venerdì 19 gennaio 2007

FLASHBACK - Bentornati a "Twin Peaks" - Prima tappa nel cuore nero di David Lynch dopo l'Introduzione del 12 gennaio scorso. A cura di Elena Palin
L’otto aprile 1990, alle ore 21, la ABC trasmette l’episodio pilota di Twin Peaks, serial sconvolgente e conturbante nato dall’immaginazione di David Lynch e Mark Frost. Girato in gran fretta nei pressi di Seattle, su pellicola cinematografica 35 mm, con un finale apposito da inserire in coda al pilot per il mercato europeo dell’home video, dal momento che non era prevista la vendita del serial all’estero. Sotto l’obiettivo l’altra faccia della famiglia a stelle e strisce, il suo lato oscuro e terribile. “Il primo grande esempio di televisione d’autore” si apre con un cartello di benvenuto che recita un rassicurante “Welcome to Twin Peaks” e ci introduce all’interno di una placida cittadina a cinque miglia dal confine canadese ricca di laghi, cascate e alberi rigogliosi. Sembra di trovarsi in un autentico paradiso, orgoglioso delle sue antiche tradizioni e di una prosperità economica sviluppatasi sul commercio del legname, fondato su legami familiari decisamente solidi , al profumo di torte di mele e feste scolastiche al chiaro di luna. Lontani anni luce dalla nevrosi degli anni ’90, catapultati come d’incanto in un contesto suburbano anni ’50, siamo però in procinto di assistere allo smascheramento definitivo delle ipocrisie del “sogno americano”.[1]
Le vicende narrate, con le dovute semplificazioni, prendono le mosse dal ritrovamento del cadavere della giovane Laura Palmer, reginetta del liceo di Twin Peaks. Per indagare sull’omicidio, giunge nella cittadina l’agente dell’FBI Dale Cooper, amante del caffè nero e inseparabile da un microregistratore al quale affida dati e impressioni indirizzate ad una misteriosa Diane. Ben presto l’agente Cooper scopre che sotto la tranquilla apparenza di Twin Peaks si nascondono pulsioni inconfessabili: quasi tutti gli abitanti hanno perlomeno un’amante; Laura Palmer, figlia e studentessa modello di giorno, si trasforma di notte in una ragazza dedita alle droghe e ad appuntamenti con uomini sconosciuti; Benjamin Horne, potente proprietario del Greath Northern Hotel ha delle mire sulle segherie Packard di proprietà di Josie, una bella vedova orientale, ora amante dello sceriffo locale Harry Truman; Bobby, il ragazzo di Laura è coinvolto in un traffico di droga ed è a sua volta l’amante di Shelley, sposata al violento Leo Johnson.
Le indagini di Cooper, che si avvalgono del bizzarro “metodo tibetano” e delle visioni premonitrici a cui egli spesso è soggetto, lo portano a scoprire che l’assassino della ragazza è il padre stesso, Leland Palmer, posseduto da una creatura maligna di nome Bob, che arriva ad uccidere anche Madeleine, cugina di Laura ed incredibilmente somigliante a lei. Entrato nella misteriosa Red Room (la Stanza Rossa), una sorta di quarta dimensione dove si muovono strani personaggi, tra cui la stessa Laura invecchiata, un nano che balla e parla all’incontrario, e lo stesso Bob, l’agente Cooper non riesce a sconfiggere il maligno e finisce a sua volta posseduto da quest’ultimo.[2]
Dalla messa in onda dell’episodio pilota prende le mosse quella che ben presto si trasforma in una vera e propria Twin Peaks-mania che accomuna il pubblico e gli intellettuali. Nel giro di poco tempo il regista appare sulle copertine delle più note riviste americane, le idiosincrasie dell’agente Cooper diventano oggetto di discorsi e la domanda che rimbalza ovunque è: “Chi ha ucciso Laura Palmer?”.[3]
Davanti all’inatteso successo, la ABC decide in gran fretta di prolungare il programma, inizialmente previsto in sette episodi oltre al pilot, e mette in cantiere una seconda serie, che si concluderà il 6 giugno 1991, per un totale di ventinove episodi.
Ma la fama di Twin Peaks si rivela effimera e l’audience americana diminuisce rapidamente. Contribuiscono al calo di interesse sia lo svelamento dell’identità dell’assassino da parte di alcune voci, sia il prevalere dell’elemento onirico sulle vicende più realistiche, ed anche, sebbene in minima parte, l’inizio della seconda Guerra del Golfo che irrompe prepotentemente nel palinsesto televisivo. Resta fedele al serial un nucleo consistente di appassionati che fanno sentire la propria voce quando, ad un certo punto, la seconda serie del programma viene interrotta riuscendo a farne continuare la diffusione, sebbene in orario più tardo.
Più avanti mi occuperò del trattamento che fu riservato in Italia al serial sia da parte della rete televisiva emittente, sia da parte della stampa periodica. Ora prenderò in considerazione alcune scene significative proprio per giustificare tale trattamento mediatico.

[2] Riccardo Caccia, “David Lynch”, Il Castoro 1993
[2] Ibidem

Paragrafo numero 1: Analisi delle matrici

(…) Twin Peaks è dunque una doppia avventura, spiritica e televisiva, in cui si fondono o confondono soap-opera, horror e noir. Con il conturbante linguaggio visivo dei suoi creatori Mark Frost e David Lynch, Twin Peaks è la parodia più divertente e beffarda che la televisione abbia mai prodotto di se stessa. Lynch attinge a piene mani un po’ ovunque: un po’ di Hitchcock e di Bunuel, qualcosa di Dallas, Hill Street, Miami Vice, Peyton e la miscela esplode.(…)[1]

Twin Peaks ha indubbiamente rappresentato un evento importante per la storia della televisione e l’evoluzione del suo linguaggio. Senza rivoluzionarlo o sovvertirne totalmente i codici, come Aldo Grasso fa notare, Lynch e Frost hanno dimostrato come sia possibile lavorare sui meccanismi tipici del prodotto seriale televisivo, riproducendoli con esattezza, ma, al tempo stesso, sottoponendoli ad un’opera di revisione critica, direi quasi di “contorcimento”.[2] La stessa definizione di telefilm sta molto stretta a Twin Peaks poiché al suo interno si verifica una contaminazione tra una verticalità tipica della serie poliziesca e l’orizzontalità della soap opera.
Il ritrovamento del cadavere di Laura Palmer dà il via ad una serie di vicende destinate a sgretolare ogni tentativo di incasellamento del serial all’interno di un preciso filone. Lynch stesso afferma: “Il tema principale era il mistero di chi ha ucciso Laura Palmer, che però poi sarebbe scivolato leggermente in secondo piano a favore degli altri abitanti della città e dei loro problemi. Ogni settimana l’episodio si sarebbe concentrato su alcuni aspetti. Il progetto era di mescolare il poliziesco a una soap opera. (…) E’ difficile dire come Twin Peaks sia diventato Twin Peaks. Forse non sapevamo nemmeno noi che cosa fosse.[3]
Ad uno sguardo superficiale, può apparire come un serial poliziesco, anche se piuttosto anomalo. In realtà, ciò che interessa davvero a Lynch non è la risoluzione del mistero, bensì l’annegamento del pubblico in un clima di inquietudine, “Chi ha ucciso Laura Palmer?” non è tanto un enigma che necessita una soluzione, quanto una formula iniziatica che permette l’accesso a un mondo di mistero. Il motivo d’interesse si sposta dall’attesa della soluzione alla moltiplicazione delle domande, dall’estinguersi dei segreti al loro allargarsi sempre più.[4] La serie, soprattutto nella seconda parte, si permette le più ampie trasgressioni nei confronti della tradizione televisiva, sia infittendo la trama di indizi e situazioni abbandonati senza spiegazione, sia lasciando uno spazio sempre maggiore al filone soprannaturale e fantastico[5]. E il riferimento alle sit-com anni ’50 con la loro realtà “normale”, edulcorata e semplificata diventa, a questo punto, quasi obbligatorio e fortemente eversivo. D’altra parte, come nelle sit-com classiche il sorriso è centrale e onnipresente, qui al centro vi sono le lacrime. Lacrime che rimandano a situazioni drammatiche tipiche del genere soap.
Lynch infatti mescola eventi tipici della soap opera come le tresche amorose, la preminenza accordata al fattore economico, l’ambientazione ristretta ad un paese, con elementi come l’assassinio, la presenza dell’agente, le indagini, che identificano il serial come detective story.
Vediamo ora di rintracciare , anche grazie all’ausilio di alcune scene, elementi che ci possono rimandare ai suoi antecedenti come Dallas, Peyton Place e Hill Street Blues.
(Continua la prossima settimana)

[1] Aldo Grasso, “Storia della televisione italiana”, Garzanti 2004
[2] Riccardo Caccia, “David Lynch”, Il Castoro 1993
[3] Chris Rodley, “Lynch secondo Lynch”, Milano 1998
[4] Diego Del Pozzo, “Ai confini della realtà. Cinquant’anni di telefilm americani”, Lindau 2002
[5] Diego Del Pozzo, “Ai confini della realtà. Cinquant’anni di telefilm americani”, Lindau 2002


2 commenti:

Anonimo ha detto...

Che figata!
Interessentissimo
grazie
maria (Ct)

M-Agnès ha detto...

“Chi ha ucciso Laura Palmer?”
questa frase ha fatto il giro del pianeta portando una nuova visione della serie teletrasmessa.
splendendo articolo Léo, grazie a te.
Marie.

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