venerdì 14 aprile 2017

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
CORRIERE DELLA SERA
Dieci anni di "Boris", cult mancato (e sopravvalutato)
"Dieci anni fa, il 16 aprile 2007, andava in onda su Fox una serie italiana che molto ha fatto parlare di sé, «Boris». Prodotta dalla «vecchia» Wilder di Lorenzo Mieli, la serie era nata da un'idea di Luca Manzi e Carlo Mazzotta e firmata da Mattia Torre, Giacomo Ciarrapico e Luca Vendruscolo, che ne era anche il regista; di Elio e le Storie Tese la sigla. Fra gli interpreti Antonio Catania, Alessandro Tiberi, Caterina Guzzanti, Francesco Pannofino, Carolina Crescentini e Pietro Sermonti. «Boris» (è il nome di un pesciolino rosso portafortuna) si offriva come un inesorabile, buffonesco atto d'accusa contro la cialtroneria di molta serialità italiana. Oggi, nel ricordo, c'è forse un po' di enfasi celebrativa e si usa quella terribile parola che andrebbe bandita per alcuni anni, «cult». Un neofita convertito come Steve Della Casa ha detto che «Boris è avanguardia divenuta cultura dominante, ha avuto lo stesso impatto che il Futurismo ebbe sulla comunicazione degli anni 20». Ma dove? Ma quando? Esagero ma nen, dicono nella sua Torino. Basterebbe confrontare «Boris» con «30 Rock» di Tina Fey (2006), che affronta lo stesso argomento con altra complessità metaforica e linguistica, per regolare meglio la prospettiva. «Boris» è una fiction parodica che al suo interno contiene un'altra fiction, «Gli occhi del cuore», soap strappalacrime che però fa molto ascolto. «Boris» è una fiction tutta italiana che prova a riflettere su un diffuso stato d'animo della fiction italiana: il cinismo. Ridendo e scherzando, si mettono così a nudo i non pochi difetti della serialità italiana: la tolleranza estetica, l'arte di arrangiarsi, la scarsa professionalità, ecc. Questo il suo merito maggiore. Che non è poco, anzi. Troppo spesso, però, ha preferito indulgere alla caricatura, alla canzonatura, rinunciando alla battuta sferzante, al graffio, al fremito nervoso. Come poi ha dimostrato la versione cinematografica". (Aldo Grasso)

giovedì 13 aprile 2017

NEWS - Clamoroso al Cibali! Originariamente Olivia Pope di "Scandal" doveva essere bianca e interpretata da Connie Britton!

News tratta da "Vulture"
Before Kerry Washington donned Olivia Pope’s white hat, ABC pushed for Connie Britton to be Washington D.C.’s leading fixer. In an oral history gathered by The Hollywood Reporter, Shonda Rhimes recalled Scandal’s most important casting decision: picking Pope. Rhimes said she felt certain that Olivia was a black woman, especially since the character was inspired by real-life D.C. crisis fixer Judy Smith. “Nothing felt more important than the sense of outsiderness,” Rhimes said. “I didn’t know that there hadn’t been a drama series with a leading black woman for 37 years. When the show got picked up [to pilot], I got a phone call from somebody who said, ‘This would be the perfect show for Connie Britton.’ I said, ‘It would be, except Olivia Pope is black.’” ABC also suggested Britton: “The network was reading us their top choices,” casting director Linda Lowey said, “and it was Connie and all white women. I panicked. Somebody finally piped up, ‘We’re going to have to redo this list.’” After auditioning Jill Scott and Anika Noni Rose, they hired Kerry Washington. The rest is history, but Washington agreed that the Nashville star would have been a sensible choice: “This would have been a great role for Connie Britton!” she said.

mercoledì 12 aprile 2017

NEWS - (Ri)attenti a quei due! David Duchovny e Gillian Anderson di "X-Files" di nuovo insieme per un racconto audio ambientato dopo il film del 2008

News tratta da "Vulture"
For X-Files fans who still want to believe there’s more supernatural mystery stories to be told, the truth is out there. And by “out there,” we mean another X-Files mystery in the form of an audiobook. According to VarietyThe X-Files: Cold Cases is an upcoming Audible Studios original production starring the voice talents of Gillian Anderson and David Duchovny as (who else?) Dana Scully and Fox Mulder. The story takes place after the 2008 movie The X-Files: I Want to Believe but before the events in 2016’s six-episode tenth season. As Scully and Mulder set out to solve the F.B.I. cold case, which might just have a sci-fi element to it, they’ll also run into returning characters Assistant Director Walter Skinner (Mitch Pileggi), Cigarette-Smoking Man (William B. Davis), and the Lone Gunmen (Tom Braidwood, Dean Haglund, and Bruce Harwood). The audiobook drops July 18, which is plenty of time to make your way through the 208 television episodes to brush up on the mythology.

martedì 11 aprile 2017

GOSSIP - Amici per le palle! Taylor "ex Gaga" Kinney e Jesse "House" Spencer di "Chicago Fire" insieme per celebrare la copertina di "Tv Guide" 
Taylor Kinney and Jesse Spencer are TV Guide cover stars! The two Chicago Fire stars stepped out at the cover celebration on Monday (April 10) at RockIt Ranch in Chicago, Ill. Taylor and Jesse were joined by their co-stars as they were congratulated following the cover’s reveal. Chicago Fire is currently in the middle of their fifth season as it follows the firefighters of Chicago Firehouse 51. Taylor and Jesse‘s issue of TV Guide will be available April 17th.

lunedì 10 aprile 2017

NEWS - Clamoroso al Cibali! Sta per scoppiare la bolla Netflix! Crisi finanziaria, comunicativa e creativa: spende 6 miliardi di dollari e incassa poco (pochissimo?), ci sono più contenuti che ricavi. Creazione di un mito culturale che si inizia a mettere in discussione: può sopravvivere al nuovo mondo che ha creato?

News tratta da "Il Foglio"
La prima regola per rivoluzionare il mercato è creare il mito. Per una disruption servono un garage o un ufficio in California (tipo a Scotts Valley), un'idea a cui il mondo ancora non crede (lo streaming on demand), un'amicizia tra partner carismatici e innovatori (quella tra Reed Hastings e Marc Randolph) e degli antagonisti pia forti contro cui rivaleggiare (da Amazon a Disney). E soprattutto qualcuno che racconti questa storia in comunicati stampa, interviste, articoli che servono a rafforzare la leggenda e mai a metterla in discussione (i giornalisti andranno benissimo). La nostra sospensione di incredulità, unita alla smania di progresso e alla tendenza a sentirci uomini contemporanei con tutto ciò che ci viene propinato come rivoluzione tecnologica, e quindi giusta, ci condurrà dove siamo oggi Un breve recap. La storia di Netflix inizia nel 1997 nella Silicon Valley: l'idea iniziale è di inviare dvd per posta (un po' quel che dovrebbero fare gli autori di certe serie e film di nicchia che ci piacciono tanto ma che non guarda nessun altro). Nel 2007 il business si amplia puntando sullo streaming e sull'economia dell'accesso: si comprano molti contenuti dalle major che approfittano del nuovo canale di distribuzione per smerciare prodotti che non riescono pia a vendere in tempi di crisi del noleggio audiovisivo e del declino nelle sale cinematografiche; le major vendono i diritti per lo streaming a prezzi vantaggiosi, senza bene rendersi conto del loro valore. Anche perché in quel momento Netflix non aveva ancora inventato il binge watching, internet era pia lento, la rivoluzione della visione domestica era agli inizi. Passano gli anni e il mercato cresce, cambia, si rinnova. Accanto a Netflix appaiono Hulu, Amazon, YouTube che inizia a vendere attraverso Google Play, i broadcaster attivano servizi on demand. E i diritti sui contenuti vanno ricontrattati, il prezzo sale. Tanto che lo scorso giugno il Magazine del New York Times ha pubblicato un lungo sorti della piattaforma: "Netflix può sopravvivere nel nuovo mondo che ha creato?". Di solito queste domande cadono nel silenzio, subito messe a tacere da una retorica commerciale che vuole Netflix come il numero uno, il futuro televisivo, il posto migliore in cui lavorare, i salvatori della nostra già scarsa vita sociale che ci hanno dato una buona scusa per non uscire pia di casa. E così via. Dopo essersi presa il merito di aver seppellito Blockbuster, Netflix ha sfidato anche le tv via cavo, annunciandone prematuramente la morte. La televisione però non è morta, anche se noi amiamo ripetercelo. Il noi sta per Noi-che-viviamo-nellafilter-bubble mediatico culturale fighetta, noi che a "Un medico in famiglia" preferiamo gli stand up comedy di Louis C.K. o aspettiamo la nuova stagione di "House of Cards", lo show con cui Netflix ha scelto di essere HBO nel 2013 e ha preso il sentiero della prestige television, puntando su prodotti culturalmente accettabili. Noi che, l'avrete capito, tralasciamo sempre gli show di massa come "NCIS" o le sit com con le risate pre-registrate preferendo serie di nicchia ma con penetrazione culturale negli show giusti, cioè quelli che guardiamo noi: i late, i video virali su You-Tube, le parodie intelligenti.

Mai prima d'ora ci siamo ritrovati con un'offerta d'intrattenimento così abbondante, in termini giornalistici e industriali circola la definizione di peak tv, che tradotto fa: c'è più offerta che pubblico. Il che è un bene per noi ma è un costo esorbitante per Hollywood e la Silicon Valley. In un video diffuso da Bloomberg lo scorso ottobre dal titolo evocativo "Binge Watch now before Netflix Bubble Burst", si annunciavano 500 sceneggiature per il 2017 tra broadcast, via cavo e servizi streaming; circa il doppio rispetto al 2010. La prima domanda è: chi mai li guarderà tutti? Ma il problema dello spettatore vacante è secondario (tanti freelance, tanti studenti, tanti creativi pronti a scriverne su Facebook esattamente come si instagrammavano con l'Apple o bevendo il caffè di Starbucks, o come si fotografano i libri che leggono: i prodotti culturali sono identitari) rispetto al chiedersi se è sostenibile. Sei delle principali aziende dell'intrattenimento spendono complessivamente 26 miliardi di dollari per produrre o comprare tv show e film. Chi spende di più è Netflix che "può essere il maggior beneficiario o la principale vittima della peak tv". Netflix è passata dai 3 miliardi e 4 spesi per produrre o comprare contenuti nel 2014 ai 6 miliardi spesi per il 2017. La scommessa di Netflix è che la televisione on demand sostituirà del tutto quella lineare. Tuttavia, in assenza di dati chiari che per loro policy non vengono forniti, viene naturale chiedersi se questa enorme spesa possa essere sostenibile su lungo periodo. L'azienda è quotata in borsa e a Wall Street è considerata una piattaforma tecnologica e non di contenuti, in modo da essere valutata più di Sony. Alcuni analisti sconsigliano gli investitori di comprare azioni Netflix perché il mercato sta raggiungendo la saturazione, gli abbonamenti crescono lentamente, la competizione aumenta e i costi anche. In Netflix pensano che la cosa peggiore sia dire che hai mostrato il prodotto a un gruppo d'ascolto e lo hanno apprezzato. Amano ripetere che i dati d'ascolto non valgono nulla, sono un retaggio del passato, roba buona solo per network mantenuti dagli inserzionisti pubblicitari. Il Chief Content Officer di Netflix, Ted Sarandos, avverte: "Per chi come noi punta sull'aumento delle sottoscrizioni, non sulla pubblicità, la performance di uno show non ha alcuna rilevanza". Così facendo ha protetto il prodotto dalla risposta alla prima domanda ("C'è qualcuno che effettivamente guarda quello che state producendo?") ma non dalla seconda ("I soldi basteranno?"). Gli analisti più scettici fanno notare che la fortuna iniziale di Netflix è stata pagare a basso prezzo i diritti tv e rimanere sul mercato per i primi anni in totale solitudine. Ma oggi non è più così. Molti iniziano a pensarla come David Zaslav di Discovery Communication: "I servizi delle piattaforme di streaming on demand esistono solo perché noi produciamo contenuti. Stiamo sostenendo un modello economico che non ha senso". Secondo Luca Barra, ricercatore dell'Università di Bologna e autore di "Palinsesto. Storia e tecnica della programmazione televisiva" (Laterza), il problema c'è: "In Italia Netflix è soprattutto una bolla comunicativa-culturale. Spende molti soldi e con successo per comprare, produrre e, tassello fondamentale, promuovere contenuti, ma poi per ragioni di diritti disponibili e di reali investimenti offre un catalogo discretamente limitato (se paragonato ai competitor come Now Tv o Infinity, forti degli accordi fatti da Sky e Mediaset) a un pubblico, almeno al momento, pregiato ma dalle dimensioni ridotte (e comunque ancora ben lontano dai 7 milioni di abbonati annunciati come obiettivo durante il lancio italiano...)". La bolla sta per scoppiare? "Netflix è muscolare perché deve dimostrare che la disruption funziona davvero, ma ci perde un mucchio di soldi e spreca quintali di prodotto. Tutti sembrano concordi nel ripetere che il palinsesto è morto e il futuro è non lineare. Ma lo si ripete da decenni. Al contrario, il modello tradizionale di broadcasting risponde a bisogni che l'on demand non può soddisfare: comunità, sincronizzazione sociale, i generi diversi da film e serie tv, il vedere qualcosa tanto per vedere qualcosa come fa chiunque dopo una giornata di lavoro. L'on demand è per natura complementare, supplementare". Netflix è la nuova HBO, ma Amazon è la nuova Netflix? "Amazon è diversa da Netflix, ha gli studios e la tecnologia. Il suo core business è farti avere ciò che desideri nei tempi pia veloci possibili, e almeno per ora offre ai suoi abbonati Prime, allo stesso prezzo, in pia, anche le serie e i film. E' un player da tenere d'occhio", dice Barra.
Oggi Netflix produce serie tv data-driven (cioè è vero che ama ripetere che i dati non servono a nulla, ma a loro servono eccome: traccia il comportamento degli utenti e usa le metriche per sapere cosa suggerirti nella logica della personalizzazione dell'interfaccia o per decidere cosa produrre minimizzando i flop) che rimestano nell'immaginario pop nostalgico anni Ottanta come "Stranger Things" (la serie pia stephenkinghiana di sempre), e anni Duemila come "Gilmore Girls", che sono l'esito di un'analisi dei dati degli iscritti (se mi accorgo che c'è un pubblico consistente per "Una mamma per amica" investo per produrre una nuova stagione) ma, sostiene Barra, "è anche l'evidenza della persistenza nell'immaginario condiviso di una centralità della televisione generalista, che negli anni ha forgiato quel tipo di gusto, visioni, esperienze e riferimenti culturali". Ci permettiamo di toccare marginalmente anche un altro punto secondario, che in un'analisi del mercato industriale e degli scenari futuri non dovrebbe contare poi molto, ma in fondo ci sta a cuore: le serie prodotte da Netflix che inseguono la prestige television non sono così entusiasmanti quanto lo è la promozione commerciale che le accompagna. «In assenza di dati, generare hype è l'unica cosa che conta», ci conferma Barra. Quando Ted Sarandos afferma che in giro ci sono molte serie mediocri ammette che anche nel proprio catalogo ci sono, ma subito aggiunge "non è intenzionale!". Forse parlare dell'aspetto creativo è fuori moda, ma serie come "OA", "Love" o "Tredici" avranno pure un motivo d'essere dovuto ad analisi metriche sofisticate, ma sono ben lontane dal rappresentare una rivoluzione culturale estetica. Oltre alla bolla comunicativa e alla bolla finanziaria ci tocca pure la bolla creativa. E' dal 1993 che si ripete che le serie tv sono come i romanzi per nobilitarne l'aspetto culturale in quanto forma d'intrattenimento legittima. Un problema pia per la spendibilità sociale di noi che ne scriviamo che per l'industria. L'intrattenimento culturale si adatta all'epoca in cui si vive. Il timore di Hastings è infatti che i film e la televisione diventino come l'opera o i romanzi, perché ci sono così tante forme d'intrattenimento che un giorno guarderemo le serie tv come relitti storici. "Ma quel giorno potrebbe essere fra cent'anni". A quel punto, se le cose andranno male, i disruptor della Silicon Valley potranno sempre venire in Italia e chiedere finanziamenti alla Cultura. Anche in quel caso i dati sugli spettatori saranno secondari e Netflix potrà preservare il suo riserbo e tacere sulla diffusione dei dati. Ma con la scusa della qualità.

sabato 8 aprile 2017

TELEFILM ART - Si avvicina la data del sequel di "Twin Peaks" e i fanart(ist) si moltiplicano...

giovedì 6 aprile 2017

SGUARDO FETISH - Knock on Wood! La protagonista di "Westworld" si traveste da Bowie (80s-style) su "Elle" Canada
Evan Rachel Wood of Westworld shows her glam-rock side on the cover of Elle Canada‘s May issue, on stands April 10th. 
Here’s what the 29-year-old actress and singer had to share with the mag:
On her three-year-old son with ex Jamie Bell: “Bless him. He’s a gypsy by proxy because his parents are. He’s only three now, but he’s starting to understand. He hears one of my songs and he knows that that’s me, and he has seen me on TV and he’s starting to put the pieces together. His parents are very different. My ex-husband is lovely and very British and straightedge, and then he’s got this glam-rock weirdo for a mom.” 
On her move to Nashville: “L.A. is wonderful, and it has given me so many amazing things, but I’ve also got a lot of demons here. I was ready to break it up a little bit. I wanted to give my kid some grass to run around on. Again, he’s got two actor parents. I was like, ‘You don’t need to live in L.A. full-time. Let’s go somewhere a little “normal” for a bit.’”
On her band Rebel and a Basketcase: “We’re a baby band. My first love was singing and music, and it still kind of is. I love acting, and it’s a deep, deep love. But music is like my religion. If I didn’t have music, I would die.” 
On writing uplifting music: “It’s easier to focus on the bad stuff, you know, than to pull yourself up and sing about something nice. Our new single is called ‘Today,’ and it’s just a big battle cry about not letting the dark forces ruin your day. You make today and you make the changes, and as long as you’re here and you’re fighting, you’re going to be okay. I’m excited for people to hear that song. I think it’s a really good time for it.”

mercoledì 5 aprile 2017

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
CORRIERE DELLA SERA
"Tredici", il teen drama più conturbante della tv
"Ciao a tutti. Spero per voi che siate pronti, perché sto per raccontarvi la storia della mia vita. O meglio, come mai è finita. E se state ascoltando queste cassette è perché voi siete una delle ragioni. Non vi dirò quale nastro vi chiamerà in causa. Ma non preoccupatevi, se avete ricevuto questo bel pacco regalo, prima o poi il vostro nome salterà fuori...». La voce è di Hannah Baker (Katherine Langford), una ragazza del liceo che si è suicidata, vittima del bullismo di alcuni compagni. Clay Jensen (Dylan Minnette) ascolta il primo dei nastri che qualcuno ha lasciato davanti alla sua porta. I nastri sono incisi su vecchie musicassette, in pieno contrasto tecnologico con i social, è stanno per sconvolgere più di un'esistenza. Prodotto da Netflix, creato da Brian Yorkey e basato sul romanzo omonimo di Jay Asher, «Tredici» («13 Reasons Why») è il teen drama più conturbante della serialità americana: 13 puntate, 13 persone coinvolte, 13 storie che si intrecciano, 13 motivi di una morte cui tutti, a vario titolo, hanno contribuito. II libro è stato pubblicato nel 2007 e ora Mondadori lo ripropone in una nuova grafica ispirata alla serie. Guidato dalla voce della ragazza (un interessante utilizzo della voice over), il solitario Clay, in apparenza il più innocente di tutti, ripercorre i momenti trascorsi con Hannah, di cui era innamorato. C'è un doppio registro narrativo (giocato su piani temporali diversi) che rende la serie coinvolgente. Da una parte il tema del bullismo, della superficialità e della spietatezza di certi rapporti, del clima di complicità che le istituzioni spesso riescono a creare. Dall'altra (ed è l'aspetto più innovativo) il contrasto tra vecchi e nuovi media, tra la lentezza vin-tage di un mondo che non conosce ancora Google Maps e la velocità dei social. In mezzo l'«effetto farfalla», teorizzato da Hannah: da un lontano battito d'ali ecco l'uragano di una tragedia inattesa". (Aldo Grasso)

martedì 4 aprile 2017

GOSSIP - Alla fine ne rimarrà una sola! Dopo l'ultima dipartita di "The Walking Dead", la regina degli zombie è sempre più Lauren Cohan (sull'ultimo "Harper's Bazaar")

lunedì 3 aprile 2017

PICCOLO GRANDE SCHERMO - Scanzi for President! "I remake di serie tv cult al cinema, tipo CHIPs, sono un sacrilegio. Se fallisce pure Lynch con Twin Peaks chiudete il sarcofago!"

Articolo di Andrea Scanzi su "Il Fatto Quotidiano"
A detta di uno dei diretti interessati, o forse per meglio dire delle vittime: "Sembra una versione soft porn di Scemo e Più Scemo". Parola di Larry Wilcox. Parlava di CHIPs, di cui è stato uno dei due protagonisti ("quello biondo") dal 1977 al 1983. Solo che Wilcox aveva interpretato la serie televisiva, mica il film. Che, evidentemente, gli ha fatto parecchio schifo. Prima di aggiustare un po' il tiro, concedendo alla nuova pellicola una parvenza di decenza, Wilcox ha pure aggiunto: "Ben fatto, Warner Bros! Hai giusto rovinato il brand di CHIPs e di Calif Highway Patrol. Bella mossa!".

Il film CHIPs, girato 34 anni dopo l'ultima puntata della serie, uscirà nelle sale italiane il 20 luglio. L'altro protagonista storico, Erik Estrada cioè Francis Poncharello detto "Ponch", è stato meno duro. Alla prima americana era presente e fa pure un piccolo cameo nel film. Estrada, che l'anno scorso è diventato davvero poliziotto (a 66 anni) per il Dipartimento di Polizia di St. Anthony in California, si è dimostrato assai conciliante. A lui l'idea del reboot cinematografico è piaciuta proprio: "Non stanno insultando nessuno: stanno solo proponendo la loro versione".
Nell'attesa (non esattamente spasmodica) di vedere l'opera e con ciò capire se ha ragione il biondo o il moro, un fatto è certo: c'è una gran voglia di rimpiangere -e addirittura reinterpretare, che è poi in questo caso un riesumare - quel buco nero spesso tremendo che sono stati gli Anni Ottanta. Per carità, è stato un decennio con fiammate qua e là autentiche: nella musica, nel cinema, nella tivù. Solo che quasi sta esagerando. In primo luogo, quando ti riduci a fare il film su CHIPs quarant'anni dopo la prima puntata, certifichi implicitamente che la mancanza di idee nuove del cinema è pressoché accecante. L'esatto opposto delle serie tivù, che rispetto ai tempi di CHIPs hanno fatto passi da gigante. I passi di Lost, di Breaking Bad, di Sons of Anarchy, di True Detective. Eccetera. In seconda istanza, la proliferazione di operazioni-riesumazione legate agli Ottanta non coincide quasi mai con rese qualitative esaltanti. Dodici anni fa è uscito Hazzard. Ve lo ricordate? No? Beati voi. Il film era ispirato alla serie omonima più o meno coeva di CHIPs. Il risultato, per usare un eufemismo, non si rivelò esattamente esaltante. E difficilmente lo sarà il sequel di Magnum PI, altra serie mitica (va be') degli Ottanta. Ci stanno lavorando, uscirà a vent'anni dopo l'ultima puntata e la protagonista sarà la figlia di Thomas Sullivan Magnum IV (o se preferite "Magnum", interpretato da Tom Selleck).
Perché ci mancano così tanto quegli anni? Forse perché eravamo giovani e forse belli, forse perché voltarsi indietro è un gesto che prima o poi viene voglia di fare. Anche solo per vedere l'effetto che fa. Un gesto umanissimo, ma artisticamente - e non solo artisticamente - scivolosissimo. C'è sempre il rischio di rovinare il ricordo, di scoprire quanto nel frattempo tutto sia cambiato: di quanto, per non farla cadere troppo dall'alto, il tempo abbia travolto ogni cosa. Pochi giorni fa si sono commossi in tanti nel vedere la foto di "Starsky" Paul Micheal Glaser che spingeva "Hutch" David Soul sulla sedia a rotelle. Anche gli "eroi" invecchiano, come ci aveva dimostrato inequivocabilmente pure Harrison Ford mostrandoci un Han Solo che, tutto sommato, nell'ultimo Guerre stellari non vedeva l'ora di farsi ammazzare (con quel figlio coglione, oltretutto). Più che rimpiangerli a casaccio, verrebbe solo voglia di lasciare gli Anni Ottanta dove stavano, in quel limbo posticcio tra consumismo frainteso e folgorazione disattesa. Quel poco di bello che c'è stato non può essere ripetuto.
Se n'è accorto perfino Michael Mann, che pure è un genio, quando ha provato a portare al cinema la serie televisiva Miami Vice (di cui era produttore esecutivo): il film, nonostante cast ed effetti speciali, fu una delusione. Meglio poi non parlare dell'obbrobrio che è stato il remake di Point Break, gioiello di inizio Novanta con un Patrick Swayze leggendario: perché replicare un'epifania non replicabile? Non ha senso, non è giusto. Per certi versi è persino sacrilego.
In questa mania tracimante di revival è rimasto invischiato addirittura David Lynch. Ha deciso di riprendere Twin Peaks, quella sì una serie straordinaria, ventisette anni dopo. Ci sono ancora molti attori "originali": di fatto, più che un sequel, ¡proprio la terza stagione che in tanti avrebbero voluto vedere. Solo che nel frattempo è passato un quarto di secolo. Un rischio, un azzardo, una follia. Soltanto Lynch può riuscirci: se fallisce pure lui, per favore, chiudete per sempre il sarcofago di quegli anni.

domenica 2 aprile 2017

GOSSIP - Chopra-zzemolina anche su "Marie Claire" (aspettando "Baywatch")
We're sitting in Chopra's Upper East Side living room in New York City, where she's currently shooting the second season of Quantico—a fastpaced spy confection in which she stars as sexy, unstoppable CIA agent Alex Parrish. It's a miserable January afternoon outside, but Chez Chopra is a cozy, serene oasis of cream and pale-blue silk in the midst of which sits Chopra herself, all dark hair and liquid eyes and ripped Levi's, with her tiny new puppy, Diana, dozing on her lap.

On her love life: "I'm not someone who looks for love. I don't believe in making it happen. My life has been shaped by so many serendipitous moments so far, I feel like, Why screw with a good thing?"

On her upcoming project, Baywatch"I loved Baywatch so much growing up. It was the quintessential American Dream. All those beautiful people in bathing suits, running slo-mo on the beach in Malibu—amazing!"

On her start in Bollywood—without any previous acting experience: "Coming from academics, like an idiot, I was like, Oh, it's just pretty people. You've got to wear lovely outfits and say a few lines. How hard can this be?" Boy, was I surprised. I just kind of went on set and fell and dusted myself off, and learned, and then fell again and figured it out."

sabato 1 aprile 2017

PICCOLO GRANDE SCHERMO - Charlie Hunnam vuol fà Indiana Jones! Il protagonista di "SOA" in un film ambientato nella foresta amazzonica
Charlie Hunnam is featured on a new poster for his upcoming film The Lost City of Z and he sure is looking hot as an explorer! The 36-year-old actor stars alongside Robert PattinsonSienna Miller, and Tom Holland in the new film, set to hit theaters in limited release on April 14 and nationwide on April 21. The Lost City of Z tells the incredible true story of British explorer Percy Fawcett (Hunnam), who journeys into the Amazon at the dawn of the 20th century and discovers evidence of a previously unknown, advanced civilization that may have once inhabited the region. Despite being ridiculed by the scientific establishment who regard indigenous populations as “savages,” the determined Fawcett – supported by his devoted wife (Miller), son (Holland) and aide-de-camp (Pattinson) – returns time and again to his beloved jungle in an attempt to prove his case, culminating in his mysterious disappearance in 1925.

venerdì 31 marzo 2017

GOSSIP - Rihanna Fap! La scena della doccia della popstar in "(Mastur)Bates Motel"

giovedì 30 marzo 2017

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media nazionali e internazionali


TWITTER-JAM - I migliori tweet seriali del circondario

mercoledì 29 marzo 2017

GOSSIP - Clamoroso al Cibali! Galeotta fu "Supergirl": Melissa Benoist e Chris Wood se la intendono non solo sul set!

News tratta da "Just Jared"
Rumors have been swirling for weeks that Melissa Benoist and Chris Wood are dating and they have seemingly confirmed their relationship! The 28-year-old actress and the 28-year-old actor, who both star on The CW’s Supergirl, were spotted kissing passionately at the beach in Cancun this week and there are photos to prove it. Melissa and Chris film the series up in Vancouver, Canada and they have been seen walking each other’s dogs on several occasions this month. Melissa filed for divorce from her husband Blake Jenner back in December and it was reported that Chris split from his girlfriend Hanna Mangan-Lawrence in January.

martedì 28 marzo 2017

NEWS - Disney, allarme Netflix! Per combattere il crollo di ascolti dovuto alla concorrenza lancia la comedy-shock "Andi Mack", dove un'adolescente si confida con quella che crede sia sua sorella ma in realtà è sua madre

Articolo tratto da "Il Fatto Quotidiano"

Quando gli indici d'ascolto sono apparsi sullo schermo, Gary Marsh presidente mondiale di Disney Channel, ha fatto un salto sulla sedia. I dati Nielsen di qualche settimana fa indicavano un meno 18 per cento di spettatori tra i bambini dai 2 agli 11 anni rispetto al febbraio del 2016. Un crollo verticale, che racconta di una migrazione in massa dei nuovi teenager, sempre più precoci e sempre più in cerca di prodotti che possano rispecchiarli, verso canali come Netflix - giudicata assai più cool - oppure YouTube. Che Netflix faccia molta paura lo ha ammesso anche Robert A. Iger, amministratore delegato Disney, che durante l'ultima conferenza con gli analisti dell'industria ha ricondotto i bassi indici di ascolto alla proliferazione di canali sulla piattaforma streaming, ma soprattutto all'avvitamento su se stesso di Disney Channel. Per fortuna Gary Marsh ha un asso nella manica, che spera funzioni per invertire la tendenza. Si chiama "Andi Mack", è un comedy drama che esordirà il 7 aprile e la sua trama è decisamente lontana dalle tipiche sit come dei canali Disney, storie di adolescenti maghetti e variopinte famigliole, condite da demenziali risate di sottofondo. Qui, invece, la nonna di Andi - l'esordiente Peyton Elisabeth Lee, un'anticonformista teenager dai tratti asiatici, capelli corti e i denti un po' storti - ha fatto credere alla nipote che Bex sia la sua sorella grande, e non sua madre. Un segreto che tiene viva la suspense, come gli episodi di vita scolastica di Andi, estremamente veri, e le sue storie sentimentali, dove si affaccia, inevitabilmente, il sesso. Ma le novità stanno anche nel modo di girare: basta interni soffocanti e assurde camerette adolescenziali viola e rosa. Le scene sono girate soprattutto in esterno, per dare più spazio al mondo reale. La storia si sviluppa in un'intera stagione e i personaggi sono pensati per essere convincenti e autentici. La nascita di "Andi Mack" l'ha raccontata qualche giorno fa il New York Times. Era il 2015 e Gary Marsh, intuendo la catastrofe incombente, aveva convocato la sceneggiatrice Terri Minsky per un pranzo di lavoro. Già nel 2001 Minsky, autrice tra l'altro di numerosi episodi di "Sex and the City", aveva creato per Disney Channel la sitcom di successo "Lizzie McGuire", 2,3 milioni di spettatori per episodio. Questa volta, però, più di dieci anni dopo, la sfida era più grande, proprio perché i ragazzini, colpa di una pubertà sempre più precoce (age compression), sono radicalmente cambiati e sempre più affamati di autenticità. Così, a sostare di fronte a sit com Disney come "Best Friends Whenever", storia di due teenager che possono viaggiare nel tempo, o "Liv and Maddie", le gemelline una chic l'altra sportiva, sono sempre più bambini piccoli, mentre i teenager veri e propri si sono spostati su altri lidi. Per Disney la soluzione del problema non era facile: horror e sesso sono banditi, ma c'era la necessità, ha spiegato sempre al New York Times Gary Marsh, di "storie che contino, che abbiano a che fare con questioni complesse, che siano emozionanti, ragionate e lunghe, che colpiscano alla pancia". La trama di "Andi Mack", nata - spiega la Minsky - leggendo un articolo sulla vita di Jack Nicholson, che a quarant'anni ha scoperto che la donna che credeva sua sorella era invece sua madre, è una di quelle che può funzionare. Marsh ha sottolineato naturalmente, per rassicurare i genitori, che "Andi Mack" è stato scritto in modo rispettoso dell'età, grazie a consulenti del National Campaign to Prevent Teen and Unplanned Pregnancy. E Minsky ha puntualizzato: "Non spiegheremo certo come nascono i bambini, ma al tempo stesso non possiamo assicurare che il sesso non sarà sfiorato, perché parliamo di parecchie cose".
I commenti alla prima puntata - messa in onda sui canali web Disney e non - sembrano confermare che l'obiettivo del programma, quello di raccontare la "vita vera", è stato centrato. Per molti, però, la serie è giudicata troppo adulta per Disney Channel, mentre alcune mamme raccontano di frastornati bambini dai 6 ai 12 anni, "troppo grandi per Disney Junior com'era, non grandi abbastanza per questo prodotto". Ma allora cosa fare, dare ai ragazzini prematuri prodotti sempre più "adultizzati", magari ben fatti ma pur sempre troppo veri, o lasciarli annoiare davanti a fiction più infantili, banali ma innocue? Per un'azienda che vede gli indici d'ascolto andare in picchiata la soluzione è obbligata. Per i genitori che ogni giorno si trovano d i fronte a questo dilemma, purtroppo, un po' meno.

lunedì 27 marzo 2017

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri

CORRIERE DELLA SERA
"Iron Fist", più che una serie è un prequel alla reunion super-eroica Netflix
"Nella stagione del trionfo dell'antieroe, ci sono alcune serie tv che ancora si esercitano sulla figura dell'eroe, o meglio del super eroe. Da quando Netflix ha siglato un importante accordo con il marchio Marvel, la piattaforma ha rilasciato quattro serie ispirate ad alcuni dei personaggi più amati dell'universo narrativo dei celebri fumetti (già riversato in molti film), con l'idea di farli riunire tutti in una mini-serie prevista per la fine del 2017. 'Iron Fist' è l'ultima in ordine di tempo e racconta di un personaggio che, nei fumetti, esiste sin dagli anni 'io: i'accogllenza, almeno negli USA, è stata piuttosto tiepida. E questa è già una notizia, trattandosi di una serie di Netflix, che mette grossi investimenti nelle sue produzioni per garantirsi sempre un livello eccellente in tutti gli aspetti, dai cast, alla regia e la sceneggiatura e aveva finora quasi sempre convinto con i suoi prodotti originali. Danny Rand, il giovane figlio di un multimilionario, fa ritorno a New York dopo essere stato creduto morto in un incidente aereo capitato alla sua famiglia quando era bambino. Sappiamo poco della sua vita negli anni recenti, si ripresenta trasandato come un homeless e con inaspettate abilità nelle arti marziali, che superano di gran lunga quelle possibili per gli esseri umani. Vuole saperne di più sull'incidente capitato alla sua famiglia e capire se il socio in affari del padre, con i suoi due figli, ha avuto un ruolo in quelle vicende. Nel frattempo incontra l'esperta di arti marziali Colleen Wing e la serie prende la piega di molti film di genere legati a queste discipline. L'impressione è che «Iron Fist» non debba tanto essere considerata una serie autonoma, quanto più una specie di prequel per la prossima reunion dei quattro supereroi Netflix. Certo, una serie come «Jessica Jones» aveva mostrato ben altra tensione narrativa e profondità psicologica nel racconto dei personaggi". (Aldo Grasso)

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