali più controversi mai trasmessi. All'epoca, le accuse a Davide Chase furono di essere stato criptico, di aver lasciato troppo spazio all'interpretazione, di fatto fuggendo alla sua responsabilità, tanto che aventi anni da quell'episodio, ancora si discute se Tony Soprano sia mono oppure no (lo è, ha confermato Chase due mesi fa). Critiche simili furono mosse per Lost. Quando, nel 2000, andò in onda l'ultima puntata in molti si sentirono presi in giro per la mancanza di risposte alle troppe domande lasciate aperte. Più recentemente è toccato a Dexter, a The Americans, persino a una sitcom leggera come E alla fine arriva mamma: quasi un decennio per farci incontrare la donna dei sogni del protagonista e dieci minuti per farla morire di una misteriosa malattia? Ma come si permettono? Se c'è una cosa che accomuna gli spettatori delusi è la sensazione di essere stati traditi, che quel rapporto di fiducia tra chi segue da casa e investe tempo e emozioni e chi quelle emozioni dovrebbe gestirle al meglio si è rotto. Lo sa bene George RR Martin, autore dei libri da cui è tratto Trono di Spade. Fan di Lost, persino lui dichiarò di essersi sentito ingannato da quell'ultimo, deludente episodio". (Simona Siri)
LA STAMPA
Da "Lost a "Game Of Thrones", quei finali a rischio delusione delle serie tv
"Otto stagioni. Cento milioni di budget a stagione. Quattordici uccisioni in media a puntata. Settantadue episodi fino a oggi. L'ultimo, il numero 73, andrà in onda in Usa il 19 maggio e il 20 in Italia: scritto e diretto da David Benioff e Dan Weiss durerà 80 minuti e metterà la parola fine a Game of Thrones, una delle serie più amate, seguite e discusse della storia della televisione. Ipotesi su come finiranno le avventure degli abitanti di Westeros tante. Certezze poche, anzi una: l'ultimo episodio lascerà alcuni fan insoddisfatti, frustrati, arrabbiati. Quanti non si sa, ma a giudicare dalle reazioni al penultimo episodio, quello andato in onda lunedì sera, tanti, anche se non scendiamo in particolari per evitare spoiler a chi la deve ancora vedere. E ora si teme per il gran finale: otto anni dietro a una storia per poi rimanere delusi. Eppure è inevitabile, un po' perché si tratta di elaborazione del lutto e a nessuno piace separarsi da personaggi che per quanto fittizi ci hanno fatto provare emozioni. Un po' perché accontentare tutti non è possibile, ci sarà sempre qualcuno che si lamenta. Non è la prima volta che succede. A guardare indietro sono pochi i casi in cui alla parola fine tutti gridano al capolavoro. Più spesso ci sono critiche, incredibilità, accuse agli sceneggiatori di non essere stati capaci di trovare una alternativa narrativa migliore. I fan de I Soprano ancora non si danno pace per quello schermo nero ritenuto universalmente come uno dei fmali più controversi mai trasmessi. All'epoca, le accuse a Davide Chase furono di essere stato criptico, di aver lasciato troppo spazio all'interpretazione, di fatto fuggendo alla sua responsabilità, tanto che aventi anni da quell'episodio, ancora si discute se Tony Soprano sia mono oppure no (lo è, ha confermato Chase due mesi fa). Critiche simili furono mosse per Lost. Quando, nel 2000, andò in onda l'ultima puntata in molti si sentirono presi in giro per la mancanza di risposte alle troppe domande lasciate aperte. Più recentemente è toccato a Dexter, a The Americans, persino a una sitcom leggera come E alla fine arriva mamma: quasi un decennio per farci incontrare la donna dei sogni del protagonista e dieci minuti per farla morire di una misteriosa malattia? Ma come si permettono? Se c'è una cosa che accomuna gli spettatori delusi è la sensazione di essere stati traditi, che quel rapporto di fiducia tra chi segue da casa e investe tempo e emozioni e chi quelle emozioni dovrebbe gestirle al meglio si è rotto. Lo sa bene George RR Martin, autore dei libri da cui è tratto Trono di Spade. Fan di Lost, persino lui dichiarò di essersi sentito ingannato da quell'ultimo, deludente episodio". (Simona Siri)
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martedì 14 maggio 2019
NEWS - Clamoroso al Cibali! "Game of Thrones" non finirà mai: smentite voci di ultimi due capitoli letterari di George R.R. Martin
News tratta da "Just Jared"
News tratta da "Just Jared"
Game of Thrones author George R.R. Martin is speaking out about rumors surrounding his final two novels. According to GOT actor Ian McElhinney, George had already finished The Winds of Winter and A Dream of Spring but was waiting for the HBO series to conclude before publishing them. “It boggles me that anyone would believe this story, even for an instant. It makes not a whit of sense. Why would I sit for years on completed novels?” George wrote on his blog.
He continue, “I will, however, say for the record — no, The Winds of Winter and A Dream of Spring are not finished. Dream is not even begun; I am not going to start writing volume seven until I finish volume six. No, the books are not done. HBO did not ask me to delay them. Nor did David [Benioff] & Dan [Weiss]. There is no ‘deal’ to hold back on the books.”
George‘s most recent book in the series, A Dance with Dragons, was published in 2011.
HBO used the first five GOT books to create the series and were given an outline about how George planned to end the final two novels.
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