Richard Madden gets down and dirty on the cover of Interview Magazine‘s Spring 2019 issue.
venerdì 12 aprile 2019
GOSSIP - Mad(den) Man! Dopo "GOT" tocca diventare...super-eroi!
Richard Madden gets down and dirty on the cover of Interview Magazine‘s Spring 2019 issue.
Richard Madden gets down and dirty on the cover of Interview Magazine‘s Spring 2019 issue.
The 32-year-old actor, who stars in the movie Rocketman, chatted with the film’s subject Elton John for his interview. Here’s what he shared:
On moving to Los Angeles: “I’ve been rather disinterested in living in L.A. for most of my career, but I’ve recently spent a lot more time here. It suits me more, it’s a much more proactive place. I can be lazier in London than I can be in L.A.”
On where he wants to be in five years: “I have no idea. I want to be happy. I want to be settled, calmer than I have been in my twenties. I want to be in a solid place where I can keep trying to get better at what I’m doing.”
On baring his soul on stage: “Nothing is more terrifying to me than standing up in front of a room of ten people. I was presenting at an awards ceremony the other week, physically shaking onstage, so much that I was sweating. But I can get naked onstage in front of 2,000 people as another character and it’s not an issue.”
On possibly playing a superhero: “You learn different skills from doing different things. Slam me in a bunch of Lycra and ask me to be a superhero, okay. Let’s work out how to do that and be honest within it.”
mercoledì 10 aprile 2019
L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
IL FOGLIO
Occhio a "Fosse/Verdon", biografia di coppia sulla grande Broadway che non c'è più
"Bob Fosse lo conosciamo, per "Cabaret", per "Lenny" e per "All That Jazz - Lo spettacolo comincia": l'autobiografia con l'angelo della morte che aspetta il suo tributo, dopo un infarto. Gwen Verdon la conosciamo meno. Prima che cominci la litania "grandi uomini arrampicati sulle spalle di una grande donna" va chiarito che lavorava a Broadway, che fu lei la prima Roxie - l'assassina in cerca di celebrità -nel musical teatrale "Chicago". Bob Fosse lo aveva costruito sulla bravura di Gwen Verdon, come "Sweet Charity", molto liberamente tratto da "Le notti di Cabiria" di Federico Fellini. Per agevolare il delicato passaggio da Broadway a Hollywood, i produttori pretesero un'attrice e ballerina conosciuta da chi andava al cinema. La parte della "ragazza che voleva essere amata", (come suggerisce il titolo italiano del film, toccò a Shirley MacLaine. E non fu un gran successo. Speriamo che la miniserie "Fosse/Verdon" (8 episodi, dal 18 aprile su Fox Life, con pochi giorni di ritardo rispetto all'uscita americana su FX) non insista sulle amanti di lui - non c'era ballerina che gli sfuggisse - e sulle sofferenze di lei, che continuò a far coppia nelle coreografie anche quando non stavano più insieme. In tempi di #Metoo non si è mai abbastanza diffidenti. E il filone "artisti vampiri, compagne che si fanno mordere sul collo" era già stato ampiamente sfruttato. Speriamo, perché la storia da raccontare ripercorre gli anni d'oro di Broadway, dove succedevano cose più interessanti dei tradimenti (le corna succedono in tutti i luoghi di lavoro, anche tra le scrivanie). Lin-Manuel Miranda di "Hamilton" sarà il produttore esecutivo, da uno che ha saputo scrivere un musical sulla Costituzione americana e il padre fondatore che sta sul biglietto di dieci dollari aspettiamo grandi cose. Ci aspettiamo grandi cose anche da Sam Rockwell e Michelle Williams, gli attori scelti nei ruoli di Bob Fosse e Gwen Verdon. Con uso di tip tap, certo, mischiato con la danza moderna e il jazz. Segni particolari: le ginocchia a spigolo, e quel lavorio di mani che si riconosce all'istante. Gli attori americani sanno far tutto e non temono di apparire calvi. Bob Fosse si era fatto notare nel film "Kiss me Kate" (le musiche erano di Cole Porter) tratto da "La bisbetica domata" di Shakespeare. I bisticci tra Caterina e Petruccio erano raddoppiati nella trama dai litigi tra gli attori, coniugi rissosamente divorziati, mentre due gangster venuti a riscuotere un debito di gioco pretendevano un posticino sul palco (per cantare "Brush up Your Shakespeare", a quel tempo anche il recupero crediti frequentava scuole decenti). Ma appunto era calvo, aveva più possibilità dietro le quinte, come coreografo (8 Tony Award) e regista (un altro Tony Award). Gwen Verdon era già una star, quando incontrò il coreografo: fu lei a intercedere per una seconda possibilità cinematografica, dopo l'insuccesso della prima. Il film era "Cabaret", fruttò a Bob Fosse il successo e la bellezza di otto Oscar (la Palma d'oro a Cannes arriverà per "All That Jazz", a pari merito con Akira Kurosawa per "Rashomon", presidente di giuria era Kirk Douglas, cose che succedevano nel 1980). E siamo al secondo grande rischio che la miniserie ha scelto di correre: trovare due attori in grado di rendere giustizia a Liza Minnelli e al maestro di cerimonie Joel Grey. Bob Fosse ballò il tip tap al funerale dell'amico sceneggiatore Paddy Chayefsky, glielo aveva promesso e mantenne la parola. Son queste le scene che aspettiamo: le corna e le ripicche coniugali gira e rigira sono sempre le stesse". (Mariarosa Mancuso)
IL FOGLIO
Occhio a "Fosse/Verdon", biografia di coppia sulla grande Broadway che non c'è più
"Bob Fosse lo conosciamo, per "Cabaret", per "Lenny" e per "All That Jazz - Lo spettacolo comincia": l'autobiografia con l'angelo della morte che aspetta il suo tributo, dopo un infarto. Gwen Verdon la conosciamo meno. Prima che cominci la litania "grandi uomini arrampicati sulle spalle di una grande donna" va chiarito che lavorava a Broadway, che fu lei la prima Roxie - l'assassina in cerca di celebrità -nel musical teatrale "Chicago". Bob Fosse lo aveva costruito sulla bravura di Gwen Verdon, come "Sweet Charity", molto liberamente tratto da "Le notti di Cabiria" di Federico Fellini. Per agevolare il delicato passaggio da Broadway a Hollywood, i produttori pretesero un'attrice e ballerina conosciuta da chi andava al cinema. La parte della "ragazza che voleva essere amata", (come suggerisce il titolo italiano del film, toccò a Shirley MacLaine. E non fu un gran successo. Speriamo che la miniserie "Fosse/Verdon" (8 episodi, dal 18 aprile su Fox Life, con pochi giorni di ritardo rispetto all'uscita americana su FX) non insista sulle amanti di lui - non c'era ballerina che gli sfuggisse - e sulle sofferenze di lei, che continuò a far coppia nelle coreografie anche quando non stavano più insieme. In tempi di #Metoo non si è mai abbastanza diffidenti. E il filone "artisti vampiri, compagne che si fanno mordere sul collo" era già stato ampiamente sfruttato. Speriamo, perché la storia da raccontare ripercorre gli anni d'oro di Broadway, dove succedevano cose più interessanti dei tradimenti (le corna succedono in tutti i luoghi di lavoro, anche tra le scrivanie). Lin-Manuel Miranda di "Hamilton" sarà il produttore esecutivo, da uno che ha saputo scrivere un musical sulla Costituzione americana e il padre fondatore che sta sul biglietto di dieci dollari aspettiamo grandi cose. Ci aspettiamo grandi cose anche da Sam Rockwell e Michelle Williams, gli attori scelti nei ruoli di Bob Fosse e Gwen Verdon. Con uso di tip tap, certo, mischiato con la danza moderna e il jazz. Segni particolari: le ginocchia a spigolo, e quel lavorio di mani che si riconosce all'istante. Gli attori americani sanno far tutto e non temono di apparire calvi. Bob Fosse si era fatto notare nel film "Kiss me Kate" (le musiche erano di Cole Porter) tratto da "La bisbetica domata" di Shakespeare. I bisticci tra Caterina e Petruccio erano raddoppiati nella trama dai litigi tra gli attori, coniugi rissosamente divorziati, mentre due gangster venuti a riscuotere un debito di gioco pretendevano un posticino sul palco (per cantare "Brush up Your Shakespeare", a quel tempo anche il recupero crediti frequentava scuole decenti). Ma appunto era calvo, aveva più possibilità dietro le quinte, come coreografo (8 Tony Award) e regista (un altro Tony Award). Gwen Verdon era già una star, quando incontrò il coreografo: fu lei a intercedere per una seconda possibilità cinematografica, dopo l'insuccesso della prima. Il film era "Cabaret", fruttò a Bob Fosse il successo e la bellezza di otto Oscar (la Palma d'oro a Cannes arriverà per "All That Jazz", a pari merito con Akira Kurosawa per "Rashomon", presidente di giuria era Kirk Douglas, cose che succedevano nel 1980). E siamo al secondo grande rischio che la miniserie ha scelto di correre: trovare due attori in grado di rendere giustizia a Liza Minnelli e al maestro di cerimonie Joel Grey. Bob Fosse ballò il tip tap al funerale dell'amico sceneggiatore Paddy Chayefsky, glielo aveva promesso e mantenne la parola. Son queste le scene che aspettiamo: le corna e le ripicche coniugali gira e rigira sono sempre le stesse". (Mariarosa Mancuso)
martedì 9 aprile 2019
lunedì 8 aprile 2019
NEWS - Clamoroso al Cibali! "Better Call Saul" non tornerà prima del 2020...E sul link con i personaggi di "Breaking Bad" e il film...
News tratta da "Uproxx"
When we last left Better Call Saul, Jimmy McGill — who never quite got over his brother’s death, or the shadow of his brother that hung over him — had fully transformed into Saul Goodman. We haven’t got a ton of details about where Better Call Saul will be headed in season five, though it appears that Saul will explore the relationship between Kim and Jimmy now that Jimmy is Saul. Unfortunately, fans of the series are going to have to wait for a while before the next season of Better Call Saul arrives on AMC. During an earnings call with AMC this week, we learned that the Breaking Bad spin-off will not be returning in 2019. The head of AMC, Sarah Barnett, would not offer anything else about the series, except that talent concerns drove the decision, and that Saul is closer to the end than it is the beginning. The move actually makes sense. The series has taken longer in the last two seasons than the first two seasons (seasons one and two began in February, while season 3 began in April and season 4 in August). We’re it to follow a similar schedule, it would premiere in October, which is when The Walking Dead typically debuts, so it’s probably best to hold it until either the interim between the two halves of The Walking Dead or April 2020, when The Walking Dead is wrapping up its tenth season. It also makes sense because Peter Gould and Vince Gillian typically take at least a full six months to write the season before shooting even begins, and Saul may take more finessing, particularly if it needs to work in conjunction with the Breaking Bad movie, which is expected to center on Aaron Paul’s character in a post-Breaking Bad world. That might also entail crossing paths with Gene, the future incarnation of Saul Goodman, who currently lives in Nebraska. As Better Call Saul approaches the Breaking Bad timeline, there’s also a higher degree of difficulty where it concerns the writing (and possibly more scheduling conflicts, should additional Breaking Bad characters need to be added to the mix). In either case, it’s going to be a long wait for season 5 of Better Call Saul, but if there’s one thing we know from past seasons, it’s that it will be worth it. In the meantime, Killing Eve, which will now air on both BBC America and AMC, may satiate the fix for those looking for a smart, sophisticated drama.
News tratta da "Uproxx"
When we last left Better Call Saul, Jimmy McGill — who never quite got over his brother’s death, or the shadow of his brother that hung over him — had fully transformed into Saul Goodman. We haven’t got a ton of details about where Better Call Saul will be headed in season five, though it appears that Saul will explore the relationship between Kim and Jimmy now that Jimmy is Saul. Unfortunately, fans of the series are going to have to wait for a while before the next season of Better Call Saul arrives on AMC. During an earnings call with AMC this week, we learned that the Breaking Bad spin-off will not be returning in 2019. The head of AMC, Sarah Barnett, would not offer anything else about the series, except that talent concerns drove the decision, and that Saul is closer to the end than it is the beginning. The move actually makes sense. The series has taken longer in the last two seasons than the first two seasons (seasons one and two began in February, while season 3 began in April and season 4 in August). We’re it to follow a similar schedule, it would premiere in October, which is when The Walking Dead typically debuts, so it’s probably best to hold it until either the interim between the two halves of The Walking Dead or April 2020, when The Walking Dead is wrapping up its tenth season. It also makes sense because Peter Gould and Vince Gillian typically take at least a full six months to write the season before shooting even begins, and Saul may take more finessing, particularly if it needs to work in conjunction with the Breaking Bad movie, which is expected to center on Aaron Paul’s character in a post-Breaking Bad world. That might also entail crossing paths with Gene, the future incarnation of Saul Goodman, who currently lives in Nebraska. As Better Call Saul approaches the Breaking Bad timeline, there’s also a higher degree of difficulty where it concerns the writing (and possibly more scheduling conflicts, should additional Breaking Bad characters need to be added to the mix). In either case, it’s going to be a long wait for season 5 of Better Call Saul, but if there’s one thing we know from past seasons, it’s that it will be worth it. In the meantime, Killing Eve, which will now air on both BBC America and AMC, may satiate the fix for those looking for a smart, sophisticated drama.
domenica 7 aprile 2019
SGUARDO FETISH - Kit Harington fa il travesta al "Saturday Night Live"! E "le" riesce bene...
Kit Harington shows off his six pack abs while doing a striptease for a sketch on his episode of Saturday Night Live on Saturday (April 6) in New York City. The 32-year-old Game of Thrones actor played a man who crashed his fiancee’s bachelorette party to do a burlesque striptease dance for the bridal party. Kate McKinnon played a woman who taught Kit the art of burlesque and she sat in the corner with a cigarette while watching the dance. At the end of the sketch, we found out that Melissa Villasenor‘s character, who was praising Kit‘s body, was actually his sister! Make sure to watch the opening monologue, featuring surprise appearances from Game of Thrones cast members!
Kit Harington shows off his six pack abs while doing a striptease for a sketch on his episode of Saturday Night Live on Saturday (April 6) in New York City. The 32-year-old Game of Thrones actor played a man who crashed his fiancee’s bachelorette party to do a burlesque striptease dance for the bridal party. Kate McKinnon played a woman who taught Kit the art of burlesque and she sat in the corner with a cigarette while watching the dance. At the end of the sketch, we found out that Melissa Villasenor‘s character, who was praising Kit‘s body, was actually his sister! Make sure to watch the opening monologue, featuring surprise appearances from Game of Thrones cast members!
He's so naughty. 🌹 #SNL pic.twitter.com/2BCCt65opu— Saturday Night Live - SNL (@nbcsnl) 7 aprile 2019
sabato 6 aprile 2019
mercoledì 3 aprile 2019
L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
CORRIERE DELLA SERA
Dempsey salva l'ambiziosa "La verità sul caso Harry Quebert"
"La verità sul caso Harry Quebert, serie americana diretta da Jean-Jacques Annaud, è un'operazione ambiziosa che riesce nell'intento di serializzare un romanzo di successo, dove espedienti letterari piuttosto tradizionali (lo scrittore di fama in crisi e la sindrome della pagina bianca, il legame intellettuale tra generazioni, i segreti amorosi e sessuali) si fondono in un thriller mai scontato (Sky Atlantic). Tratta dall'omonimo romanzo di Joel Dicker (un'opera monumentale da 800 pagine e tre milioni di copie vendute), la serie è un adattamento fedele tanto da non rinunciare alla voce fuori campo, quella del giovane scrittore Marcus Goldman, che aiuta a dipanarsi in una trama e in una sovrapposizione temporale non sempre lineari e accessibili. La vicenda ruota attorno allo scrittore Harry Quebert (Patrick Dempsey) ritirato nella sua casa di Sommerdale, nel Maine, e incrocia diversi livelli; l'incontro con Nola Kellergan, una quindicenne del posto, il legame d'amicizia con Goldman, suo ex brillante studente, l'improvvisa accelerazione di eventi drammatici. La verità sul caso Harry Quebert si apre trasportando lo spettatore in un'oscillazione continua tra il Maine del 1975, anno dell'incontro casuale tra Quebert e Nola (un nome che rimanda forse alla Lolita di Nabokov?) e la New York del 2008, dove Marcus Goldman, in crisi d'ispirazione, decide di affidarsi al suo vecchio maestro. Si trasferisce così nella residenza di Quebert, dove scopre il segreto dell'antica relazione dello scrittore con Nola e dove poco dopo vengono ritrovati i resti della giovane. In un'altalena continua tra battute rapide e non proprio riuscite («ho imparato che della gente non ti puoi mai fidare») e rallentamenti in cui le carte si dispiegano poco per volta, la serie riesce grazie soprattutto alla bravura di Dempsey a sopperire a cambi di ritmo spesso forzati e contrastanti". (Aldo Grasso)
CORRIERE DELLA SERA
Dempsey salva l'ambiziosa "La verità sul caso Harry Quebert"
"La verità sul caso Harry Quebert, serie americana diretta da Jean-Jacques Annaud, è un'operazione ambiziosa che riesce nell'intento di serializzare un romanzo di successo, dove espedienti letterari piuttosto tradizionali (lo scrittore di fama in crisi e la sindrome della pagina bianca, il legame intellettuale tra generazioni, i segreti amorosi e sessuali) si fondono in un thriller mai scontato (Sky Atlantic). Tratta dall'omonimo romanzo di Joel Dicker (un'opera monumentale da 800 pagine e tre milioni di copie vendute), la serie è un adattamento fedele tanto da non rinunciare alla voce fuori campo, quella del giovane scrittore Marcus Goldman, che aiuta a dipanarsi in una trama e in una sovrapposizione temporale non sempre lineari e accessibili. La vicenda ruota attorno allo scrittore Harry Quebert (Patrick Dempsey) ritirato nella sua casa di Sommerdale, nel Maine, e incrocia diversi livelli; l'incontro con Nola Kellergan, una quindicenne del posto, il legame d'amicizia con Goldman, suo ex brillante studente, l'improvvisa accelerazione di eventi drammatici. La verità sul caso Harry Quebert si apre trasportando lo spettatore in un'oscillazione continua tra il Maine del 1975, anno dell'incontro casuale tra Quebert e Nola (un nome che rimanda forse alla Lolita di Nabokov?) e la New York del 2008, dove Marcus Goldman, in crisi d'ispirazione, decide di affidarsi al suo vecchio maestro. Si trasferisce così nella residenza di Quebert, dove scopre il segreto dell'antica relazione dello scrittore con Nola e dove poco dopo vengono ritrovati i resti della giovane. In un'altalena continua tra battute rapide e non proprio riuscite («ho imparato che della gente non ti puoi mai fidare») e rallentamenti in cui le carte si dispiegano poco per volta, la serie riesce grazie soprattutto alla bravura di Dempsey a sopperire a cambi di ritmo spesso forzati e contrastanti". (Aldo Grasso)
martedì 2 aprile 2019
GOSSIP - Su "Rolling Stone" Sophie Turner e Maisie Williams di "GOT" together forever...
lunedì 1 aprile 2019
L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
CORRIERE DELLA SERA
"Gomorra" 4, la consacrazione della serie tv italiana più riuscita del decennio
"'Ciro è muorto. L'ha fatto per proteggere a me, a noi. Ora simmo soli». Le prime parole di Genni Savastano nella quarta stagione di Gomorra segnano uno spartiacque nella serie italiana più riuscita dell'ultimo decennio (Sky Atlantic). La prima senza Ciro Di Marzio (salvo colpi di scena!) e con Marco D'Amore passato alla regia (quinto e sesto episodio); la prima in cui Genny pare davvero intenzionato a un salto di qualità, nella vita privata come negli affari, lasciandosi alle spalle metodi e crudeltà di un passato ingombrante (ma per quanto, realmente?); la prima con Patrizia, interpretata da una sempre più straordinaria Cristiana Dell'Anna, finalmente regina di Secondigliano. La forza di un prodotto come Gomorra sta nell'avere creato e consolidato un brand; basta un'inquadratura, una battuta, un silenzio prolungato e inquietante del boss di turno, un frammento di colonna sonora dei Mokadelic per entrare facilmente in sintonia con trame e linee narrative sempre più complesse. I primi episodi, diretti da Francesca Comencini, sembrano scontare una lentezza eccessiva per inquadrare nuovi personaggi, dinamiche inedite, location diversificate (la campagna intorno a Napoli, ma anche Bologna, l'Emilia). La famiglia dei Levante, lontani parenti di donna Imma, è la prima novità che incontriamo; un microcosmo ancorato a regole e metodi del passato, brutali e patriarcali, con i quali Genny entra in contatto come una sorta di contrappasso della sua nuova presunta vita. Si spara di meno ma ciò non significa che ci sia meno violenza. Gomorra 4 è cupo, cinico, senza spazio alcuno per la redenzione. II clima quasi sospeso dei primi episodi, con Sangueblu, Azzurra e altri indubbi protagonisti ancora lasciati sullo sfondo, prepara il terreno alla seconda parte, che a partire dagli episodi diretti da D'Amore sembra trovare la sua definitiva consacrazione". (Aldo Grasso)
CORRIERE DELLA SERA
"Gomorra" 4, la consacrazione della serie tv italiana più riuscita del decennio
"'Ciro è muorto. L'ha fatto per proteggere a me, a noi. Ora simmo soli». Le prime parole di Genni Savastano nella quarta stagione di Gomorra segnano uno spartiacque nella serie italiana più riuscita dell'ultimo decennio (Sky Atlantic). La prima senza Ciro Di Marzio (salvo colpi di scena!) e con Marco D'Amore passato alla regia (quinto e sesto episodio); la prima in cui Genny pare davvero intenzionato a un salto di qualità, nella vita privata come negli affari, lasciandosi alle spalle metodi e crudeltà di un passato ingombrante (ma per quanto, realmente?); la prima con Patrizia, interpretata da una sempre più straordinaria Cristiana Dell'Anna, finalmente regina di Secondigliano. La forza di un prodotto come Gomorra sta nell'avere creato e consolidato un brand; basta un'inquadratura, una battuta, un silenzio prolungato e inquietante del boss di turno, un frammento di colonna sonora dei Mokadelic per entrare facilmente in sintonia con trame e linee narrative sempre più complesse. I primi episodi, diretti da Francesca Comencini, sembrano scontare una lentezza eccessiva per inquadrare nuovi personaggi, dinamiche inedite, location diversificate (la campagna intorno a Napoli, ma anche Bologna, l'Emilia). La famiglia dei Levante, lontani parenti di donna Imma, è la prima novità che incontriamo; un microcosmo ancorato a regole e metodi del passato, brutali e patriarcali, con i quali Genny entra in contatto come una sorta di contrappasso della sua nuova presunta vita. Si spara di meno ma ciò non significa che ci sia meno violenza. Gomorra 4 è cupo, cinico, senza spazio alcuno per la redenzione. II clima quasi sospeso dei primi episodi, con Sangueblu, Azzurra e altri indubbi protagonisti ancora lasciati sullo sfondo, prepara il terreno alla seconda parte, che a partire dagli episodi diretti da D'Amore sembra trovare la sua definitiva consacrazione". (Aldo Grasso)
giovedì 28 marzo 2019
NEWS - Di Maio in peggio! Netflix definisce "crazy" le norme del governo ereditate da Franceschini (e mai smentite) che impongono una percentuale italiana/europea di produzioni ai soggetti di streaming
News tratta da "Affari&Finanza"
"'This is crazy", è sbottata Marianna Scharf, EU policy manager di Netflix, mercoledì scorso al primo incontro del tavolo istituzionale governo e operatori convocato per discutere della direttiva Ue sui contenuti europei, sui decreti attuativi mancanti del "vecchio" Ddl Franceschini e, in sintesi, per decidere la quota di produzioni europee e italiane che deve comparire nei palinsesti delle tv, delle pay tv e anche delle library delle piattaforme Ott. Primo incontro e prima volta a un tavolo istituzionale anche per Amazon e Netflix. Per quest'ultima erano in tre. Il direttore della divisione European Public Policy Marzena Rembowski, che non parla italiano; la policy manager Sharf, che invece l'italiano lo parla, e infine Lucia Carta, esperta di acquisizione e gestione diritti che Netflix ha appena strappato a Mediaset. La "pazzia" era nel fatto che a Netflix era stato chiesto di accettare le quote e di esprimere una posizione negoziale precisa in fretta. Troppo in fretta per le loro abitudini. Al prossimo incontro, tra alcuni giorni, arriveranno sicuramente più attrezzati.
News tratta da "Affari&Finanza"
"'This is crazy", è sbottata Marianna Scharf, EU policy manager di Netflix, mercoledì scorso al primo incontro del tavolo istituzionale governo e operatori convocato per discutere della direttiva Ue sui contenuti europei, sui decreti attuativi mancanti del "vecchio" Ddl Franceschini e, in sintesi, per decidere la quota di produzioni europee e italiane che deve comparire nei palinsesti delle tv, delle pay tv e anche delle library delle piattaforme Ott. Primo incontro e prima volta a un tavolo istituzionale anche per Amazon e Netflix. Per quest'ultima erano in tre. Il direttore della divisione European Public Policy Marzena Rembowski, che non parla italiano; la policy manager Sharf, che invece l'italiano lo parla, e infine Lucia Carta, esperta di acquisizione e gestione diritti che Netflix ha appena strappato a Mediaset. La "pazzia" era nel fatto che a Netflix era stato chiesto di accettare le quote e di esprimere una posizione negoziale precisa in fretta. Troppo in fretta per le loro abitudini. Al prossimo incontro, tra alcuni giorni, arriveranno sicuramente più attrezzati.
mercoledì 27 marzo 2019
martedì 26 marzo 2019
NEWS - Cogli la prima Mela, ma non il prezzo! Apple presenta la sua nuova tv in streaming ma non rivela quanto costerà abbonarsi
News tratta da "Uproxx"
Apple unveiled its first look at the tech company’s upcoming streaming services during a glitzy, star-studded press conference at the Steve Jobs theater in Cupertino, California on Monday. The service will consist of two components: Apple TV Channels, which will bundle content from popular services such as HBO and Showtime; and Apple TV+, which will feature original content. The Apple TV services will be completely ad-free, with content available to be streamed on any device or downloaded, putting it in direct competition with Netflix. A-list actors and directors such as Steve Carell, Jennifer Aniston, Reese Witherspoon, Steven Spielberg, J.J. Abrams, and Kumail Nanjiani, and even Big Bird were all on hand to dish on their respective projects in development with Apple TV+. The event culminated with Tim Cook bringing out queen Oprah herself to give a pep rally while teasing her own project, as attendees and those watching from around the world braced themselves for Apple to finally reveal the price point for this most ambitious endeavor. Were they trying to really sell the service before dropping a hefty monthly fee, or planning to surprise everyone by coming in below Netflix? Everyone waited to find out the answer. And then, Oprah left the stage … and the event ended. Without naming a price. So essentially, Apple revealed just about everything there is to know about Apple TV except for how much and when — other than an ambiguous “fall” timeline. People were understandably frustrated with this one, huge detail being omitted, and many took to Twitter to express their bewilderment.
News tratta da "Uproxx"
Apple unveiled its first look at the tech company’s upcoming streaming services during a glitzy, star-studded press conference at the Steve Jobs theater in Cupertino, California on Monday. The service will consist of two components: Apple TV Channels, which will bundle content from popular services such as HBO and Showtime; and Apple TV+, which will feature original content. The Apple TV services will be completely ad-free, with content available to be streamed on any device or downloaded, putting it in direct competition with Netflix. A-list actors and directors such as Steve Carell, Jennifer Aniston, Reese Witherspoon, Steven Spielberg, J.J. Abrams, and Kumail Nanjiani, and even Big Bird were all on hand to dish on their respective projects in development with Apple TV+. The event culminated with Tim Cook bringing out queen Oprah herself to give a pep rally while teasing her own project, as attendees and those watching from around the world braced themselves for Apple to finally reveal the price point for this most ambitious endeavor. Were they trying to really sell the service before dropping a hefty monthly fee, or planning to surprise everyone by coming in below Netflix? Everyone waited to find out the answer. And then, Oprah left the stage … and the event ended. Without naming a price. So essentially, Apple revealed just about everything there is to know about Apple TV except for how much and when — other than an ambiguous “fall” timeline. People were understandably frustrated with this one, huge detail being omitted, and many took to Twitter to express their bewilderment.
lunedì 25 marzo 2019
NEWS - Dopo "L'amica geniale" e "Il nome della rosa", tocca a "Il Gattopardo"! Il boom italiano di serie tv tratte da best seller e classici mette però in luce l'incapacità di scrittura originale seriale
Forse anche stavolta avrebbe avuto ragione il Principe di Salina. II principio per cui «bisogna che tutto cambi perché tutto rimanga come è», potrebbe valere anche in questa fase rivoluzionaria per il mondo della case di produzione: l'avvento dello streaming, le serie tv che diventano «l'avversario» più pericoloso dei film, la battaglia per i diritti. Uno scenario profondamente cambiato che richiede flessibilità per mantenere e incrementare il business.«È un mondo in evoluzione che richiede un assetto diverso rispetto al passato per questo abbiamo cambiato pelle in questi 14 anni», afferma Marco Cohen che nel 2005 fonda Indiana production insieme a Fabrizio Donvito ai quali si sono aggiunti successivamente Benedetto Habib e Karim Bartoletti e da pochissimo anche Daniel Campos Pavoncelli. La nuova frontiera si chiama serie televisiva: l'irruzione di Netflix, Amazon, e adesso Apple ha stravolto il mercato italiano delle produzioni. «Siamo tra i pochissimi in Italia — spiega Benedetto Habib —a essere riusciti a modificare la struttura del nostro business: siamo nati come una società di produzione pubblicitaria, poi abbiamo portato avanti un percorso cinematografico con oltre 30 film e riconoscimenti nazionali ed internazionali. E adesso presidiamo il mondo delle serie televisive senza rinunciare agli altri settori. La multidisciplinarietà, la multi-formattabilità, la contaminazione delle competenze, la volontà di creare contenuti per i brand e per il nostro pubblico da fruire su specifici schermi o molteplici piattaforme sono ormai prerogative irrinunciabili». Proprio quello delle serie televisive è il terreno di confronto più caldo per la casa di produzione italiana. Nel 2018 Indiana ha prodotto la serie tv con Rai Fiction «Pezzi Unici», diretta da Cinzia TH Torrini, con Sergio Castellitto in uscita nell'autunno 2019 ed ha in sviluppo alcuni progetti seriali perla televisione e per le piattaforme con diversi broadcaster nazionali ed internazionali tra cui Rai Fiction, Sky Italia, Fox Networks, Mediaset, Bbc e Netflix. Ma il colpo più sensazionale è l'opzione dei diritti de «Il Gattopardo» perla realizzazione di una serie televisiva in co-produzione con Moonage (società Inglese) e con un broadcaster inglese. Indiana si è aggiudicata i diritti, dopo aver gareggiato con società di produzione italiane e estere, da Feltrinelli che gestisce i diritti per conto degli eredi dell'autore del libro. Un'operazione libro-film-serie Tv che replica il format de Il nome della rosa.
Però il capolavoro di Giuseppe Tomasi di Lampedusa non è l'unica novità in fatto di serie Tv: è in arrivo anche «L'Ora» (il giornale palermitano che per primo sfidò la mafia con inchieste giornalistiche) insieme a Mediaset in co-produzione con Squareone (società tedesca). E poi sono stati acquisiti i diritti della serie israeliana «Kvodo» che verrà sviluppata con un partner tedesco. Non a caso l'avvento delle serie ha gia cambiato il conto economico della società che nel 2017 fatturava 14 milioni di euro grazie a cinema e pubblicità e nel 2018 ha fatto registrare un fatturato di 40 milioni euro di cui 24,5 dal cinema, io dalle serie Tv e 6 dalla pubblicità. «È evidente che il cinema resta ancora un nostro asset fondamentale — ricorda Fabrizio Donvito —. Indiana ha presidiato il Natale cinematografico 2018 con Amici come prima il film che ha incassato 8,2 milioni di euro e ha sancito la reunion di Christian De Sica e Massimo Boldi dopo 14 anni e poi anche Moschettieri del re che, nello stesso periodo, al box office ha incassato 5,1 milioni di euro. Nel 2019 poi arriveremo nelle sale col nuovo film del premio Oscar Gabriele Salvatores Se ti abbraccio non aver paura con Claudio Santamaria, Valeria Golino, Diego Abatantuono. E poi una piccola, grande soddisfazione: Il capitale umano, il film di Virzì vincitore di 7 David di Donatello e venduto in 60 Paesi, sarà realizzato in remake negli Usa. Solo la magia di questo mestiere può portare un romanzo americano a essere un film italiano per poi diventare il remake americano di un film italiano. Io e i miei soci amiamo il film di Virzì e siamo certi che la squadra che sta realizzando la versione Usa sarà all'altezza».
News tratta da "Corriere Economia"
Forse anche stavolta avrebbe avuto ragione il Principe di Salina. II principio per cui «bisogna che tutto cambi perché tutto rimanga come è», potrebbe valere anche in questa fase rivoluzionaria per il mondo della case di produzione: l'avvento dello streaming, le serie tv che diventano «l'avversario» più pericoloso dei film, la battaglia per i diritti. Uno scenario profondamente cambiato che richiede flessibilità per mantenere e incrementare il business.«È un mondo in evoluzione che richiede un assetto diverso rispetto al passato per questo abbiamo cambiato pelle in questi 14 anni», afferma Marco Cohen che nel 2005 fonda Indiana production insieme a Fabrizio Donvito ai quali si sono aggiunti successivamente Benedetto Habib e Karim Bartoletti e da pochissimo anche Daniel Campos Pavoncelli. La nuova frontiera si chiama serie televisiva: l'irruzione di Netflix, Amazon, e adesso Apple ha stravolto il mercato italiano delle produzioni. «Siamo tra i pochissimi in Italia — spiega Benedetto Habib —a essere riusciti a modificare la struttura del nostro business: siamo nati come una società di produzione pubblicitaria, poi abbiamo portato avanti un percorso cinematografico con oltre 30 film e riconoscimenti nazionali ed internazionali. E adesso presidiamo il mondo delle serie televisive senza rinunciare agli altri settori. La multidisciplinarietà, la multi-formattabilità, la contaminazione delle competenze, la volontà di creare contenuti per i brand e per il nostro pubblico da fruire su specifici schermi o molteplici piattaforme sono ormai prerogative irrinunciabili». Proprio quello delle serie televisive è il terreno di confronto più caldo per la casa di produzione italiana. Nel 2018 Indiana ha prodotto la serie tv con Rai Fiction «Pezzi Unici», diretta da Cinzia TH Torrini, con Sergio Castellitto in uscita nell'autunno 2019 ed ha in sviluppo alcuni progetti seriali perla televisione e per le piattaforme con diversi broadcaster nazionali ed internazionali tra cui Rai Fiction, Sky Italia, Fox Networks, Mediaset, Bbc e Netflix. Ma il colpo più sensazionale è l'opzione dei diritti de «Il Gattopardo» perla realizzazione di una serie televisiva in co-produzione con Moonage (società Inglese) e con un broadcaster inglese. Indiana si è aggiudicata i diritti, dopo aver gareggiato con società di produzione italiane e estere, da Feltrinelli che gestisce i diritti per conto degli eredi dell'autore del libro. Un'operazione libro-film-serie Tv che replica il format de Il nome della rosa.Però il capolavoro di Giuseppe Tomasi di Lampedusa non è l'unica novità in fatto di serie Tv: è in arrivo anche «L'Ora» (il giornale palermitano che per primo sfidò la mafia con inchieste giornalistiche) insieme a Mediaset in co-produzione con Squareone (società tedesca). E poi sono stati acquisiti i diritti della serie israeliana «Kvodo» che verrà sviluppata con un partner tedesco. Non a caso l'avvento delle serie ha gia cambiato il conto economico della società che nel 2017 fatturava 14 milioni di euro grazie a cinema e pubblicità e nel 2018 ha fatto registrare un fatturato di 40 milioni euro di cui 24,5 dal cinema, io dalle serie Tv e 6 dalla pubblicità. «È evidente che il cinema resta ancora un nostro asset fondamentale — ricorda Fabrizio Donvito —. Indiana ha presidiato il Natale cinematografico 2018 con Amici come prima il film che ha incassato 8,2 milioni di euro e ha sancito la reunion di Christian De Sica e Massimo Boldi dopo 14 anni e poi anche Moschettieri del re che, nello stesso periodo, al box office ha incassato 5,1 milioni di euro. Nel 2019 poi arriveremo nelle sale col nuovo film del premio Oscar Gabriele Salvatores Se ti abbraccio non aver paura con Claudio Santamaria, Valeria Golino, Diego Abatantuono. E poi una piccola, grande soddisfazione: Il capitale umano, il film di Virzì vincitore di 7 David di Donatello e venduto in 60 Paesi, sarà realizzato in remake negli Usa. Solo la magia di questo mestiere può portare un romanzo americano a essere un film italiano per poi diventare il remake americano di un film italiano. Io e i miei soci amiamo il film di Virzì e siamo certi che la squadra che sta realizzando la versione Usa sarà all'altezza».
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venerdì 22 marzo 2019
NEWS - Tremate, tremate, le streghe son tornate (nel 2020)! La terza produzione seriale italiana di Netflix dopo "Suburra" e "Baby" sarà la "Luna Nera" (ennesima serie made in Italy con soggetto non originale)
News tratta da "La Stampa"
Più o meno un anno fa, al See What’s Next di Netflix, veniva annunciata una nuova serie italiana: “Luna nera” (titolo inglese: “Black moon”). Da allora se ne sono quasi perse le tracce, ma oggi – 21 marzo – inizieranno le riprese che dureranno circa 16 settimane. Le location saranno tra Roma e la provincia di Viterbo, tra Selva Del Lamone e Montecalvello. La storia, com’era stato annunciato durante l’evento della piattaforma streaming nella capitale, racconterà le vicende di un gruppo di donne accusate di stregoneria nell’Italia del 17esimo secolo. Sarà una serie in costume, quindi, e che molto probabilmente – come ci aveva anticipato pochi mesi fa, sempre a Roma, Kelly Luegenbiehl, vice presidente International Original Series for Europe and Africa – conterrà elementi fantasy. Il soggetto si ispira a un manoscritto di Tiziana Triana. La sceneggiatura è stata curata da Francesca Manieri (“Il miracolo”), Laura Paolucci (“L’amica geniale”) e dalla stessa Triana. A quanto pare, anche la regia sarà affidata a tre donne. Dietro la macchina da presa si alterneranno Francesca Comencini (“Gomorra”), Susanna Nicchiarelli (“Nico, 1988”) e Paola Randi (“Tito e gli alieni”). Non si hanno ancora notizie certe su chi farà parte del cast, ma sembra che il ruolo da protagonista verrà interpretato da Nina Fotaras, giovane attrice romana già vista in “Il primo Re” di Matteo Rovere e ne “Il nome della Rosa” di Rai1. La produzione di “Luna nera” è affidata alla Fandango di Domenico Procacci. Lo storyboard è stato curato da David Orlandelli. La nuova serie di Netflix rappresenta una novità importante per il mercato italiano, già adesso, prima ancora d’essere distribuita. Perché, dopo le produzioni Sky, segna l’interesse di un nuovo player di raccontare storie che non appartengano al genere crime. Insomma, un’altra serialità, non migliore ma diversa, è possibile. Segno abbastanza chiaro che anche il nostro mercato, lentamente, sta crescendo. Con buone probabilità, “Luna nera” arriverà su Netflix nel 2020.
News tratta da "La Stampa"
Più o meno un anno fa, al See What’s Next di Netflix, veniva annunciata una nuova serie italiana: “Luna nera” (titolo inglese: “Black moon”). Da allora se ne sono quasi perse le tracce, ma oggi – 21 marzo – inizieranno le riprese che dureranno circa 16 settimane. Le location saranno tra Roma e la provincia di Viterbo, tra Selva Del Lamone e Montecalvello. La storia, com’era stato annunciato durante l’evento della piattaforma streaming nella capitale, racconterà le vicende di un gruppo di donne accusate di stregoneria nell’Italia del 17esimo secolo. Sarà una serie in costume, quindi, e che molto probabilmente – come ci aveva anticipato pochi mesi fa, sempre a Roma, Kelly Luegenbiehl, vice presidente International Original Series for Europe and Africa – conterrà elementi fantasy. Il soggetto si ispira a un manoscritto di Tiziana Triana. La sceneggiatura è stata curata da Francesca Manieri (“Il miracolo”), Laura Paolucci (“L’amica geniale”) e dalla stessa Triana. A quanto pare, anche la regia sarà affidata a tre donne. Dietro la macchina da presa si alterneranno Francesca Comencini (“Gomorra”), Susanna Nicchiarelli (“Nico, 1988”) e Paola Randi (“Tito e gli alieni”). Non si hanno ancora notizie certe su chi farà parte del cast, ma sembra che il ruolo da protagonista verrà interpretato da Nina Fotaras, giovane attrice romana già vista in “Il primo Re” di Matteo Rovere e ne “Il nome della Rosa” di Rai1. La produzione di “Luna nera” è affidata alla Fandango di Domenico Procacci. Lo storyboard è stato curato da David Orlandelli. La nuova serie di Netflix rappresenta una novità importante per il mercato italiano, già adesso, prima ancora d’essere distribuita. Perché, dopo le produzioni Sky, segna l’interesse di un nuovo player di raccontare storie che non appartengano al genere crime. Insomma, un’altra serialità, non migliore ma diversa, è possibile. Segno abbastanza chiaro che anche il nostro mercato, lentamente, sta crescendo. Con buone probabilità, “Luna nera” arriverà su Netflix nel 2020.
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mercoledì 20 marzo 2019
lunedì 18 marzo 2019
NEWS - Achtung, compagni! Tra una settimana viene presentato lo streaming di Apple anti-Netflix e Amazon
Articolo tratto da "La Stampa"
L'invito è nero, lucido, con la silhouette della mela morsicata e le parole: «It's show time». È l'ora dello spettacolo: scocca il 25 marzo alle 10 del mattino, ora locale di Cupertino, California. Non sta scritto, né sull'invito né altrove, ma tutti sanno (o immaginano) che li, in quel giorno e quell'ora la Apple annuncerà il lancio della sua piattaforma di streaming, la sua Netflix, la «tv» che viaggia su Internet e che ciascuno può vedere quando vuole - in abbonamento - su smartphone, tablet, computer e televisori collegati alla Rete. Sarà quello il preciso momento in cui si scatenerà la guerra tra giganti dell'intrattenimento che cambierà definitivamente il modo in cui useremo i piccoli e grandi schermi. Bob Iger, il grande capo Disney impegnato in questi mesi a digerire il boccone da 66 miliardi 20th Century Fox, ha svelato tre giorni fa che Disney+, il servizio di streaming che lancerà negli Usa entro l'anno, «ospiterà l'intero archivio dei nostri film» dagli Anni 20 a oggi, e naturalmente le produzioni future. Quale famiglia al mondo potrà resistere a una piattaforma che permette di vedere (e rivedere, come piace ai bambini) Dumbo, Il re leone, Frozen, Biancaneve e La sirenetta ogni volta che lo si desidera sullo schermo di casa? Intanto Amazon, il colosso del commercio online, più grande Internet company al mondo, punta forte sulla sua divisione di intrattenimento in streaming, Amazon Prime Video. Al recente festival Sundance, specializzato in cinema e documentari di qualità, ha speso 41 milioni di dollari, più di ogni altro distributore, per acquisire film, soprattutto commedie adatte a un pubblico femminile. L'azienda fondata da Jeff Bezos, l'uomo più ricco del mondo, ha ingaggiato diverse star (Julia Roberts, Jon Hamm, Orlando Bloom) e molto si attende da Good Omens, mini-serie coprodotta con la Bbc in arrivo a fine maggio. Ora porterà la sfida anche sul terreno della tv più tradizionale (unscripted in televisonese), storie vere, talk show e intrattenimento non sceneggiato.
Articolo tratto da "La Stampa"
L'invito è nero, lucido, con la silhouette della mela morsicata e le parole: «It's show time». È l'ora dello spettacolo: scocca il 25 marzo alle 10 del mattino, ora locale di Cupertino, California. Non sta scritto, né sull'invito né altrove, ma tutti sanno (o immaginano) che li, in quel giorno e quell'ora la Apple annuncerà il lancio della sua piattaforma di streaming, la sua Netflix, la «tv» che viaggia su Internet e che ciascuno può vedere quando vuole - in abbonamento - su smartphone, tablet, computer e televisori collegati alla Rete. Sarà quello il preciso momento in cui si scatenerà la guerra tra giganti dell'intrattenimento che cambierà definitivamente il modo in cui useremo i piccoli e grandi schermi. Bob Iger, il grande capo Disney impegnato in questi mesi a digerire il boccone da 66 miliardi 20th Century Fox, ha svelato tre giorni fa che Disney+, il servizio di streaming che lancerà negli Usa entro l'anno, «ospiterà l'intero archivio dei nostri film» dagli Anni 20 a oggi, e naturalmente le produzioni future. Quale famiglia al mondo potrà resistere a una piattaforma che permette di vedere (e rivedere, come piace ai bambini) Dumbo, Il re leone, Frozen, Biancaneve e La sirenetta ogni volta che lo si desidera sullo schermo di casa? Intanto Amazon, il colosso del commercio online, più grande Internet company al mondo, punta forte sulla sua divisione di intrattenimento in streaming, Amazon Prime Video. Al recente festival Sundance, specializzato in cinema e documentari di qualità, ha speso 41 milioni di dollari, più di ogni altro distributore, per acquisire film, soprattutto commedie adatte a un pubblico femminile. L'azienda fondata da Jeff Bezos, l'uomo più ricco del mondo, ha ingaggiato diverse star (Julia Roberts, Jon Hamm, Orlando Bloom) e molto si attende da Good Omens, mini-serie coprodotta con la Bbc in arrivo a fine maggio. Ora porterà la sfida anche sul terreno della tv più tradizionale (unscripted in televisonese), storie vere, talk show e intrattenimento non sceneggiato.
Se a questi big aggiungiamo il gruppo Warner, che ha annunciato una discesa in campo prima della fine del 2019, e Netflix, che con i suoi 140 milioni di abbonati guida la graduatoria di un mercato globale che ha sostanzialmente inventato, abbiamo un quadro abbastanza completo dei partecipanti alla guerra. Netflix, tra l'altro, non si ferma mai: stringe accordi in giro per il mondo, lavora molto sull'animazione (esce Love Death e Robots, diretta da David Fincher, il regista di Fight Club), ha già un cavallo di razza pronto per la corsa al prossimo Oscar, The Irishman, regia di Martin Scorsese, con Robert DeNiro e Al Pacino, costato 200 milioni di dollari, che in autunno uscirà anche in sala e questa volta in maniera massiccia, non in pochi «selezionati» cinema come Roma. E l'Italia? Siamo troppo piccoli per avere un ruolo nella tv via web? Da noi oggi si vedono Netflix, Amazon e forse presto anche Apple, che sfrutterà il suo vantaggio competitivo più evidente, il miliardo e 300 milioni di dispositivi con il marchio della mela in funzione nel mondo. Poi c'è Now Tv, il braccio via streaming di Sky, che offre anche il calcio, interessante perché indica una delle possibili strade future per i canali che Rupert Murdoch ha venduto a Comcast; c'è DPlay di Discovery; RaiPlay della Rai, che vanta già buoni numeri, anche in occasioni apparentemente vintage come il Festival di Sanremo. Tim Vision, che offre serie premiatissime come Il racconto dell'ancella e KillingEve, produce Skam Italia che è un piccolo fenomeno. E ci sono Chili e Rakuten, che propongono un modello diverso, senza abbonamenti, un sistema paga-ciò-che-vedi dai possibili interessanti sviluppi. Un'altra domanda si impone: c'è spazio per tutti, o nel mondo ne resterà solo uno, come nel film Highlander? La storia insegna che il flusso di informazioni del web finisce per portare al monopolio: c'è un solo motore di ricerca, una sola enciclopedia online, un solo sito per vedere i video. E chi può essere interessato a pagare quattro o cinque abbonamenti per vedere i film, le serie e gli show che ama? L'unica certezza è che il panorama è in movimento. Tra un paio d'anni i nomi citati in questo articolo potrebbero essere cambiati, o non esistere del tutto, o essersi aggregati. Ma non si tornerà indietro, la nuova televisione - quella che permette a tutti di costruire e smontare il proprio palinsesto casalingo con un clic - entrerà nelle nostre vite e le cambierà più di quanto abbia fatto finora.
sabato 16 marzo 2019
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