giovedì 18 luglio 2013

mercoledì 17 luglio 2013

martedì 16 luglio 2013

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri

VULTURE
Quale futuro per "Glee" dopo la dipartita di Monteith?
"Regardless of the cause, Cory Monteith’s death is a tragic one. He was young and talented — a gifted drummer, an awkward-as-hell dancer, and a reliable nailer of power ballads. And he was Finn Hudson, Glee’s main testament to the life-changing power of music, arguably the show’s primary message.
The loss of Finn alters the show’s landscape permanently and irrevocably. There’s a part of me that thinks, “Is it too soon to consider what the show will look like now that he’s gone?” But as Vulture’s Glee recapper for the past two seasons, I think that considering the question is a respectful act; it speaks to his invaluable contribution. And Glee’s cast and creative team don’t have the luxury of declaring it too soon to move forward; filming on season five is currently scheduled to begin in a week or so, and the writers have been at work for a while now. While Ryan Murphy hasn’t said much publicly about what this year holds, he negotiated a two-season renewal for Glee last spring, and consensus is that he wouldn’t have been able to do so without some sort of master plan (or at the very least, a general sense) of how this next chunk of story plays out.
This isn’t a reshuffling of the deck, then. It’s 52 Pickup. Whenever Glee has been at a loss for story in the past, it’s circled back to three key relationships: Kurt and Blaine, Brittany and Santana, and Finn and Rachel. Monteith’s death and Heather Morris’s departure further destabilize a show already on shaky ground as it struggles to take on a more mature tone following the graduation of several of its main characters from high school. Deftly tackling the narrative challenge of Finn’s departure from the show seems an almost impossible task. If the season begins with Finn glibly written out (“Oh, he moved to L.A. with Mercedes!”), it will be criticized for insensitivity; if Finn’s storyline mirrors Monteith’s passing more closely, it will be criticized for exploitation.
Glee has always encouraged viewers to suspend disbelief when it comes to the fact that its main cast is a bunch of 20-something-year-old adults pretending to be teens. They’ve done this by emphasizing the characters rather than the actors (consider, for example, the fact that the entire cast did a world tour completely in character) and by near-obsessive control of the cast’s collective public image.
Sure, there have been drunk appearances at award shows and magazine spreads of questionable taste, but for a cast of late Millennials (Monteith was 31), heady on fame or something close to it for the first time, they come off as reasonably wholesome. Even Monteith’s own stint in rehab this spring was spun by the powers that be at Glee not as a scandal, but as a responsible choice by someone taking control of his own well-being (and rightly so). Glee’s promise of youth and escape is seen clearly in its return to Katy Perry’s “Teenage Dream” in multiple episodes, almost as an anthem. “You and I,” Glee promises, “We’ll be young forever.”
That image of squeaky-clean youth is shattered now, and that seems irreversible. Glee works as escapist television, and it almost always flounders when it tries to be something bigger. Season four’s misbegotten school shooting, prostate cancer, teen molestation, and eating disorder storylines – all either insensitively handled or dropped without explanation – are undeniable proof of that.
Monteith’s final performance on Glee was a reprise of “Don’t Stop Believin',” the same song that closed the pilot. It’s just a coincidence, although it’s hard not to lend it more significance than it perhaps deserves. Either way, Cory Monteith’s death means it will be a little harder to believe in Glee from now on". (Lauren Hoffman, 14.07.2013)

lunedì 15 luglio 2013

TWITTER-JAM - Le migliori twittate seriali

domenica 14 luglio 2013

NEWS - Tutti sotto er cupolone! Da stasera su Raidue "Under The Dome" tratto da Stephen King, la serie che tenta d'incapsulare tensione e satira

RIVISTA STUDIO
Riuscirà la serie a render degno uno dei migliori King?
"Un piccolo jet privato attraversa il cielo in una di quelle giornate perfette per far scivolare lo sguardo sul verde orizzonte del Maine. L’estasi però è destinata a non durare. Appena qualche secondo più tardi l’aereo esplode in volo, come schiantato contro il profilo di una montagna. Quasi nello stesso istante, migliaia di metri più in basso, un camion si accartoccia su se stesso in mezzo a una strada priva di ostacoli. La violenza dell’impatto è tale che sembra abbia sbattutto contro un muro di granito in piena velocità. Il fatto è che non c’è nessun muro. O quantomeno non si vede. Pianura e pianura per chilometri fino ai contorni appena accennati di Chester Mill, una piccola città della provincia americana.
Come quasi tutti i libri di Stephen King, anche Under The Dome (2009) inizia così e quindi senza particolari preamboli, gettando immediatamente il lettore nell’epicentro del racconto che, in questo caso, è quello di una cittadina di duemila abitanti, Chester Mill appunto, che un mattino si ritrova imprigionata sotto una cupola invisibile, un campo di forza a prova di bomba che non permette a nulla di entrare o uscire dal suo territorio.
Se non avete letto il libro, nè ne avete mai sentito parlare ma state ugualmente pensando “ehi, mi pare di aver già visto una storia simile”… beh in effetti sì.  Nel film dei Simspon succede la stessa identica cosa a Springfield. Il film è del 2007, il libro del 2009. Plagio? Non proprio. King aveva già schizzato l’outline del suo soggetto trent’anni prima del film, e l’aveva rimaneggiato a lungo fino a ottenere, a metà anni ottanta, un manoscritto di 500 pagine intitolato The Cannibals, che però all’epoca decise di non pubblicare come racconta in questa lettera ai membri della community del suo sito (è anche possibile, e anzi consigliato, scaricare il manoscritto stesso).  Se la sovrapposizione tra i due soggetti è –  almeno si spera e così vogliamo credere – dunque del tutto accidentale,  gli esiti dei plot a cui danno vita sono quanto di più lontano si possa immaginare come è ovvio, quando su un piatto della bilancia c’è Homer e sull’altro Stephen King.
Under the Dome è senza dubbio uno dei romanzi meglio riusciti dell’ “ultimo” King. Un “proiettile narrativo”, come l’ha definito un amico all’epoca della sua uscita, che prende il lettore in ostaggio per 1100 pagine di trama fittissima. La discesa della cupola su Chester Mill diventa il pretesto per mettere in scena tanto un’ “apocalisse localizzata” quanto una satira piena di comicità del peggio (e King è da molto tempo il miglior talento su piazza quando si tratta di indagare il peggio dell’essere umano) che hanno da offrire gli ideali promossi dal ventre ultra-conservatore d’America nel pieno – all’epoca dell’uscita del tomo – dell’esplosione del Tea Party. Racconta di come, priva di un’autorità dotata di un raziocinio superiore, il puro istinto di sopraffazione delle autorità locali dia vita a un regime totalitario in miniatura intriso di violenza e veleni che restano, non solo metaforicamente, imprigionati sotto la volta della cupola aleggiando e ristagnando sull’intera comunità. Il deus ex machina del male in questo caso è Big Jim Rennie, un venditore di auto usate che ritiene che Barack Obama – come “dimostra” inequivocabilmente il suo secondo nome Hussein – sia un terrorista in disguise e che i veri valori fondativi della moralità americana stiano altrove. Conquistata la fiducia della città che ha sempre visto in lui un uomo forte e di solidi principi, Big Jim (nomen omen) instaura un regime del terrore a cui cooperano i muscoli di alcune macchiette tipiche della proiezione hollywoodiana della provincia Usa: dal giocatore di football testosteronico al redneck che vede un potenziale attentatore kamikaze in ogni individuo dalla pelle scura. Mentre gli eventi precipitano e i tentativi di liberare la città sia dall’esterno sia dall’interno naufragano uno dopo l’altro insieme alle spiegazioni plausibili e implausibili dell’arrivo della cupola (extraterrestri? la Corea del Nord? I Russi?), un manipolo improbabile di persone si alleano per combattere l’improvvisato e iniquo Leviatano delle auto in saldo.
Per Under The Dome vale lo stesso discorso che si può fare per tutti gli altri libri di King. Non aspettatevi grandi invenzioni stilistiche, lessicali o strutturali. Non è nella bellezza delle descrizioni (ridondanti quando ci sono) o nella brillantezza dei dialoghi (piatti e banali perlopiù) che si ritrovano le qualità del libro ma nella grandiosità dell’ambizione socio/sci-fi e nella costruzione di una dinamo narrativa a orologeria; senza sbavature nella sua essenzialità. Non c’è quindi da meravigliarsi che non appena Spielberg ha letto il romanzo ci abbia intravisto del materiale perfetto per la serie da lui co-prodotta, che arriva ora anche in Italia a partire da domenica 14 (Rai 2) con, nei panni di Big Jim – e, bisogna ammetterlo, è un casting più perfetto – quel Dean Norris che è stato in quasi qualunque serie (specie quelle brutte) a cui possiate pensare prima di entrare nell’immaginario collettivo con il ruolo di Hank in Breaking Bad.
Potenzialmente in Under The Dome, il libro, c’è materiale per pensare a una serie al crocevia tra Lost e Twin Peaks. Le voci arrivate dall’America fino a ora parlano di una realizzazione esteticamente un po’ chiassosa e semplicistica (per capirci meglio: questo è il trailer) ma in senso stretto questo potrebbe non essere un problema (luci di scena sparate e descrizioni ridondanti – al netto delle differenze del medium – condividono più cose di quanto sembri) almeno finché la trama riuscirà a rispecchiare l’ambizione del progetto di King, uno a cui, in fondo, è piaciuto più questo Shining di quello di Kubrick". (Cesare Alemanni)

venerdì 12 luglio 2013

NEWS - Clamoroso al Cibalwho! Udite udite: a metà degli anni '80 per lanciare il Dottore in Usa era stato scelto per interpretarlo Michael Jackson!

Notizia tratta dall'"Huffington Post" 
Michael Jackson was almost "Doctor Who."
In a new book, "Now On The Big Screen: The Unofficial and Unauthorized Guide to 'Doctor Who' At The Cinema," author Charles Norton reveals that the King of Pop was at the top of Paramount Pictures' list when the studio was looking to bring "Doctor Who" to the US big screen in the late '80s, The Times of London was the first to report.
Though The Guardian called it "one of the weirdest casting decisions of all times," Jackson, who had recently appeared in "Moonwalker," was reportedly "quite keen" on the idea, according to Radio Times. "If he hadn’t come through [Bill] Cosby was considered the ideal replacement," the site reports.
It's hard to know what the late Jackson thought of "Doctor Who," but it's clear his daughter is a fan. When current Time Lord Matt Smith announced he'd be leaving the show, the 15-year-old girl tweeted:
"Doctor Who" is still looking to replace Smith, but details have recently come to light about John Hurt, who appeared in the Season 7 finale as an a unidentified incarnation of The Doctor. Fans have been scratching their heads as to how he will fit in the the Time Lord's timeline, but details recently emerged: Hurt will play a "dark Doctor."
"There was a gap between Paul McGann playing the Doctor [in the 1996 TV movie] and Christopher Eccleston, when we didn’t see a regeneration, [when the series was revived in 2005] and John Hurt will fit into that gap. He is a past Doctor, not a future Doctor," costume designer Howard Burden allegedly told Prince Charles and Camilla while giving them the royal tour of the BBC studios, according to The Mirror.

mercoledì 10 luglio 2013

NEWS - Clamoroso al Ciballister! "Il Trono di spade" non è quello immaginato da George R(ompic...) Martin!
L'Iron Throne al centro de "Il Trono di spade" non è affatto quello scaturito dall'immaginazione del suo architetto principe, George R. Martin. Non si capisce il motivo per cui l'ideatore della saga letteraria tradotta su HBO si sia accorto della discrepanza solo ora, ma sul suo blog ha vergato le principali differenze senza inviarle con un corvo messaggero.
Ecco le righe in originale.
The HBO throne has become iconic. And well it might. It's a terrific design, and it has served the show very well. There are replicas and paperweights of it in three different sizes. Everyone knows it. I love it. I have all those replicas right here, sitting on my shelves.

And yet, and yet... it's still not right. It's not the Iron Throne I see when I'm working on THE WINDS OF WINTER. It's not the Iron Throne I want my readers to see. The way the throne is described in the books... HUGE, hulking, black and twisted, with the steep iron stairs in front, the high seat from which the king looks DOWN on everyone in the court... my throne is a hunched beast looming over the throne room, ugly and assymetric...

The HBO throne is none of those things. It's big, yes, but not nearly as big as the one described in the novels. And for good reason. We have a huge throne room set in Belfast, but not nearly huge enough to hold the Iron Throne as I painted it. For that we'd need something much bigger, more like the interior of St. Paul's Cathedral or Westminster Abbey, and no set has that much room. The Book Version of the Iron Throne would not even fit through the doors of the Paint Hall.

Ma c'è di più. Secondo Martin il trono della discordia si avvicinerebbe assai ai disegni di Marc Simonetti che illustrano questo post. Tanto per non lasciare nulla all'immaginazione e scalfire il culto della serie tv dell'HBO...

martedì 9 luglio 2013

sabato 6 luglio 2013

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai giornali italiani e stranieri

GQ
"Hannibal" non è mai stato così fashionista (uccide più una pochette che una forchetta)!
 
 
 

venerdì 5 luglio 2013

NEWS – Sarah Rafferty, una giocatrice di hockey mancata in “Suits” 
La rossa Sarah Rafferty di "Suits" ha avuto un’illuminazione degna di “Sliding Doors”. Quando era adolescente, l’insegnante di teatro le chiese di saltare una partita di hockey della squadra del college dove era una grande promessa, dall’alto dei suoi 1.72 metri di altezza, per sostituire all’ultimo minuto una compagna di classe nella recita del “Riccardo III”. Una folgorazione. Poi una sfilza di passaggi in serie tv di grido (da “Streghe” a “Six feet under”, da “Bones” a “CSI: Miami”), per approdare infine al primo ruolo ricorrente in “Suits” (Italia 1, in prima tv free dal 10 luglio ogni mercoledì in seconda serata), dove interpreta Donna Paulsen, legata a doppia mandata – personale e professionale – all’avvocato protagonista Harvey Specter (Gabriel Macht). Un’unione che travalica il set: Rafferty è amica del cuore di Macht da oltre 20 anni. (News tratta dalla Newsletter di Qui Mediaset)

giovedì 4 luglio 2013

L'EDICOLA DI LOU - Ci mette tutti nel Sackhoff: stasera sceriffa in "Longmire" su Retequattro, in tiro su "Regard Magazine"

mercoledì 3 luglio 2013

ANTEPRIMA - "Hannibal" su Italia 1 a settembre, "Believe" su Mediaset Premium


Anticipazioni dai palinsesti Mediaset. "Hannibal" su Italia 1 da settembre (poi "The Following"). Su Mediaset Premium "Believe" di J.J. Abrams, "Mom" di Chuck Lorre, il remake di "Ironside", "The Originals" (spin-off di "TVD"), "Chicago Fire".

lunedì 1 luglio 2013

venerdì 28 giugno 2013

PICCOLO GRANDE SCHERMO - Cavalca, cavalca mio cowboy...Johnny Depp al cinema nel film tratto dalla serie cult "Il Cavaliere solitario" 
(ANSA) - ROMA - Metti un po' di orgoglio pellerossa in un attore che, come Johnny Depp, ha origini Cherokee; metti poi un mito della cultura americana come 'Il Cavaliere solitario' (nato in radio nel '33 e divenuto famoso grazie a una serie tv degli anni Cinquanta), aggiungi infine tanti soldi, 250 milioni di budget, e crei cosi' il fenomeno 'The Lone Ranger' l'atteso film Disney di Gore Verbinski in uscita in tutto il mondo il 3 luglio. La serie tv cult Usa degli anni Trenta che aveva protagonisti poi il ranger (Clayton Moore) e il pellerossa Tonto (Jay Silverheels) aveva pero' un vizio di forma: Tonto, come appunto indica il nome, non era affatto smart e comunque sfigurava rispetto al Ranger e cosi', in questa nuova edizione riveduta e corretta di 'The Lone Ranger', la situazione si ribalta, o quasi. ''Quando da ragazzino guardavo la serie televisiva di 'The Lone Ranger' mi chiedevo sempre perche' il ranger dice cosa fare a Tonto?'' ha detto in un'intervista lo stesso Depp che nel film, oltre a interpretare Tonto e' anche produttore esecutivo. Cosi', nel segno che Tonto non e' affatto un selvaggio, troviamo al suo fianco il ranger John Reid (Armie Hammer), uno che si trasforma da uomo di legge in leggendario giustiziere, che, al contrario di quello che accadeva in tv, va a scuola di vita dal pellerossa. Insomma la situazione si ribalta in questo film che spiazza comunque anche il piu' fedele fan della coppia perche' il racconto e' del tutto inedito, una sorta di prequel in cui si assiste al nascere di questa divertente coppia di fuorilegge per amore della giustizia. Ora il Johnny Depp che si vede nei panni di Tonto, oltre a riscattare la popolazione pellerossa, da sfoggio di ironia surreale che ricorda anche troppo il pirata Jack Sparrow (non a caso dietro l'operazione c'e' il produttore re mida Jerry Bruckheimer). Un discorso a parte i panni vestiti da Tonto e voluti dallo stesso Depp. Se per Jack Sparrow l'ispirazione e' stata Keith Richards, questa volta Depp ha guardato a un quadro. Ed esattamente a 'I Am Crow' di Kirby Sattler.  Ovvero il dipinto di un guerriero indiano con alcune strisce verticali dipinte sul volto. ''La prima volta che l'ho osservato con attenzione ho avuto l'impressione di vedere quattro diverse 'sezioni' o 'anime' di quell'uomo - ha detto Depp in un'intervista -. Dietro di lui c'e' un corvo che vola. A prima vista mi era sembrato che fosse proprio appoggiato sul suo capo, cosi' ho deciso che come spirito guida mi sarei messo un uccello in testa. E lo consiglio a tutti, e' una cosa da provare. E' straordinario girare con un volatile come copricapo''. Nel cast del film, che racconta con grandi effetti speciali l'epopea western e la nascita dell'america con lo sviluppo delle ferrovie, troviamo: Tom Wilkinson, William Fichtner, Butch Cavendish, James Badge Dale, Ruth Wilson e Helena Bonham Carter.

mercoledì 26 giugno 2013

ESCLUSIVISSIMA - Clamoroso al Cibali! Eric Szmanda di "CSI" s'è fatto Dita Von Teese (a cappella)
Eric Szmanda di "CSI - Scena del crimine" ha uno scheletro burlesque nell'armadio. L'attore ha infatti partecipato ai cori della canzone "Disintegration" cantata dalla sexy-diva con il duo iper-cult inglese dei Monarchy, da poco uscita su iTunes e già nelle playlist e nelle radio che contano (si veda video sotto). A rivelarlo, sono stati gli stessi Monarchy - Andrew Armstrong e Ra Black - via twitter. Definita dal "Guardian" la "band dell'anno" al debutto nel 2009, i Monarchy si son fatti conoscere, oltre che per due album di musica elettronica di gran pregio, per essere stato il primo gruppo al mondo ad aver eseguito un concerto a Cap Canaveral per essere trasmesso dalla NASA nello spazio: l'evento ha richiamato la stampa specializzata di tutto il mondo. Il duo è anche rinomato per eseguire remix riempi-pista di star del calibro di Lady Gaga, Jamiroquai e Kylie Minogue. La collaborazione con Dita Von Teese ha i toni della leggenda: alla viglia del Capodanno dell'anno scorso, la regina dello strip-tease avrebbe chiamato i Monarchy pregandoli di passare l'ultimo dell'anno insieme a Parigi. Chissà che non abbia fatto parte della combriccola anche Eric Szmanda...

lunedì 24 giugno 2013

NEWS - Emmy per Emmy, è la volta buona!
Questa volta potrebbe essere la volta buona. Secondo voci ben informate, Emmy potrebbe associare il suo nome al premio omonimo. Nomen omen: Rossum, interprete di Fiona in “Shameless” (su La5 la prima stagione in 1° tv free ogni lunedì in seconda serata), sarebbe tra le favorite per aggiudicarsi il prossimo Emmy Award quale miglior attrice. A quanto si vocifera, sarebbe anche un modo per porre rimedio alla mancanza di riconoscimenti che contano nei confronti di una serie che, seppure tratta da un’originale inglese – e si sa quanto l’Accademia preposta a stilare le nominations storca il naso verso prodotti non Usa DOC - ha saputo lungo le stagioni sviluppare un profilo qualitativo eccelso. Emmy Rossum – oltre alle già note capacità di William H. Macy – in testa. Nel frattempo l’attrice che sembra legare la sua carriera all’omonimia – è stata citata tra le candidate ad intepretare la protagonista femminile di “50 Shades of Grey”: il suo secondo nome dopo Emanuelle è Grey! – è sul set del film dramedy “Comet”, mentre sono di prossima uscita nelle sale “You’re not You” – sul tema dell’eutanasia – al fianco del Premio Oscar Hilary Swank e Julian MacMahon (“Nip/Tuck”), nonché il thriller “Way Down South”. Tra un ciak e l’altro, Emmy ha già vinto il suo premio di stile: vedi qui. (Notizia tratta dalla Newsletter settimanale di QuiMediaset)

sabato 22 giugno 2013

venerdì 21 giugno 2013

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, commenti e cover sui telefilm dai media italiani e stranieri

CORRIERE DELLA SERA
Addio a Gandolfini, il Soprano della depressione
"Non possiamo che ricordarlo così, nelle vesti di Tony Soprano. Ma non è solo un modo di dire, se pensiamo ai braccialetti di pesante oro giallo, al grosso anello al mignolo, alle polo fantasia Wal-Mart che Tony indossava in alternativa ai completi, all'accappatoio con la «S» ricamata, a tutto l'arredamento borghese della villetta con piscina in cui viveva con la sua dolce Carmela. James Gandolfini era Tony Soprano e lo sarà per sempre. Al cinema era stato un buon caratterista (che poi è l'ossatura dei buoni film), aveva interpretato numerosi film anche da coprotagonista, ultimamente in Zero Dark Thirty di Kathryn Bigelow aveva sostenuto il ruolo dell'ex capo della Cia, Leon Panetta. Ma Gandolfini era e sarà sempre Tony Soprano, un personaggio di insolita complessità, diviso tra le sue due «famiglie», un uomo apparentemente normale che è contemporaneamente uno spietato boss mafioso. Anche in televisione a volte succedono miracoli e The Sopranos (Hbo, 1999) è stato uno di questi: la serialità televisiva ha dimostrato di saper raccontare la realtà più del cinema e della letteratura (e comunque ha perso ogni complesso di inferiorità nei loro confronti, facendo sfoggio di invidiabili modalità narrative) e un personaggio, un mafioso di terza generazione, si è magicamente identificato nel suo interprete. Ai personaggi famosi della letteratura possiamo dare tanti volti, a Tony Soprano no. Tony va in analisi perché stressato: è svenuto per un attacco di panico. Alla dottoressa che lo interroga e cerca di sciogliere il suo garbuglio interiore confida: «Non lo so... È bello lanciarsi nelle cose quando accadono agli inizi e io sono arrivato un po' troppo tardi, questo è chiaro. Ma da un po' di tempo, ho la sensazione di arrivare sempre quando tutto sta finendo e il meglio è già passato. Se ripenso a mio padre, lui non è mai arrivato in alto come me ma in un certo senso gli è andata meglio di me. Aveva gente su cui contare, gente di sani principi, gente con le palle. Oggigiorno che c'è rimasto?». Anche la mafia, dunque, non è più quella di una volta, gli antichi modelli cui si ispira la mettono in crisi; basta un'anatra intravista nella piscina di casa per squassare una psiche e indurla al Prozac. Se oggi possiamo dire che Tony Soprano è uno dei grandi protagonisti del nostro immaginario tragico il merito è certo dell'autore David Chase, ma James Gandolfini ha fatto il resto, con un repertorio di sfumature psicologiche da grandissimo attore. L'epopea di Tony Soprano è anche il più grande affresco su una delle grandi malattie della modernità, la depressione. Un boss mafioso, l'ultimo erede delle famiglie che spadroneggiano nel New Jersey, diventa un caso clinico, un fragile depresso che ogni settimana deve incontrare una psicoterapeuta. L'impero del male si sta sfaldando, i padri storici rincoglioniscono in qualche casa di riposo, la polizia ha in mano elementi per incastrare la «famiglia», altre bande si fanno avanti... È complesso il mondo di Tony: una moglie tradita, vampate di rimorsi, amici traditori, figli ribelli, figliocci con scarse capacità malavitose, madri possessive, soldi sporchi, omicidi e furti, regolamenti di conti, doppie e triple morali, sensi di colpa, riavvicinamenti e rotture. Gandolfini è stato bravissimo a caricarsi sulle spalle questo universo in decomposizione e a restituircelo con ironia e consapevolezza. Tony è l'inconscio, James è il conscio. Nella memoria Tony e James sono inseparabili (come i pappagallini, i lovebirds, di Hitchcock) e hanno un compito molto arduo: raccontare la complessità che si nasconde dietro l'uomo medio americano. Anche se delinquente patentato, Tony è un uomo medio in tutto e per tutto. Qualcuno l'ha paragonato a Emma Bovary: come lei, Tony è un'affascinante miscela di cultura popolare, ambizione e sottomissione agli impulsi e agli appetiti che la società non sanziona. Ma che volto ha Emma Bovary? Non lo sapremo mai. Sappiamo invece che Gandolfini è stato capace di dare profondità alla distanza che corre tra l'esercizio fisico della violenza organizzata e la cupa instabilità della depressione. Tony si trova con una figlia che ha studiato alla Columbia, si è laureata in legge, e, come sottolinea sprezzantemente il padre, farà «l'avvocato dei neri»; si trova con un figlio, irresoluto e «ipersensibile», che vorrebbe firmare per l'esercito, finire in Afghanistan e poi, eventualmente, arruolarsi nella Cia. Una certa comicità sinistra si sprigiona dalla cupezza: ormai Tony si costringe a pulire tristemente la sua piscina per scaricare la tensione, o forse soltanto per risparmiare sul giardiniere. James Gandolfini ci ha insegnato che anche in televisione si può aspirare al meglio e di questo gli saremo eternamente grati". (Aldo Grasso, 21.06.2013)

giovedì 20 giugno 2013

TWITTER-JAM - Le star telefilmiche ricordano James Gandolfini











NEWS - I tre acuti di Tony Soprano: 3 scene cult per ricordare la memorabile interpretazione di James Gandolfini
NEWS - Ciao Tony!
ULTIMA ORA
È morto James Gandolfini de  mentre si trovava in vacanza in Italia. 

mercoledì 19 giugno 2013

NEWS - At-tacchi-atevi agli '80! Più "Girls just wanna have fun" che "fuck". Da domani anche in Italia "The Carrie Diaries" con la giovane Bradshaw più emula di Cindy Lauper che della Carrie fine anni '90 (del resto son tutte sante prima di mordere la Grande Mela...)
(ANSA) - (di Nicoletta Tamberlich) - Le Manolo ai piedi Carrie arrivera' a indossarle solo all'ottavo episodio, quando avra' modo di assaggiare il famigerato cocktail Cosmopolitan e sara' un'autentica folgorazione. E' anche se e' ancora vergine e imbranata, diventera' prima o poi una donna. Il 20 giugno debuttera' in Italia in prima tv assoluta su Mya di Mediaset Premium The Carrie Diaries, ribattezzato il prequel di Sex and City, perche' racconta gli anni giovanili di Carrie Bradshaw, che sarebbe poi diventata la scrittrice giornalista fashion victim del noto telefilm. A prestarle il volto la 19enne AnnaSophia Robb, qui in versione liceale anni Ottanta, che ha recentemente confessato che inizialmente pensava di rifiutare perche' temeva i confronti con Sarah Jessica Parker che del resto aveva dato vita a un personaggio talmente gia' caratterizzato da rendere decisamente impossibile crearne un abbozzo. La Parker ha inviato una lettera alla Robb: ''Mi ha fatto le congratulazioni e mi ha detto cosa ha significato per lei il ruolo di Carrie, come le ha cambiato la vita''. Il produttore esecutivo della serie tv, Amy Harris (Sex and the City, Gossip Girl), ha tenuto a precisare che non ha voluto ''presentare una versione baby del telefilm cult: non ci sono le versioni adolescenti di Miranda, Charlotte e Samatha, lo show e' incentrato su come le relazioni e le amicizie giovanili siano moto diverse da quelle che si hanno da adulti''. Eppure i riferimenti alla Carrie del futuro ci sono, come i no decisi alla palestra e alla cucina, il diario scritto davanti alla finestra, l'amore per la citta' e la scrittura. Inoltre la scena iniziale del pilot ricorda l'intro di Sex and the city: una Carrie sognante, con gonna ampia e pochette in mano, che viene di colpo ''riportata alla realta''' (un passante maleducato nel caso di Robb, un autobus che la schizza nel caso di Parker). Nella serie tv Carrie, infatti, e' ancora una ragazzina di 17 anni che va al liceo: all'inizio vive in una piccola citta', ''era il 1984, la narrativa rosa faceva furore e avevamo un attore come presidente''. I produttori hanno specificato che il telefilm non e' un prequel diretto della serie televisiva della HBO Sex and the City, ma un adattamento dell'omonimo romanzo di Candace Bushnell, in Italia pubblicato con il titolo Il diario di Carrie, che narra le vicende di una giovane Carrie Bradshaw. La serie, che ha debuttato negli Stati Uniti il 14 gennaio sulla rete The CW, descrive un ambiente e un contesto non troppo differente da quello che viviamo noi oggi. Scuola, amici, primi amori, anche se la protagonista si sente diversa dai suoi coetanei. Ha perso la mamma, e' dunque piu' matura e fragile, ha una sorella piu' piccola a cui badare, cleptomane e che nasconde marjuana insieme alla biancheria, un padre con il quale dovra' imparare a rapportarsi, ma soprattutto ha un unico grande sogno: diventare una scrittrice e trasferirsi a New York. Nel primo episodio appaiono chiare quelle che saranno le colonne portanti della serie: da un lato la vita da liceale di Carrie, decisa ad iniziare una relazione con Sebastian, conteso con Donna, la ragazza piu' popolare della scuola; dall'altro c'e' New York. Carrie, infatti, inizia a lavorare come stagista in uno studio legale di Manhattan e, proprio nella Grande Mela, conosce Larissa, una donna alla moda e stravagante che le insegnera' a conoscere ed amare la citta'. Ottima la colonna sonora del pilot in cui spiccano: New Order, 'Blue Monday'; Madonna, 'Material Girl'; Kim Carnes, 'Bette Davis Eyes'; Depeche Mode, 'Just Can't Get Enough'; Footloose 'Kenny Loggins'. La bellezza nel personaggio di Carrie e' la sua spontaneita', la sua forza, ma anche la sua insicurezza: 'the last virgin', che comincia a interrogarsi sul sesso e sulla fiducia. Sara' interessante vedere quale sara' il passaggio che portera' da ''It's not a big deal, Carrie, sex isn't anything'' a ''Sex and the city''.

martedì 18 giugno 2013

lunedì 17 giugno 2013

GOSSIP - Quando il check-in non è una noia ma una Naya...
Da perfetta fashionista quale appare ultimamente, Naya Rivera di "Glee" è uscita da uno dei tanti aeroporti che frequenta in perfetto stile manageriale. Un trolley griffato in una mano, una borsa all'ultimissima moda nell'altra, l'attrice appare la sorella maggiore di colei che qualche anno fa compariva sulla cover (e in un servizio interno) della rivista per soli uomini (o uomini soli) "FHM", in perfetto stile teenager/cheerleader dei desideri. Alle sneakers si sono sostituite decoltè tacco 12 e una classe sempre più in via di perfezionamento, alla faccia della comodità che, nei lunghi viaggi alla quale Naya si sottopone, prende il...volo.

venerdì 14 giugno 2013

NEWS - Ultima ora! La prima immagine di Ginnifer Goodwin nei panni di Jackie O in "Killing Kennedy". Rob Lowe interpreta JFK
Ecco la prima immagine di Ginnifer Goodwin ("OUAT") nei panni di Jackie O nel docudrama "Killing Kennedy" in onda prossimamente su National Geographic Channel. Rob Lowe ("West Wing", "Brothers and Sisters", "Parks&Rec") interpreta JFK. Altro volto telefilmico sarà Michelle Trachtenberg ("Buffy"), nel ruolo della moglie del presunto attentatore Oswald...

giovedì 13 giugno 2013

PICCOLO SCHERMO - Clamoroso al Cibali! Courteney Cox debutta da regista al cinema con Kate Walsh!

Notizia tratta da Deadline.com
The former Friends star is getting behind the camera for her feature directorial debut with Hello I Must Be Going. Written by David Flebotte, the Courteney Cox helmed pic has Seann William Scott in the lead role as Ted Morgan, a depressed man who heads back to his hometown to right some wrongs before committing suicide. Former Private Practice actress Kate Walsh co-stars as his sister-in-law Kathleen Morgan in the movie. Scott was last seen in 2011’s hockey enforcer comedy Goon and in 2012’s American Reunion. Walsh will be seen in the upcoming 10-episode DirecTV drama Full Circle. A co-EP on Desperate Housewives, Flebotte has written for HBO’s Boardwalk Empire and served as a consulting producer on Raising Hope.
While this is Cox’s first feature, she previously directed episodes of her TBS sitcom Cougar Town and the 2012 Lifetime TV movie Talhotblond. Hello I Must Be Going is produced by Cox, and Gabriel Cowan with David Arquette and Thea Mann of Coquette Productions and John Suits of New Artists Alliance. The movie is set to start filming in LA later this month. Seann William Scott is repped by ICM Partners. Kate Walsh is repped by CAA and Evolution Entertainment. Courteney Cox is repped by WME and Brillstein Entertainment Partners.

martedì 11 giugno 2013

NEWS - Troppo poco avanti per essere fiction. Quella serie che anticipò l'attentato alle Torri Gemelle...
Ci sono serie tv che sono così poco avanti, nel senso che raccontano un futuro così prossimo che quasi lo possiamo toccar con mano, che finiscono per anticipare la realtà. "Person of Interest" (su Premium Crime ogni sabato con la seconda stagione inedita) che immagina quello che poi sarebbe stato l'odierno Webgate (aka Prism) è solo l'ultimo esempio. In pochi si ricordano che l'attentato alle Torri Gemelle dell'11 settembre 2001 era stato messo in scena dall'ultima puntata del telefilm "Più forte ragazzi" ("Martial Law"): un nucleo terrorista tenta di far esplodere un poker di grattacieli a Manhattan dirottando quattro aerei. Data della trasmissione dell'episodio: 13 maggio 2000. (Dalla Newsletter di Qui Mediaset)

lunedì 10 giugno 2013

NEWS - Prism of Interest, quando una serie tv anticipa la realtà e lo scandalo... 
(ANSA) - ROMA - Bufera sull'amministrazione Obama, con l'Fbi che spia cellulari e web. Fonti ufficiali assicurano che il programma 'Prism' e' rivolto solo a cittadini non americani e che vivono fuori dagli Usa. E il governo giustifica il 'Patriot Act' come uno strumento fondamentale per difendere la nazione. Il presunto scandalo su 'Prism', la fonte principale delle informazioni che le agenzie di intelligence forniscono nel rapporto che ogni mattina viene consegnato al presidente Usa, era un qualche modo gia' stato previsto da un telefilm. 'Person of Interest' di J.J. Abrams (l'ideatore di Lost), e' in onda in America dal 2011 e in Italia e' trasmesso su Premium Crime (ogni sabato in prima serata con la seconda stagione inedita). Racconta di una societa' prossima ventura in cui ciascun cittadino puo' venir spiato sulla base del puro sospetto di poter compiere atti criminosi. Nello slang delle forze dell'ordine 'person of interest' e' un soggetto sotto indagine, ma senza prove sufficienti ad arrestarlo. Nella serie tv la lotta al crimine si arriva a combattere anche su Twitter e Facebook, controllando tutto e tutti. Il telefilm in America ha sfiorato i 16 milioni di spettatori. Mr. Finch (Michael Emerson, gia' protagonista di Lost), e' un eccentrico milionario esperto di informatica. Dopo l'attentato alle Torri Gemelle di New York ha messo a punto un sofisticato software che permette di prevenire crimini non ancora accaduti. La macchina pero' non offre tutte le risposte: individua solamente il codice di previdenza sociale del sospettato. Nessun altro dettaglio, nessuna prova di colpevolezza. Privati cittadini diventano cosi' 'sorvegliati speciali', controllati attraverso telecamere, pc, cellulari, carte di credito. Ma questo e' illegale e nessuna agenzia federale puo' avallare il progetto. Finch ingaggia Reese (James Caviezel, La passione di Cristo) un ex agente della Cia creduto morto, per cercare di fermare i futuri criminali. Il tema della prevenzione del crimine era gia' stato toccato nel 2002 nel film di Steven Spielberg 'Minority Report'. 'Person of Interest', pero', e' meno fantascientifico e, come ha dichiarato Michael Emerson, la serie e' scientificamente basata su fatti reali. A riprova dell'attualita' degli argomenti trattati dalla serie, nel 15/o episodio appare - in immagini d'archivio - il presidente degli Stati Uniti Barack Obama.

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