venerdì 22 giugno 2018
mercoledì 20 giugno 2018
martedì 19 giugno 2018
NEWS - Clamoroso al Cibali! Jon Bernthal richiamato sul set per tirar fuori dalla tomba "The Walking Dead"
News tratta da Slashfilm
Jon Bernthal‘s career has really taken off since his Walking Dead days, but the actor isn’t against staying true to his roots. Bernthal will return for The Walking Dead season 9, just as his former co-star Andrew Lincoln exits the show. Despite the huge hinderance of being dead, Jon Bernthal’s character, Shane Walsh, is returning to The Walking Dead. THR reports that Bernthal is coming back for season 9 of AMC’s never-ending zombie show, just as star Andrew Lincoln is exiting. Shane was a main character in the first two seasons of the series – he was the former partner of Lincoln’s Rick Grimes, and became an antagonist on the series after the zombie outbreak. Shane and Rick had a lot of bad blood, primarily due to Shane having an affair (and fathering a child with) Rick’s wife, Lori. Shane died in season 2, and then returned as a zombie. He was then quickly dispatched with a headshot by Rick’s son Carl. Which begs the question: just how will Shane return? No one knows yet, but my guess is either in a flashback or a dream sequence. However Bernthal returns to the show, his part is going to be brief – the actor has a commitment to Netflix’s The Punisher, and THR indicates that it’s likely Bernthal will only appear in three episodes maximum of The Walking Dead season 9.
News tratta da Slashfilm
Jon Bernthal‘s career has really taken off since his Walking Dead days, but the actor isn’t against staying true to his roots. Bernthal will return for The Walking Dead season 9, just as his former co-star Andrew Lincoln exits the show. Despite the huge hinderance of being dead, Jon Bernthal’s character, Shane Walsh, is returning to The Walking Dead. THR reports that Bernthal is coming back for season 9 of AMC’s never-ending zombie show, just as star Andrew Lincoln is exiting. Shane was a main character in the first two seasons of the series – he was the former partner of Lincoln’s Rick Grimes, and became an antagonist on the series after the zombie outbreak. Shane and Rick had a lot of bad blood, primarily due to Shane having an affair (and fathering a child with) Rick’s wife, Lori. Shane died in season 2, and then returned as a zombie. He was then quickly dispatched with a headshot by Rick’s son Carl. Which begs the question: just how will Shane return? No one knows yet, but my guess is either in a flashback or a dream sequence. However Bernthal returns to the show, his part is going to be brief – the actor has a commitment to Netflix’s The Punisher, and THR indicates that it’s likely Bernthal will only appear in three episodes maximum of The Walking Dead season 9.
The Walking Dead is undergoing several changes as it enters its ninth season. Andrew Lincoln, who has been with the show since the beginning, is leaving, with plans to only appear in six episodes of the new season before he departs. “There needs to be an end game and that is something that is definitely being talked about,” Lincoln said. “There’s certainly an endgame in my head. Whether or not that’s the same endgame that’s in the producers’ heads or the people I work with, is another matter. That’s open for discussion.” After Lincoln departs, co-star Norman Reedus will then be bumped up to become the show’s main character. Co-star Lauren Cohan will depart the show as well. Cohan held out on announcing her return until she received a better deal, and she now plans to come back for six episodes before leaving for good. Showrunner Scott M. Gimple is also leaving the series, with Angela Kang set to take over. With all these changes, and a sense of diminishing returns from fans, one can’t help but think that The Walking Dead has perhaps run its course as a TV show. AMC is unlikely to let the show go anytime soon, though. Despite dwindling ratings, The Walking Dead remains one of AMC’s biggest hits – so much so that they gave it its own spin-off, Fear the Walking Dead. Bringing Bernthal back, even in a limited capacity, may be one way to energize the show’s fanbase as the series goes through its season 9 changes.
lunedì 18 giugno 2018
NEWS - Fraternité contre Netflix! In Francia l'alleanza di 3 grandi network fa un "Salto" per contrastare l'avanzata streaming che cresce al ritmo di 100 mila nuovi abbonati al mese (3.5 milioni totali fino ad oggi)
Articolo tratto da "La Stampa"
Chi l'avrebbe mai detto: France Télévisions, il gruppo pubblico televisivo francese, orgoglioso della seriosa qualità della sua offerta, almeno per l'informazione, si allea in patria con i nemici di sempre, Tf1(íl canale privato con l'audience più alta d'Europa, anche a colpi di giochini e show con i lustrini) e M6, altro concorrente privato, ma rivolto più a un pubblico di giovani. Si, ma quando bisogna contrastare l'«invasore» straniero, per di più a stelle e strisce, tutto è possibile in Francia. Nascerà così a Parigi Salto, alias l'anti Netflix, una piattaforma su internet (e su abbonamento) dalla quale scaricare serie tv, film, documentari e programmi di ogni tipo, prodotti dai tre gruppi. «L'unione fa la forza», ha commentato ieri Delphine Ernotte, presidente di France Télévisions, che comprende diversi canali, ma principalmente France 2 e France 3, con un bacino di consumatori dall'età sfornulatamente sempre più alta. Erano cinque anni che i tre nuovi partner lavoravano al progetto e ormai non ci sperava più nessuno, vista la differenza di approccio e i diversi interessi (France Canal + è in difficoltà perché ha perso i diritti per il calcio e gli abbonati sono in calo Télevisions puntava a una piattaforma comune gratuita, ma Tf1 e M6, che distribuiscono i loro programmi anche mediante operatori telefonici, come Orange, Free e Sfr, dai quali hanno ottenuto da poco di farsi pagare di più, volevano evitare ogni possibilità di concorrenza sleale). Se alla fine si è centrato l'obiettivo, si deve al successo folgorante di Netflix in Francia. Sbarcato da queste parti nel 2014, può ormai contare su 3,5 milioni di abbonati. E cresce a un ritmo di 100mila nuovi clienti al mese, provenienti soprattutto dal bacino dei più giovani, che «fuggono» dalle tv tradizionali, in particolare quelle pubbliche. Non solo: Canal+, la pay tv francese, controllata da Vincent Bolloré, non va bene. Ed è probabile che andrà sempre peggio, visto che ha appena perduto i diritti televisivi per la Ligue 1, la Serie A francese. Canal+ è scesa a 4,9 milioni di abbonati. È il momento propizio per France Télévisions, Tf1 eM6 di approfittare della sua debolezza. Ieri, i tre nuovi alleati non hanno specificato né i finanziamenti che saranno consacrati alla piattaforma Salto, né la tempistica. Ma, secondo le voci che circolano a Parigi, si dovrebbe trattare di almeno 50 milioni di euro, da destinare soprattutto al suo sviluppo tecnologico. Il debutto, invece, è previsto l'anno prossimo, dopo che l'autorità pubblica sulla libera concorrenza avrà dato il via libera. Saranno disponibili due tipi di abbonamenti. Quelli meno cari, compresi tra i due e i cinque euro, daranno accesso alla diretta su tutti i canali disponibili (anche Tmc, del gruppo Tf1, che ha particolare successo fra i giovani, con un programma di infotainement, il «Quotidien», una sorta di «Striscia la notizia» in salsa francese). E inoltre servizi premium come il replay limitato a una settimana, lo «start oven) per riprendere un programma dagli inizi o lo «stacking», per rivedere gli episodi precedenti di una serie in corso. L'accesso sarà possibile dallo smartphone, dal tablet, da un computer e dalle televisioni connesse. Con gli abbonamenti più cari, compresi fra i sette e gli otto euro, sarà disponibile l'accesso illimitato alla produzione televisiva dei tre alleati (France Télévisions e Tf1 rappresentanto da soli il 75% di quella totale francese) e in certi casi europea. Il gruppo pubblico francese, che in genere stenta a sfondare con le sue serie, ha strappato negli ultimi tempi qualche successo, come «Capitaine Marleau», le vicende di una donna capitano della gendarmeria un po' svitata, ambientate nella Francia profonda. Salto viene creato sull'esempio di una piattaforma simile americana, Hulu. Ed è una risposta non solo a Netflix, ma anche ad Amazon. E ai tentativi degli altri colossi americani, come Google o Facebook, di rubare il pubblico alle televisioni più classiche.
Articolo tratto da "La Stampa"
Chi l'avrebbe mai detto: France Télévisions, il gruppo pubblico televisivo francese, orgoglioso della seriosa qualità della sua offerta, almeno per l'informazione, si allea in patria con i nemici di sempre, Tf1(íl canale privato con l'audience più alta d'Europa, anche a colpi di giochini e show con i lustrini) e M6, altro concorrente privato, ma rivolto più a un pubblico di giovani. Si, ma quando bisogna contrastare l'«invasore» straniero, per di più a stelle e strisce, tutto è possibile in Francia. Nascerà così a Parigi Salto, alias l'anti Netflix, una piattaforma su internet (e su abbonamento) dalla quale scaricare serie tv, film, documentari e programmi di ogni tipo, prodotti dai tre gruppi. «L'unione fa la forza», ha commentato ieri Delphine Ernotte, presidente di France Télévisions, che comprende diversi canali, ma principalmente France 2 e France 3, con un bacino di consumatori dall'età sfornulatamente sempre più alta. Erano cinque anni che i tre nuovi partner lavoravano al progetto e ormai non ci sperava più nessuno, vista la differenza di approccio e i diversi interessi (France Canal + è in difficoltà perché ha perso i diritti per il calcio e gli abbonati sono in calo Télevisions puntava a una piattaforma comune gratuita, ma Tf1 e M6, che distribuiscono i loro programmi anche mediante operatori telefonici, come Orange, Free e Sfr, dai quali hanno ottenuto da poco di farsi pagare di più, volevano evitare ogni possibilità di concorrenza sleale). Se alla fine si è centrato l'obiettivo, si deve al successo folgorante di Netflix in Francia. Sbarcato da queste parti nel 2014, può ormai contare su 3,5 milioni di abbonati. E cresce a un ritmo di 100mila nuovi clienti al mese, provenienti soprattutto dal bacino dei più giovani, che «fuggono» dalle tv tradizionali, in particolare quelle pubbliche. Non solo: Canal+, la pay tv francese, controllata da Vincent Bolloré, non va bene. Ed è probabile che andrà sempre peggio, visto che ha appena perduto i diritti televisivi per la Ligue 1, la Serie A francese. Canal+ è scesa a 4,9 milioni di abbonati. È il momento propizio per France Télévisions, Tf1 eM6 di approfittare della sua debolezza. Ieri, i tre nuovi alleati non hanno specificato né i finanziamenti che saranno consacrati alla piattaforma Salto, né la tempistica. Ma, secondo le voci che circolano a Parigi, si dovrebbe trattare di almeno 50 milioni di euro, da destinare soprattutto al suo sviluppo tecnologico. Il debutto, invece, è previsto l'anno prossimo, dopo che l'autorità pubblica sulla libera concorrenza avrà dato il via libera. Saranno disponibili due tipi di abbonamenti. Quelli meno cari, compresi tra i due e i cinque euro, daranno accesso alla diretta su tutti i canali disponibili (anche Tmc, del gruppo Tf1, che ha particolare successo fra i giovani, con un programma di infotainement, il «Quotidien», una sorta di «Striscia la notizia» in salsa francese). E inoltre servizi premium come il replay limitato a una settimana, lo «start oven) per riprendere un programma dagli inizi o lo «stacking», per rivedere gli episodi precedenti di una serie in corso. L'accesso sarà possibile dallo smartphone, dal tablet, da un computer e dalle televisioni connesse. Con gli abbonamenti più cari, compresi fra i sette e gli otto euro, sarà disponibile l'accesso illimitato alla produzione televisiva dei tre alleati (France Télévisions e Tf1 rappresentanto da soli il 75% di quella totale francese) e in certi casi europea. Il gruppo pubblico francese, che in genere stenta a sfondare con le sue serie, ha strappato negli ultimi tempi qualche successo, come «Capitaine Marleau», le vicende di una donna capitano della gendarmeria un po' svitata, ambientate nella Francia profonda. Salto viene creato sull'esempio di una piattaforma simile americana, Hulu. Ed è una risposta non solo a Netflix, ma anche ad Amazon. E ai tentativi degli altri colossi americani, come Google o Facebook, di rubare il pubblico alle televisioni più classiche.
sabato 16 giugno 2018
venerdì 15 giugno 2018
giovedì 14 giugno 2018
GOSSIP - Stranger Web! Millie Bobbie Brown lascia twitter per accuse omofobe
News tratta da "Uproxx"
Only days after news spread that Star Wars: The Last Jedi actress Kelly Marie Tran deleted her Instagram in response to abuse from fans, Stranger Things actress Millie Bobbie Brown has done similar with her Twitter account. The move is the latest celebrity who decided to leave social media following fan criticism, bullying, and backlash from critics and fans. Brown’s decision to leave her personal account behind comes with an odd wrinkle related to the type of “memes and gifs” the actress had been receiving according to Variety:
The Emmy-nominated actress has been plagued for the past seven months or so by the hashtag #TakeDownMillieBobbyBrown. It began with posted photos of Brown that were been altered to make her appear homophobic. Per Nylon, the hashtag apparently was coined in November but has regained momentum lately. Some Twits have had a grand old time with it, while others insist that it’s strictly for gay people and that “hets shouldn’t interact.”
Variety adds that the memes are an inside joke with the LGBT community online, but it is still confusing to many. Not only that, but the apparent joke was lost on plenty of fans, and some publicly thought that Brown was posting homophobic content on social media. As Deadline adds, the reasoning behind it doesn’t matter at this point and Brown is gone from Twitter apart from her anti-bullying account that hasn’t been updated since December 2017. Brown and Tran are only the most recent, joining Daisy Ridley’s exit from Instagram and Leslie Jones’ much-publicized exit from Twitter in 2016.
News tratta da "Uproxx"
Only days after news spread that Star Wars: The Last Jedi actress Kelly Marie Tran deleted her Instagram in response to abuse from fans, Stranger Things actress Millie Bobbie Brown has done similar with her Twitter account. The move is the latest celebrity who decided to leave social media following fan criticism, bullying, and backlash from critics and fans. Brown’s decision to leave her personal account behind comes with an odd wrinkle related to the type of “memes and gifs” the actress had been receiving according to Variety:
The Emmy-nominated actress has been plagued for the past seven months or so by the hashtag #TakeDownMillieBobbyBrown. It began with posted photos of Brown that were been altered to make her appear homophobic. Per Nylon, the hashtag apparently was coined in November but has regained momentum lately. Some Twits have had a grand old time with it, while others insist that it’s strictly for gay people and that “hets shouldn’t interact.”
Variety adds that the memes are an inside joke with the LGBT community online, but it is still confusing to many. Not only that, but the apparent joke was lost on plenty of fans, and some publicly thought that Brown was posting homophobic content on social media. As Deadline adds, the reasoning behind it doesn’t matter at this point and Brown is gone from Twitter apart from her anti-bullying account that hasn’t been updated since December 2017. Brown and Tran are only the most recent, joining Daisy Ridley’s exit from Instagram and Leslie Jones’ much-publicized exit from Twitter in 2016.
mercoledì 13 giugno 2018
NEWS - Netflix, il mistero dei numeri ne accresce il culto. Ma il portafogli?
Articolo di Mariarosa Mancuso per "Il Foglio"
Lo stato dell'arte - titolo alternativo: "Di cosa parliamo quando parliamo di Netflix" - viene ampiamente illustrato in un articolo di Josef Adalian sul New York Magazine. Il giornalista ha partecipato alle riunioni dirigenziali, ha raccolto storie di successo e di insuccesso. Ma neppure lui è riuscito a farsi dire quale serie Netflix ha avuto più pubblico, e quanti milioni di spettatori ha messo insieme. I dirigenti sparano solo l'ordine di grandezza, ipotecando con ottimismo il tempo libero degli abbonati e dei familiari: "Possiamo dire un picco potenziale di 40 o 50 milioni nel mondo", buttano lì. "E' capitato", garantiscono. Ma bocche cucite sul titolo. Per certificare che nel mondo Netflix non esistono privilegiati, giurano di non dare i dati di audience neppure a Shonda Rhimes o a Ryan Murphy, strappati alla concorrenza con contratti milionari (più milionari di quelli firmati con la concorrenza). Non daranno i numeri neppure al regista da Oscar Guillermo Del Toro, arruolato per girare la serie horror "10 After Midnight". Diciamo "sì" in una Hollywood costruita sul "no": ecco l'ultima vanteria. Malignamente si potrebbe dire che l'abbonato-spettatore se n'era accorto dalla quantità di film e serie che ogni mese vengono annunciati, di produzione propria o comprati belli e pronti come "La casa di carta". Si parla di 1000 - mille - titoli originali per il 2018. Cifra da spendere: 8 miliardi. Ted Sarandos, capo dei contenuti, non è il solo a dire tanti sì. Sotto di lui, hanno licenza di approvazione un paio di livelli gerarchici, con portafogli diversificati: chi può dare il via a uno show da 3 milioni di dollari non pub fare altrettanto se il budget si aggira sui 10 milioni. Pub farlo anche se Sarandos in persona scuote la testa: "non mi convince". E' accaduto con "American Vandal", finto documentario d'inchiesta su un liceale accusato di aver disegnato cazzetti sulle auto di 27 insegnanti. Un certo coraggio ci voleva per difendere il progetto. Ostinazione premiata, sta arrivando la seconda stagione. "Però risparmiamo sui pilot" insistono da Netflix, facendo saltare un passaggio tradizionale nelle televisioni via cavo e via antenna. Un tempo si sceglieva la sceneggiatura, poi veniva finanziato e girato l'episodio pilota, che aveva un suo tasso di mortalità (tra le serie soffocate in culla, "Le correzioni" dal romanzo di Jonathan Franzen, accantonata dalla Hbo dopo il pilot con Ewan McGregor e Maggie Gyllenhaal). Ragionamento - dicono - da buon padre di famiglia, applicato anche alle serie ottimamente recensite ma cancellate per scarso rendimento (l'intera baracca non rende, al momento, ma ci penseranno a mercato conquistato). Regge invece "Santa Clarita Diet" con Drew Barrymore, madre di famiglia zombie che preferisce le dita umane alle patate fritte (nelle Filippine vanno pazzi per la serie, mentre "Tredici" ha la stessa percentuale di spettatori in India e negli Usa). "Inside the Binge Factory" - ma la copertina del settimanale strilla "Netflix Is Watching You, Too", se non ci spiano almeno un po' non ci divertiamo - regala qualche parola chiave. "Completion", per esempio: misura quanto velocemente gli spettatori consumano la stagione. Tra gli altri dati raccolti e preziosamente gestiti, gli episodi che vengono lasciati a metà (pessimo segno) e le scelte fatte dai nuovi abbonati nel primo mese. La mega-ditta con un piede nella Silicon Valley e l'altro a Hollywood garantisce che sesso, età, e altri dati da vecchi pubblicitari non contano. Conta di più quel che hai guardato finora.
Articolo di Mariarosa Mancuso per "Il Foglio"
Lo stato dell'arte - titolo alternativo: "Di cosa parliamo quando parliamo di Netflix" - viene ampiamente illustrato in un articolo di Josef Adalian sul New York Magazine. Il giornalista ha partecipato alle riunioni dirigenziali, ha raccolto storie di successo e di insuccesso. Ma neppure lui è riuscito a farsi dire quale serie Netflix ha avuto più pubblico, e quanti milioni di spettatori ha messo insieme. I dirigenti sparano solo l'ordine di grandezza, ipotecando con ottimismo il tempo libero degli abbonati e dei familiari: "Possiamo dire un picco potenziale di 40 o 50 milioni nel mondo", buttano lì. "E' capitato", garantiscono. Ma bocche cucite sul titolo. Per certificare che nel mondo Netflix non esistono privilegiati, giurano di non dare i dati di audience neppure a Shonda Rhimes o a Ryan Murphy, strappati alla concorrenza con contratti milionari (più milionari di quelli firmati con la concorrenza). Non daranno i numeri neppure al regista da Oscar Guillermo Del Toro, arruolato per girare la serie horror "10 After Midnight". Diciamo "sì" in una Hollywood costruita sul "no": ecco l'ultima vanteria. Malignamente si potrebbe dire che l'abbonato-spettatore se n'era accorto dalla quantità di film e serie che ogni mese vengono annunciati, di produzione propria o comprati belli e pronti come "La casa di carta". Si parla di 1000 - mille - titoli originali per il 2018. Cifra da spendere: 8 miliardi. Ted Sarandos, capo dei contenuti, non è il solo a dire tanti sì. Sotto di lui, hanno licenza di approvazione un paio di livelli gerarchici, con portafogli diversificati: chi può dare il via a uno show da 3 milioni di dollari non pub fare altrettanto se il budget si aggira sui 10 milioni. Pub farlo anche se Sarandos in persona scuote la testa: "non mi convince". E' accaduto con "American Vandal", finto documentario d'inchiesta su un liceale accusato di aver disegnato cazzetti sulle auto di 27 insegnanti. Un certo coraggio ci voleva per difendere il progetto. Ostinazione premiata, sta arrivando la seconda stagione. "Però risparmiamo sui pilot" insistono da Netflix, facendo saltare un passaggio tradizionale nelle televisioni via cavo e via antenna. Un tempo si sceglieva la sceneggiatura, poi veniva finanziato e girato l'episodio pilota, che aveva un suo tasso di mortalità (tra le serie soffocate in culla, "Le correzioni" dal romanzo di Jonathan Franzen, accantonata dalla Hbo dopo il pilot con Ewan McGregor e Maggie Gyllenhaal). Ragionamento - dicono - da buon padre di famiglia, applicato anche alle serie ottimamente recensite ma cancellate per scarso rendimento (l'intera baracca non rende, al momento, ma ci penseranno a mercato conquistato). Regge invece "Santa Clarita Diet" con Drew Barrymore, madre di famiglia zombie che preferisce le dita umane alle patate fritte (nelle Filippine vanno pazzi per la serie, mentre "Tredici" ha la stessa percentuale di spettatori in India e negli Usa). "Inside the Binge Factory" - ma la copertina del settimanale strilla "Netflix Is Watching You, Too", se non ci spiano almeno un po' non ci divertiamo - regala qualche parola chiave. "Completion", per esempio: misura quanto velocemente gli spettatori consumano la stagione. Tra gli altri dati raccolti e preziosamente gestiti, gli episodi che vengono lasciati a metà (pessimo segno) e le scelte fatte dai nuovi abbonati nel primo mese. La mega-ditta con un piede nella Silicon Valley e l'altro a Hollywood garantisce che sesso, età, e altri dati da vecchi pubblicitari non contano. Conta di più quel che hai guardato finora.
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martedì 12 giugno 2018
NEWS - Ultima ora! Diele di "1992-93" condannato a 7 anni e 8 mesi di carcere per omicidio stradale
L'attore Domenico Diele (Biografia e filmografia), accusato di aver tamponato e ucciso una donna di 48 anni (LA VICENDA), Ilaria Dilillo, la notte del 24 giugno dell'anno scorso, è stato condannato a 7 anni e 8 mesi. E' stata emessa la sentenza del processo, con rito abbreviato, nel quale l'attore era imputato per omicidio stradale. L'incidente si verificò lungo la corsia nord dell'autostrada del Mediterraneo, nei pressi dello svincolo di Montecorvino Pugliano (Salerno). L'attore non era presente all'udienza che si è tenuta al Tribunale di Salerno.
L'attore Domenico Diele (Biografia e filmografia), accusato di aver tamponato e ucciso una donna di 48 anni (LA VICENDA), Ilaria Dilillo, la notte del 24 giugno dell'anno scorso, è stato condannato a 7 anni e 8 mesi. E' stata emessa la sentenza del processo, con rito abbreviato, nel quale l'attore era imputato per omicidio stradale. L'incidente si verificò lungo la corsia nord dell'autostrada del Mediterraneo, nei pressi dello svincolo di Montecorvino Pugliano (Salerno). L'attore non era presente all'udienza che si è tenuta al Tribunale di Salerno.
lunedì 11 giugno 2018
L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
IL FOGLIO
"The Terror", la serie che non ti aspetti
"Ci sono serie che mai avremmo immaginato di guardare. Si intende: di guardare anche solo per dieci minuti, in attesa di trovare occupazioni più dilettevoli. Figuriamoci se immaginavamo di prenderci gusto, cercando poi di far proselitismo. E' accaduto con "Game of Thrones", nel 2011. C'erano le uova di drago, il mantra "l'inverno sta arrivando", animali chiamati "metalupi": da fuggire come la peste, per noi che odiamo il fantasy sopra ogni cosa. In capo alla prima puntata, vista per amore di uno showrunner che si chiamava David Benioff e aveva scritto magnifici romanzi (tra cui "La 25° ora", diventato un film di Spike Lee) era chiaro che non si trattava di stucchevole fantasy ma del nerboruto - parlando di scrittura - William Shakespeare. E' capitato un'altra volta con "The Terror", serie Ame che vanta tra i suoi produttori Ridley Scott (per gli spettatori non americani, su Amazon). Una storia marinara, di conquiste geografiche e di sopravvivenza, scarsissima di femmine - nell'800 a bordo dei navigli erano segno di sciagura incombente. In materia, avevamo solo un paio di appassionanti esperienze. Il "Moby Dick" di Herman Melville, dove avevamo l'intenzione di saltare un po' di dettagli sulle balene (sbagliato, sono il vero piacere e la conversione fu immediata). "Master and Commander" di Peter Weir, con Russell Crowe al comando della Surprise, nave britannica che durante le guerre napoleoniche tenta di affondare i corsari francesi della Acheron (già che ci sono, lui e il chirurgo di bordo si fanno un giretto alle Galapagos prima di Darwin). "The Terror" - intesa come miniserie di 10 puntate, difficile che riescano a prolungarla, di questi tempi è un ottima notizia -viene da un romanzo di Dan Simmons. Da tempo saldamente nella lista dei nostri guilty pleasure letterari. Nel 1989 aveva scritto "Danza macabra", immaginando nei campi di concentramento partite a scacchi con pedine umane. Nel 2009 aveva scritto "Drood", ricamando sull'incidente ferroviario in cui fu coinvolto Charles Dickens (in viaggio clandestino con la sua amante), e sul romanzo incompiuto che appunto si intitola "Il mistero di Erwin Drood" - per godimento sommo, sceglie come narratore Wilkie Collins, amico e rivale del maestro. Nel 200'7 scrisse "La scomparsa dell'Erebus" - così il titolo scelto da Mondadori, che ora ristampa le quasi 600 pagine con il titolo originale. In copertina, una nave prigioniera dei ghiacci. Con un equipaggio di 133 uomini e provviste per tre anni, l'Erebus e la Terror salparono dall'Inghilterra per cercare il passaggio a nord ovest, una delle fissazioni geografiche ottocentesche (fissazioni, proprio: come conferma la lettura dell'informatissimo e pettegolo resoconto di Fergus Fleming "I ragazzi di Barrow", Adelphi). Furono incrociate per l'ultima volta a luglio del 1845, da una flotta di baleniere. Poi più nulla, nonostante le molte spedizioni di soccorso organizzate. Solo qualche anno fa, i relitti sono stati ritrovati e fotografati. Fin qui la storia. Dan Simmons ci mette del suo, immaginando che la misteriosa agonia del capitano Franklin e il suo equipaggio sia durata tre anni. Prima scambiandosi inviti a pranzo sulle navi imprigionate dal ghiaccio, con tutta la formalità della marina britannica. Poi mandando scialuppe per cercare una via di fuga nel bianco perfetto della neve. Lo spettatore è subito informato: "Questo posto ci vuole morti". Follia, claustrofobia, gelo, scorbuto, cannibalismo, mostruose creature: non c'è che da scegliere". (Mariarosa Mancuso)
IL FOGLIO
"The Terror", la serie che non ti aspetti
"Ci sono serie che mai avremmo immaginato di guardare. Si intende: di guardare anche solo per dieci minuti, in attesa di trovare occupazioni più dilettevoli. Figuriamoci se immaginavamo di prenderci gusto, cercando poi di far proselitismo. E' accaduto con "Game of Thrones", nel 2011. C'erano le uova di drago, il mantra "l'inverno sta arrivando", animali chiamati "metalupi": da fuggire come la peste, per noi che odiamo il fantasy sopra ogni cosa. In capo alla prima puntata, vista per amore di uno showrunner che si chiamava David Benioff e aveva scritto magnifici romanzi (tra cui "La 25° ora", diventato un film di Spike Lee) era chiaro che non si trattava di stucchevole fantasy ma del nerboruto - parlando di scrittura - William Shakespeare. E' capitato un'altra volta con "The Terror", serie Ame che vanta tra i suoi produttori Ridley Scott (per gli spettatori non americani, su Amazon). Una storia marinara, di conquiste geografiche e di sopravvivenza, scarsissima di femmine - nell'800 a bordo dei navigli erano segno di sciagura incombente. In materia, avevamo solo un paio di appassionanti esperienze. Il "Moby Dick" di Herman Melville, dove avevamo l'intenzione di saltare un po' di dettagli sulle balene (sbagliato, sono il vero piacere e la conversione fu immediata). "Master and Commander" di Peter Weir, con Russell Crowe al comando della Surprise, nave britannica che durante le guerre napoleoniche tenta di affondare i corsari francesi della Acheron (già che ci sono, lui e il chirurgo di bordo si fanno un giretto alle Galapagos prima di Darwin). "The Terror" - intesa come miniserie di 10 puntate, difficile che riescano a prolungarla, di questi tempi è un ottima notizia -viene da un romanzo di Dan Simmons. Da tempo saldamente nella lista dei nostri guilty pleasure letterari. Nel 1989 aveva scritto "Danza macabra", immaginando nei campi di concentramento partite a scacchi con pedine umane. Nel 2009 aveva scritto "Drood", ricamando sull'incidente ferroviario in cui fu coinvolto Charles Dickens (in viaggio clandestino con la sua amante), e sul romanzo incompiuto che appunto si intitola "Il mistero di Erwin Drood" - per godimento sommo, sceglie come narratore Wilkie Collins, amico e rivale del maestro. Nel 200'7 scrisse "La scomparsa dell'Erebus" - così il titolo scelto da Mondadori, che ora ristampa le quasi 600 pagine con il titolo originale. In copertina, una nave prigioniera dei ghiacci. Con un equipaggio di 133 uomini e provviste per tre anni, l'Erebus e la Terror salparono dall'Inghilterra per cercare il passaggio a nord ovest, una delle fissazioni geografiche ottocentesche (fissazioni, proprio: come conferma la lettura dell'informatissimo e pettegolo resoconto di Fergus Fleming "I ragazzi di Barrow", Adelphi). Furono incrociate per l'ultima volta a luglio del 1845, da una flotta di baleniere. Poi più nulla, nonostante le molte spedizioni di soccorso organizzate. Solo qualche anno fa, i relitti sono stati ritrovati e fotografati. Fin qui la storia. Dan Simmons ci mette del suo, immaginando che la misteriosa agonia del capitano Franklin e il suo equipaggio sia durata tre anni. Prima scambiandosi inviti a pranzo sulle navi imprigionate dal ghiaccio, con tutta la formalità della marina britannica. Poi mandando scialuppe per cercare una via di fuga nel bianco perfetto della neve. Lo spettatore è subito informato: "Questo posto ci vuole morti". Follia, claustrofobia, gelo, scorbuto, cannibalismo, mostruose creature: non c'è che da scegliere". (Mariarosa Mancuso)
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Visto che Sarah Jessica Parker è a #Roma (fonte: @AcademyTelefilm), la domanda è più che mai da farsi: dopo 20 anni, #SexAndTheCity ha retto il passare del tempo?
— TelefilmCult (@TelefilmCult) 11 giugno 2018
Uno spunto per rispondere, ma senza influenzarvi eh: https://t.co/g0jjKYsfr5 @SJP @simonasiri
domenica 10 giugno 2018
sabato 9 giugno 2018
Un post condiviso da Telefilm Cult (@telefilmcult) in data:
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venerdì 8 giugno 2018
LA VITA E' UNA COSA SERIAL - Vent'anni di "Sex and the City": ma è ancora vivo il suo mito? Ha retto al passare di due decenni?
Articolo tratto da "La Stampa"
"La domanda più scomoda quando si tratta di prodotti di intrattenimento: ha retto il passare del tempo? Ha lasciato in eredità qualcosa in più dell'aver reso famosi marchi come Manolo Blahnik e Christian Louboutin? Il 6 giugno si sono compiuti 20 anni esatti dalla messa in onda di Sex and The City, la serie che ha raccontato per la prima volta quanto fosse normale per le donne trentenni rimanere single, pensare alla carriera, uscire con le amiche, godersi anni di sano divertimento e di sesso spensierato. Vibratori, incontri a tre, romanticismo, matrimonio, amicizia, cancro al seno, infertilità: non c'è argomento che le quattro protagoniste - Carrie, Miranda, Samantha e Charlotte - non abbiano affrontato, dettando toni e argomenti che avrebbero occupato gran parte della televisione femminile del futuro. E non c'è dubbio che la serie abbia raccontato le tendenze (non solo sessuali) con un occhio così puntuale per i gusti veloci dei newyorkesi da sembrare profetico: il Meatpacking quartiere in ascesa, la fuga della classe media a Brooklyn, Pastis e Balthazar ristoranti di riferimento.
Articolo tratto da "La Stampa"
"La domanda più scomoda quando si tratta di prodotti di intrattenimento: ha retto il passare del tempo? Ha lasciato in eredità qualcosa in più dell'aver reso famosi marchi come Manolo Blahnik e Christian Louboutin? Il 6 giugno si sono compiuti 20 anni esatti dalla messa in onda di Sex and The City, la serie che ha raccontato per la prima volta quanto fosse normale per le donne trentenni rimanere single, pensare alla carriera, uscire con le amiche, godersi anni di sano divertimento e di sesso spensierato. Vibratori, incontri a tre, romanticismo, matrimonio, amicizia, cancro al seno, infertilità: non c'è argomento che le quattro protagoniste - Carrie, Miranda, Samantha e Charlotte - non abbiano affrontato, dettando toni e argomenti che avrebbero occupato gran parte della televisione femminile del futuro. E non c'è dubbio che la serie abbia raccontato le tendenze (non solo sessuali) con un occhio così puntuale per i gusti veloci dei newyorkesi da sembrare profetico: il Meatpacking quartiere in ascesa, la fuga della classe media a Brooklyn, Pastis e Balthazar ristoranti di riferimento.
Un'epoca che non esiste più Sex and The City ha raccontato meglio di chiunque altro un'epoca. Il problema è che quell'epoca non esiste più. Per le femministe di oggi lo show è troppo consumistico (in una famosa puntata Carrie calcola che la sua collezione di scarpe vale 40 mila dollari, il deposito per il mutuo del suo appartamento) e troppo legato a valori effimeri che stonano con la società in crisi in cui viviamo. È anche molto, troppo bianco: a parte l'apparizione di un medico afro americano, fidanzato brevemente con Miranda, c'è una drammatica mancanza di diversità. La stessa Sarah Jessica Parker - oltre che protagonista, produttore esecutivo per tutte e sei le stagioni - in una recente intervista ha ammesso che, oggi, una delle quattro dovrebbe essere per forza afro americana. Cynthia Nixon, che nello show interpreta l'avvocato Miranda, la più femminista delle quattro, e che oggi è candidata al ruolo di Governatore di New York, ha ammesso di essere stata disturbata dal troppo consumismo: «Quando ho rivisto la scena in cui Mr Big fa costruire una gigantesca cabina armadio per fare felice Carrie mi sono chiesta se sia questo il messaggio che vogliamo trasmettere». Persino Candace Bushnell, la giornalista autrice della column da cui è tratta la serie, in un'intervista al Guardian ha dichiarato: «Nella vita reale Carrie e Big non sarebbero tornati insieme». Un sentimento condiviso da quelle fan che nel matrimonio finale hanno visto tradite le premesse iniziali: sei stagioni a dire che alle donne non servono gli uomini per essere felici e realizzate per poi finire con la più disneyana delle favole? A dispetto di queste dissonanze, è però vero che Sex and The City gode ancora di un successo clamoroso, testimoniato all'interesse per un possibile terzo film (i primi due hanno incassato rispettivamente 415 e 294 milioni) e per il numero di account Instagram dedicati alla serie, alle sue frasi famose, agli abiti delle protagoniste, e seguiti da centinaia di migliaia di follower. In uno dei più seguiti le frasi delle protagoniste vengono analizzate secondo la iper sensibilità odierna per cui quando Carrie dice di indossare una collana d'oro «come una del ghetto» le si commenta ironicamente che è una frase che non tiene conto dei suoi privilegi di donna bianca. La fashion editor che lo gestisce, Chelsea Fairless, dice: «È vero, lo show è troppo bianco, troppo materialistico e non abbastanza serio, ma sono stanca anche solo a pensare allo sforzo che mi ci vorrebbe per boicottarlo, e preferisco usare quelle energie per combattere il patriarcato». (Simona Siri)
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giovedì 7 giugno 2018
NEWS - Diamo i numeri! Da questa settimana i canali Premium di serie tv visibili anche su Sky: ecco la nuova numerazione (un pò a cazzo...)
Dal 4 giugno gli abbonati alla offerta satellitare di Sky trovano molte novità nella numerazione dei loro canali. Arrivano, infatti, i quattro canali di serie tv di Mediaset Premium, che vanno quindi ad aggiungersi ai cinque canali Premium di cinema già presenti da alcune settimane nell'offerta Sky cinema. Alla posizione 118 sbarcherà Premium Crime, al 122 Premium Stories, al 123 Joi e al 125 Premium Action. La novità dei canali Premium ha dato ai manager di Sky guidati dall'amministratore delegato Andrea Zappia l'occasione per un ripensamento generale delle numerazioni dal 118 in poi: Crime+Investigation, che al momento è al 118, slitterà al 119, al posto di Blaze che invece scivola al 124, sostituendo Comedy Central che arretra al 128, spingendo Fox Comedy al 137. Come si vede, si determinano notevoli effetti a catena, con editori felici e altri un po' più scontenti. Al 129, dal prossimo 4 giugno, ecco Comedy central +1, che va a occupare la posizione di Lei, facendolo slittare al 138. Perciò il canale di Rcs, che insieme all'altro canale Dove di Rizzoli dovrebbe uscire definitivamente dal bouquet di Sky, per ora rimane nella offerta pay satellitare. Al 130 ci sarà Mtv, al posto di Lei+1. Ed Mtv libererà la posizione 133, dove sarà promosso Man-ga, che adesso invece è al 149. Infine, Laeffe avanzerà al 135 (ora è al 139) e Classica al 136 (dal 138). Chiara la posizione di Sky in tema di piattaforma disponibile per altri editori: i canali televisivi devono essere in esclusiva Sky (un po' come fanno, ad esempio, Fox, V acom o Feltrinelli) e, ovviamente, editorialmente interessanti per poter ambire a posizioni privilegiate e a remunerazioni annue milionarie. Altrimenti, la piattaforma è disponibile sì, ma senza la possibilità per gli editori di ottenere fee da Sky. O, in alcuni casi, come piuttosto spesso accaduto negli ultimi anni, non è più disponibile. Nuove rivoluzioni ci saranno verso la fine del 2018, quando nel bouquet di Sky torneranno pure Rete 4 al 104, Canale 5 al 105 e Italia Uno al 106. Posizioni attualmente occupate da Rai 4, Sky Uno e Sky Sport Mix.
Dal 4 giugno gli abbonati alla offerta satellitare di Sky trovano molte novità nella numerazione dei loro canali. Arrivano, infatti, i quattro canali di serie tv di Mediaset Premium, che vanno quindi ad aggiungersi ai cinque canali Premium di cinema già presenti da alcune settimane nell'offerta Sky cinema. Alla posizione 118 sbarcherà Premium Crime, al 122 Premium Stories, al 123 Joi e al 125 Premium Action. La novità dei canali Premium ha dato ai manager di Sky guidati dall'amministratore delegato Andrea Zappia l'occasione per un ripensamento generale delle numerazioni dal 118 in poi: Crime+Investigation, che al momento è al 118, slitterà al 119, al posto di Blaze che invece scivola al 124, sostituendo Comedy Central che arretra al 128, spingendo Fox Comedy al 137. Come si vede, si determinano notevoli effetti a catena, con editori felici e altri un po' più scontenti. Al 129, dal prossimo 4 giugno, ecco Comedy central +1, che va a occupare la posizione di Lei, facendolo slittare al 138. Perciò il canale di Rcs, che insieme all'altro canale Dove di Rizzoli dovrebbe uscire definitivamente dal bouquet di Sky, per ora rimane nella offerta pay satellitare. Al 130 ci sarà Mtv, al posto di Lei+1. Ed Mtv libererà la posizione 133, dove sarà promosso Man-ga, che adesso invece è al 149. Infine, Laeffe avanzerà al 135 (ora è al 139) e Classica al 136 (dal 138). Chiara la posizione di Sky in tema di piattaforma disponibile per altri editori: i canali televisivi devono essere in esclusiva Sky (un po' come fanno, ad esempio, Fox, V acom o Feltrinelli) e, ovviamente, editorialmente interessanti per poter ambire a posizioni privilegiate e a remunerazioni annue milionarie. Altrimenti, la piattaforma è disponibile sì, ma senza la possibilità per gli editori di ottenere fee da Sky. O, in alcuni casi, come piuttosto spesso accaduto negli ultimi anni, non è più disponibile. Nuove rivoluzioni ci saranno verso la fine del 2018, quando nel bouquet di Sky torneranno pure Rete 4 al 104, Canale 5 al 105 e Italia Uno al 106. Posizioni attualmente occupate da Rai 4, Sky Uno e Sky Sport Mix.
NEWS - Game of Notes. Al via progetto musicale con canzoni ispirate da "GOT". Tra gli artisti coinvolti: Adele, Arcade Fire e Jack White
News tratta da "Uproxx"
There’s still plenty of time to go until the upcoming and final season of Game Of Thrones airs, but some info about the new season is already starting to leak out (thanks to the cast). Now, here’s another bit of information: HBO is teaming up with Columbia Records to release an album of music inspired by the show. The soundtrack is set “to accompany” the eighth and final season of the show, which will premiere in 2019. Beyond that, the only real telling line from the press release is: “The soundtrack will feature songs inspired by the hit series and will showcase artists from diverse musical genres.” That means it’s time for speculation about who might be involved in this project. The musicians who have guest-starred on the show would be a good place to start: Most (in)famously, Ed Sheeran made a cameo on the show last year, for example. Mastodon, Coldplay drummer Will Champion, Snow Patrol’s Gary Lightbody, Sigur Rós, Of Monsters And Men, and Dr. Feelgood guitarist Wilko Johnson have also appeared on the show in various capacities over the years. The tracklist could also feature acts from the large pool of Columbia artists, like Arcade Fire, Foster The People, Adele, Jack White, Diplo, and a bona fide ton of others. Beyond that, the show certainly has a lot of famous fans, so getting a bunch of talented people on this soundtrack is a pretty real and potentially awesome possibility.
News tratta da "Uproxx"
There’s still plenty of time to go until the upcoming and final season of Game Of Thrones airs, but some info about the new season is already starting to leak out (thanks to the cast). Now, here’s another bit of information: HBO is teaming up with Columbia Records to release an album of music inspired by the show. The soundtrack is set “to accompany” the eighth and final season of the show, which will premiere in 2019. Beyond that, the only real telling line from the press release is: “The soundtrack will feature songs inspired by the hit series and will showcase artists from diverse musical genres.” That means it’s time for speculation about who might be involved in this project. The musicians who have guest-starred on the show would be a good place to start: Most (in)famously, Ed Sheeran made a cameo on the show last year, for example. Mastodon, Coldplay drummer Will Champion, Snow Patrol’s Gary Lightbody, Sigur Rós, Of Monsters And Men, and Dr. Feelgood guitarist Wilko Johnson have also appeared on the show in various capacities over the years. The tracklist could also feature acts from the large pool of Columbia artists, like Arcade Fire, Foster The People, Adele, Jack White, Diplo, and a bona fide ton of others. Beyond that, the show certainly has a lot of famous fans, so getting a bunch of talented people on this soundtrack is a pretty real and potentially awesome possibility.
mercoledì 6 giugno 2018
martedì 5 giugno 2018
L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
IL FOGLIO
"Il Miracolo" costringe a interrogarsi sul mistero
"Che cosa farebbe ognuno di noi, se si trovasse di fronte a una statua di plastica raffigurante la Madonna che piange ininterrottamente sangue dagli occhi? Si inginocchierebbe a pregare, resterebbe scettico cercando di scoprire dove è il trucco, ne sarebbe spaventato, ritroverebbe una speranza improvvisa? Sono andate ieri sera in onda su Sky Atlantic le ultime due puntate de Il Miracolo, serie tv scritta e diretta da Niccolò Ammaniti con Francesco Munzi e Lucio Pellegrini. Premiata all'estero e celebrata sui media italiani, le otto puntate del Miracolo sono state salutate come una novità finalmente all'altezza del mercato internazionale della serialità televisiva e in streaming. Ammaniti è partito da alcuni classici che in Italia funzionano da sempre: il mafioso, il prete, il politico, il poliziotto, un tocco di religione nella trama. Solo che li ha smontati, restituendoli allo spettatore dentro a una storia senza tratti rassicuranti né risposte definitive. Li ha deviati dai binari sicuri della lotta tra il bene e il male, ne ha strappato i santini - buoni e cattivi - in cui annidi fiction televisiva italiana li aveva ormai fermati. L'inizio della prima puntata sembra una scena di Homeland: uomini dei corpi speciali fanno irruzione nel covo di un boss della 'ndrangheta pronti a sparare. Lo trovano però riverso in un lago di sangue. Dopo averlo portato via muto e inerte, si accorgono che quel sangue non è il suo. La statua che sanguina (nove litri all'ora)viene nascosta in un luogo segreto e controllata a vista dai militari. Viene informato soltanto il presidente del Consiglio, un progressista ateo che sta vivendo un momento molto difficile: l'Italia è alla vigilia di un referendum per uscire dall'euro e sua moglie, infelice e arrabbiata, lo tradisce in continuazione. "Lei è credente?", gli chiede il generale che coordina tutta l'operazione. "No, e lei?". "Si, anche se non pratico". Davanti a loro un fatto, inoppugnabile e misterioso: una statua che raffigura quella che per i cristiani è la madre di Dio piange sangue. Questo fatto costringe tutti a farsi delle domande, e in qualche modo a cambiare. E' cosi per la giovane ricercatrice che vuole studiare il Dna per scoprire di chi è quel sangue, è così per padre Marcello, il personaggio meglio riuscito della serie: un prete che ha ormai perso la fede, usa i soldi della parrocchia per giocare d'azzardo ed è un malato di sesso. Nessuno, davanti a quella statua, rimane uguale. La storia è ambientata in una Roma impersonale, girata quasi tutta in interni senza orizzonte, con scene oniriche che si alternano a una realtà che a tratti sembra continuare quei sogni. In un crescendo disturbante e angosciante , e grazie all'uso centellinato di flashback che all'inizio di ogni puntata raccontano come tutto è iniziato, Il Miracolo costringe anche chi guarda a interrogarsi sul mistero, sul senso della vita e della morte, sulla presenza del divino nella realtà quotidiana, fino a fare desiderare di vedere la faccia di chi quel sangue dovrebbe averlo nelle vene. Prima di schiacciare il tasto del computer che attiva un programma che ricostruisce un volto partendo dal Dna, i protagonisti hanno un fremito: chi pensano che comparirà su quello schermo, Gesù Cristo?, si chiede il premier. "Siamo sicuri di dover essere noi a svelare questo mistero?", gli fa eco il generale. Il Miracolo è anche una storia sulla responsabilità che nasce dall'incontro con un fatto inspiegabile - va detto a tutti? Lo "usiamo" per noi? Cerchiamo di fermarlo? - e ha il pregio di non offrire risposte preconfezionate. Ognuno dei personaggi risponde come può e come sa. Con la voglia di farla propria o di trovare una definizione- religiosa o scientiflca -che spieghi tutto. Ma è impossibile, e mentre le storie dei cinque personaggi principali precipitano, cambiano, hanno svolte drammatiche e imprevedibili, quella statuetta di plastica resta là, nascosta ma imponente. E in attesa di una seconda stagione". (Piero Vietti)
IL FOGLIO
"Il Miracolo" costringe a interrogarsi sul mistero
"Che cosa farebbe ognuno di noi, se si trovasse di fronte a una statua di plastica raffigurante la Madonna che piange ininterrottamente sangue dagli occhi? Si inginocchierebbe a pregare, resterebbe scettico cercando di scoprire dove è il trucco, ne sarebbe spaventato, ritroverebbe una speranza improvvisa? Sono andate ieri sera in onda su Sky Atlantic le ultime due puntate de Il Miracolo, serie tv scritta e diretta da Niccolò Ammaniti con Francesco Munzi e Lucio Pellegrini. Premiata all'estero e celebrata sui media italiani, le otto puntate del Miracolo sono state salutate come una novità finalmente all'altezza del mercato internazionale della serialità televisiva e in streaming. Ammaniti è partito da alcuni classici che in Italia funzionano da sempre: il mafioso, il prete, il politico, il poliziotto, un tocco di religione nella trama. Solo che li ha smontati, restituendoli allo spettatore dentro a una storia senza tratti rassicuranti né risposte definitive. Li ha deviati dai binari sicuri della lotta tra il bene e il male, ne ha strappato i santini - buoni e cattivi - in cui annidi fiction televisiva italiana li aveva ormai fermati. L'inizio della prima puntata sembra una scena di Homeland: uomini dei corpi speciali fanno irruzione nel covo di un boss della 'ndrangheta pronti a sparare. Lo trovano però riverso in un lago di sangue. Dopo averlo portato via muto e inerte, si accorgono che quel sangue non è il suo. La statua che sanguina (nove litri all'ora)viene nascosta in un luogo segreto e controllata a vista dai militari. Viene informato soltanto il presidente del Consiglio, un progressista ateo che sta vivendo un momento molto difficile: l'Italia è alla vigilia di un referendum per uscire dall'euro e sua moglie, infelice e arrabbiata, lo tradisce in continuazione. "Lei è credente?", gli chiede il generale che coordina tutta l'operazione. "No, e lei?". "Si, anche se non pratico". Davanti a loro un fatto, inoppugnabile e misterioso: una statua che raffigura quella che per i cristiani è la madre di Dio piange sangue. Questo fatto costringe tutti a farsi delle domande, e in qualche modo a cambiare. E' cosi per la giovane ricercatrice che vuole studiare il Dna per scoprire di chi è quel sangue, è così per padre Marcello, il personaggio meglio riuscito della serie: un prete che ha ormai perso la fede, usa i soldi della parrocchia per giocare d'azzardo ed è un malato di sesso. Nessuno, davanti a quella statua, rimane uguale. La storia è ambientata in una Roma impersonale, girata quasi tutta in interni senza orizzonte, con scene oniriche che si alternano a una realtà che a tratti sembra continuare quei sogni. In un crescendo disturbante e angosciante , e grazie all'uso centellinato di flashback che all'inizio di ogni puntata raccontano come tutto è iniziato, Il Miracolo costringe anche chi guarda a interrogarsi sul mistero, sul senso della vita e della morte, sulla presenza del divino nella realtà quotidiana, fino a fare desiderare di vedere la faccia di chi quel sangue dovrebbe averlo nelle vene. Prima di schiacciare il tasto del computer che attiva un programma che ricostruisce un volto partendo dal Dna, i protagonisti hanno un fremito: chi pensano che comparirà su quello schermo, Gesù Cristo?, si chiede il premier. "Siamo sicuri di dover essere noi a svelare questo mistero?", gli fa eco il generale. Il Miracolo è anche una storia sulla responsabilità che nasce dall'incontro con un fatto inspiegabile - va detto a tutti? Lo "usiamo" per noi? Cerchiamo di fermarlo? - e ha il pregio di non offrire risposte preconfezionate. Ognuno dei personaggi risponde come può e come sa. Con la voglia di farla propria o di trovare una definizione- religiosa o scientiflca -che spieghi tutto. Ma è impossibile, e mentre le storie dei cinque personaggi principali precipitano, cambiano, hanno svolte drammatiche e imprevedibili, quella statuetta di plastica resta là, nascosta ma imponente. E in attesa di una seconda stagione". (Piero Vietti)
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