venerdì 18 maggio 2012


L'EDICOLA DI LOU - Stralci e commenti sui telefilm tratti dai media italiani e stranieri
"Sex and the City" e i suoi fratelli: "Girls" e "Apartment 23"
"Quando riguardo un episodio delle prime due stagioni di Sex and the city sono sempre sorpreso dall’inventiva e dalla freschezza. Prima di prendere la legnosa ma inevitabile piega da soap opera, e di farsi affossare narrativamente dall’assunzione come feticcio degli status symbol che andava creando (scarpe, cupcakes, appletini, sesso contronatura fra sconosciuti al primo appuntamento), la commedia HBO sulle quattro ragazze-donne di Manhattan era un’opera sincera e turbante: è quella forza iniziale che ce l’ha resa tutto sommato un buon ricordo e perfino un’influenza letteraria. (Col passare del tempo e lo svanire dell’effetto status symbol, le prime puntate di Sex and the city assomigliano sempre più all’altissimo slacker ebraico upper west side di Seinfeld.)
Quest’anno sono partite due serie chiaramente prodotte da gente cresciuta con il mito di Sex and the city: Girls, di cui già parlano tutti, e Don’t Trust the Bitch in Apartment 23. La prima, che è HBO come l’antenata, è la storia di quattro ragazze che vivono e cercano di svoltare a Brooklyn. Già nel pilota si cita Sex and the city come punto di riferimento un po’ ironico un po’ no, ma lo si cita con la sicurezza di chi sa di essere troppo hipster per poter farsi davvero confondere con lo stile mainstream e ormai demodé di una serie che trattava Manhattan come fosse un posto rilevante. (Quest’ultima frase la dichiara il trendsetter che è in ognuno di noi che leggiamo i blog sulle serie tv, o hipsterrunoff.com, e che abbiamo venduto l’anima al diavolo dell’aggiornamento mediatico e sottoculturale a tutti i costi.) La seconda serie, Don’t Trust the Bitch in Apartment 23, discende da Sex and the city in un modo completamente diverso: è un prodotto assolutamente meno sofisticato diGirls, è pacchiano sotto ogni punto di vista (va in onda per un network, ABC…). Intanto perché parla di due ragazze che vivono nel Village; poi, perché racconta la vita mondana di downtown Manhattan con lo stesso entusiasmo con cui guardavamo Friends preparandoci per gli esami di maturità. È quindi smaccatamente fuori moda senza essere retro. La trama è semplice: una ragazza precisina va a stare in affitto da una socialite – la bitch del titolo – che le rovina la vita con egoismi e angherie, causando però in lei delle trasformazioni interessanti. La prima scena ci mostra la bitch che si fa scopare dal fidanzato della precisina sopra una caricaturale torta di compleanno, tipo sketch a tutti i costi. Tutto facilissimo, e così fuori tempo massimo che con il passare delle puntate comincio a chiedermi se questa commedia di sketch non sappia in realtà il fatto suo, non stia cercando di sabotare la commedia aspirational, quella che produce status symbol e tormentoni per gente cool, producendo, a partire dalla grammatica della storia di ragazze in città, qualcosa che neghi ogni identificazione, aspirazione, desiderio di emulazione. In effetti, quando capisci che non c’è da invidiare i personaggi di questa serie, e informandoti scopri che il produttore viene da American Dad, ti metti l’animo in pace e risulta molto divertente: di solito le sitcom dei network sono scritte molto peggio.
I finti sfigati di Girls, invece, realizzano un’opera davvero frustrante: presentandosi come prodotto alto, addentro, con tutti i riferimenti giusti, e la mistica di Brooklyn, Girls ci snerva con la sua inarrivabilità: i programmi per yuppies hanno sempre avuto il vantaggio che i suoi eroi potevano essere comunque liquidati con una scrollata di spalle: vivono tra le nuvole, in un mondo di fantasia.
Ma i personaggi di Girls hanno tutto ciò che i laureati sottopagati e aggiornati sulle mode, in tutto il mondo, vorrebbero avere: perfetta location, dinamiche shocking e casual di relazione – ossia tresche memorabili sia quando vanno bene che quando vanno male –, vicinanza con tutto ciò che sta succedendo (lo si può dire solo usando un anglismo…). Un elemento extradiegetico importante: le attrici protagoniste di Girls sono tutte socialites e figlie di: appartengono davvero al mondo di mantenuti brillantissimi che raccontano. (Una è figlia di David Mamet, una del batterista dei Free, una di un presentatore televisivo, e Lena Dunham, la creatrice, è figlia di artisti.)
L’epica del successo morale-estetico di vivere nel quartiere giusto con i problemi e gli amanti giusti è affrontata in maniera molto più pacchiana da Apt. 23, che in definitiva si rivela più vero nella sua falsità assoluta: uno dei personaggi della serie è James Van Der Beek, ossia Dawson di Dawson’s Creek, che intepreta se stesso. La vita in the city, i drink nel locali di midtown, il sesso promiscuo, sono raccontati in maniera caricaturale a partire dal faccione di James, che fa una satira del successo (ero famoso per Dawson ma vorrei essere preso sul serio, salvo poi andare a letto con tutte le mie fan ex adolescenti) tanto datata quanto simpatica.
I due personaggi chiave per capire la simpatia di Apt. 23 e l’antipatia di Girls (che è comunque molto più bello e “scritto bene”) sono però il guardone del palazzo accanto e lo scopatore mantenuto.
Il guardone è un personaggio di Apt. 23 che passa la giornata affacciato alla finestra interna del palazzo, che dà, come succede a volte nel Village, esattamente sulla finestra di fronte, che a sua volta dà sul soggiorno delle due protagoniste: è sempre lì, e oltre a intervenire nella conversazione, rimane a guardare quando la bitch gira nuda per casa e quando fa le orge. L’assurdità del guardone fa capire che Apt 23 non è affatto aspirational, che è un cartone animato, che scherza sul Village come in American Dad si scherza sulla CIA: senza prendere sul serio il proprio oggetto.
Lo scopatore mantenuto di Girls, amante della protagonista Hannah, è invece un finto personaggio sfigato: inizialmente colpisce molto il suo ritratto di un attore sfaccendato e strambo, della scuola facciale dei Paul Dano, per capirci, con un corpo sproporzionato, dall’uccello – ci viene detto – enorme. Ci piace che si racconti così bene la storia di un mantenuto. Eppure, alla quinta puntata comincio ad avere la sensazione che Girls ci racconti questo sfigato così particolare, così da stato dell’arte della sfiga, per farci capire che lì, a Brooklyn, anche gli sfigati li fanno benissimo – e lo fanno benissimo. 
Dopo averci ragionato un po’, comincio a pensare che l’insurrezione dei blogger raffinati contro Girls, dovuta all’assenza totale, nella serie, di personaggi non bianchi e non ricchi, sia in realtà un’insurrezione contro una commedia che sembra partire come rovesciamento sistematico di status symbol capitalisti, e che invece a furia di sfasciare tutto e di mostrarci una ragazza grassa nuda, sta solo cercando di imporci altri status symbol: andare a letto con una ragazza brutta ha ormai perso la sua mistica, visto che noi di brutti interessanti come quelli di Girls non ne abbiamo. Per tirarci su di morale possiamo guardare Apt. 23, dove perfino Dawson sembra più sfigato di noi".
(Francesco Pacifico, 18.05.2012)

giovedì 17 maggio 2012

NEWS - Sorpresa: Michael Emerson, prima di "Lost" sbarcava il lunario da illustratore del "New York Times"! 
Sarà per la sua aurea carismatica conquistata in "Lost" ma Michael Emerson è, tra i "sopravvissuti" del serial cult di J.J. Abrams, colui che sembra reggere meglio la popolarità del dopo-Isola. Pochi sanno però che l'attuale protagonista di "Person of Interest" dello stesso Abrams nei panni del misterioso Mr. Finch (su Premium Crime ogni venerdì in prima serata), agli inizi di carriera ha sbarcato il lunario come illustratore freelance del "New York Times" e del "Boston Globe". La scelta di diventare attore professionista è giunta relativamente tardi, a 40 anni. "Non so perchè generalmente mi facciano interpretare personaggi misteriosi - ha commentato ironicamente Emerson di recente - ma quando mi chiedono di essere solo me stesso sul set, mi viene il dubbio che sia io a incutere terrore...!".

martedì 15 maggio 2012

NEWS - Wisteria Dead Line. Addio alle "Desperate Housewives", ecco perchè ci mancheranno...
Articolo di Alessia Barbiero per Linkiesta
"Otto anni. Otto stagioni. E' arrivata a morte naturale Desperate Housewives, la serie TV incentrata su un gruppo di donne, tutte vicine di casa in un sobborgo residenziale degli States. L'ultima puntata (tranquilli, niente spoiler) è andata in onda in America domenica sera, in Italia abbiamo ancora qualche settimana di tempo prima di salutare definitivamente Bree e compagne, dato che il finale di stagione è in programma per il 6 di giugno. Quest'anno la televisione seriale ha perso qualche storica icona: Dr. House tra i medical, One Tree Hill tra i teen, Chuck tra le nerd-spy stories. Ma tra tutte le perdite quella maggiore è senza dubbio rappresentata da questo drama ABC decisamente leggero ma solo apparentemente superficiale. Le casalinghe disperate sono diventate, nel corso degli anni, delle vere e proprie icone della TV, ecco perché.

  • L'ironia
L'abito non fa il monaco. La serie ambientata a Wisteria Lane descrive una ricca periferia statunitense, che solo in apparenza sembra quieta e tranquilla, ma che nella realtà nasconde inquietanti misteri. Desperate Housewives fin da subito si è posta come obiettivo di spiare all'interno delle finestre dei sobborghi della middle-class: la case ordinate, le mogli sempre perfette (focose amanti e brave cuoche - graziose, bambine e puttane le definirebbe De André), i vialetti ben curati sono una pura facciata. La realtà è un caotico susseguirsi di segreti, spesso anche macabri (vi ricordate il corpo senza vita del marito della signora McCluskey conservato dentro un congelatore nello scantinato?). La serie ironizza su quello che sembra la perfezione della classe medio-borghese e offre una cronaca impietosa del sogno americano: stesso obiettivo che si è proposto Weeds, ma Desperate l'ha fatto "senza giocare sporco", senza puntare tutto su sesso, droga e rock'n'roll.
  • La sceneggiatura
Di Desperate Housewives tutto si può dire, ma non che non abbia una sceneggiatura superba, una delle migliori di tutta la TV seriale. Battute taglienti, frecciatine, ironici botta e risposta hanno caratterizzato la serie sin dalla prima stagione.
  • La commistione di generi
Ci ha fatto ridere, piangere, restare sull'attenti con l'adrenalina a mille: Desperate Housewives rientra tra le serie TV senza genere. O meglio, in quelle che includono tutti i generi: un po' drama, un po' comedy, a tratti thriller, a tratti soap opera. Questo è stato il segreto del suo successo: è stata in grado di attirare spettatori diversi, soddisfacendoli tutti nello stesso momento.
  • L'old fashion di un concetto retrò: il vicinato
E per ultimo uno dei motivi per cui questa serie ci mancherà così tanto è che ha messo in risalto un concetto ormai perso nel tempo: quello del vicinato. Nell'era in cui si comunica con i social network, in cui non sappiamo più nemmeno i nomi di chi abita nel nostro palazzo (figuriamoci nella nostra via), nell'era in cui ci sembra quasi impossibile trovare fidanzato/marito nella nostra città e in cui le relazioni a distanza proliferano, Desperate Housewives ha permesso di farci rivivere un po' di quella nostalgica sensazione in cui il mondo non ci sembrava poi così grande. Ci ha portato indietro nel tempo, prima che le tecnologie prendessero il sopravvento e le relazioni sociali face to face andassero perse. Ci ha fatto vedere il nostro ieri, ricordandoci quali sono le cose che contano. E scusate se è poco".

domenica 13 maggio 2012

NEWS - Il telefilm è Hulu-lì! Il futuro delle serie tv è in streaming...
Articolo di Beatrice Pagan per Lettera 43
"Il futuro dei serial tivù non è più solo nelle mani dei network tradizionali: Netflix e Hulu, i due leader statunitensi nel settore streaming on demand, sembrano infatti interessati ad investire per prolungare la vita di alcuni titoli di potenziale successo tra i propri abbonati e a creare contenuti inediti per attirare nuovo pubblico digitale.I NUMERI DELLO STREMING INSIDIANO LA TIVÙ VIA CAVO. Negli ultimi due anni gli utenti di Netflix negli Stati Uniti sono aumentati con una velocità superiore alle aspettative: dai 14 milioni registrati a Marzo 2010 si è passati ai 23,41 milioni di utenti a Marzo 2012, a cui si devono aggiungere 3,07 milioni disubscribers attivi in Canada, Messico, America Latina, Caraibi, Gran Bretagna e Irlanda. I clienti dei servizi in streaming hanno quindi raggiunto la considerevole cifra di 26,48 milioni, un dato che inizia ad avvicinarsi a quelli degli iscritti alle tivù via cavo, come ad esempio Hbo.NETWORK GENERALISTI IN CALO. Il trend positivo si contrappone al periodo negativo dei network generalisti, che affrontano preoccupanti cali di ascolto sopratutto nella categoria 18-49, fascia d'età che ha contribuito alla generale perdita di pubblico stimata tra il -3% registrato dalla Nbc fino al -21% della Abc.

L'offensiva di Netflix: investimenti da 400 milioni di dollari per arrivare a 90 milioni di utenti

L'amministratore delegato di Netflix, Reed Hastings, grazie alle statistiche favorevoli, ha quindi messo in atto un piano di crescita senza precedenti che punta a superare i 90 milioni di abbonati in tutto il mondo nei prossimi anni. Per riuscirci Hastings ha deciso di investire il 5% del budget destinato alla programmazione dell'offerta via streaming alle produzioni originali, con una spesa stimabile in circa 400 milioni di dollari, e sta valutando la possibilità di accogliere nuovi episodi di serie cancellate dai network nonostante la loro popolarità tra il pubblico.
HULU PUNTA A SERIE NON IMPORTATE. Hulu, la joint venture formata da News Corp.-Fox, Disney-Abc e Comcast-Nbc ha invece puntato sulla promozione di serie non prodotte negli Stati Uniti, come Endgame o Misfits, da affiancare alla creazione di nuovi titoli.IL RILANCIO THE RIVER E JERICHO. La crescita generale del settore ha così permesso a Netflix di mettere in produzione la quarta stagione del telefilm Arrested Development, con protagonisti gli attori Jason Bateman, Jeffrey Tambor e Will Arnett, composta da dieci episodi che verranno messi a disposizione in contemporanea. Sfumato l'accordo con la 20th Century Fox per proseguire le avventure tra preistoria e fantascienza di Terra Nova prodotte da Steven Spielberg, Netflix potrebbe invece puntare ad una seconda stagione di The River, una delle novità del 2011 cancellata dopo poco tempo dalla Abc, e a riportare in vita Jericho, serie cancellata nel 2008 dal palinsesto della Cbs dopo due cicli di episodi.
La storia ambientata in una cittadina del Kansas alle prese con le conseguenze di un attacco nucleare gode tuttora di un'ampia popolarità tra gli abbonati e i vertici del portale hanno contattato i produttori per verificare se esistano le basi per la creazione di una terza stagione.

Co-produzione di telefilm inediti trasmessi esclusiva sulla piattoforma on demand

Il piano di sviluppo di Netflix prevede anche la co-produzione di telefilm inediti. In esclusiva per la piattaforma on demand arriveranno quindi Orange is the New Black (sceneggiato da Jenji Kohan, già autrice di Weeds, e tratto dal libro autobiografico di Piper Kerman in cui si raccontano quindici mesi di detenzione nel carcere femminile di Danbury in Connecticut), il serial norvegese sulla mafia intitolato Lilyhammer, l'horror Hemlock Grove (ispirato al romanzo di Brian McGreevy con protagonista l'attrice Famke Janssen e realizzato da Eli Roth), e sopratutto l'ambizioso House of Cards: un thriller politico realizzato con un budget di oltre 80 milioni di dollari, che può contare sulla prestigiosa regia di David Fincher e la bravura di Kevin Spacey e Robin Wright nel ruolo dei protagonisti.LA RISPOSTA DI HULU. La concorrenza di Hulu non ha esitato a rispondere agli avversari muovendosi sul loro stesso campo e ha deciso di fornire i fondi per la produzione della seconda stagione di Endgame, un criminal drama prodotto in Canada, e di finanziare le serie inedite The Awesomes (le avventure di supereroi poco conosciuti alle prese con nemici e l'invadenza dei media, interpretate da Seth Meyers e Michael Shoemaker), Don't quit your daydream (con Adrian Grenier impegnato nella ricerca di talenti musicali in disgrazia), Flow (dedicato ad un ragazzo incolpato di un crimine che non ha commesso), We Got Next (la vita quotidiana tra vittorie e sconfitte di quattro giocatori di basket), e confermando la comedy politica Battleground.ANCHE AOL, YAHOO E YOUTUBE NEL BUSINESS. I network tradizionali stanno cercando di adeguarsi al consumo sempre più diffuso dei contenuti on demand aumentando la propria visibilità su internet e contraendo i tempi di pubblicazione degli episodi sulle proprie piattaforme, pur vedendo diminuire le entrate pubblicitarie in modo drastico. I successi di Netflix e Hulu hanno inoltre spinto anche Aol, Yahoo e YouTube a gettare le basi per nuove produzioni indipendenti, destinate a essere presentate a breve ufficialmente ai possibili investitori che dovranno valutare le prospettive economiche di questa nuova fase dei prodotti seriali.

sabato 12 maggio 2012


Stracult e Stracotti …ovvero la serie che questa settimana va su e quella che inevitabilmente va giù. Parola di Stargirl!

La HBO non delude, quasi mai. E con Game of Thrones, ha messo a segno l’ennesimo colpo vincente. Rinnovata già per una terza stagione, la serie basata sui best seller Cronache del Ghiaccio e del Fuoco di George R.R. Martin è stata senza dubbio la rivelazione dello scorso anno, e la morte di Eddar Stark (Sean Bean) nel finale di stagione, aveva lasciato tutti a bocca aperta.
La seconda stagione, in onda da ieri anche in Italia su Sky Cinema, mischia le carte in tavola, ribaltando gli equilibri ora che le meccaniche e le strategie si fanno sempre più complicate, visto soprattutto il numero di personaggi  coinvolti. Riuscirà lo show prodotto da Mark Huffam, Frank Doelger a riassumere nei consueti 10 episodi previsti, tutti gli avvenimenti raccontati nei volume della saga Il regno dei lupi e La regina dei draghi? La guerra è in atto ora che cinque Re si contendono l’ambito Trono di Spade per governare i Sette Regni.
Vendette, tradimenti, loschi intrighi e infimi sotterfugi: i protagonisti de Il trono di Spade sono disposti a tutti pur di assicurarsi ricchezza potere, e la serie, il titolo di Stracult, se lo merita di gran lunga!


Nel 2009, tutti gli appassionati di alieni, cose dell’altro mondo e incontri ravvicinati, potevano dirsi assai felici all’annuncio di un remake della celebre serie del 1983 di Kenneth Jonhson V- Visitors.
Questo nuovo show dal titolo V, in onda negli States sulla Abc fino al 2011 e trasmesso in Italia da Joy su Mediaset Premium, poteva vantare un cast di tutto rispetto: da Morena Baccarin (tra gli ospiti più acclamati al Telefilm Festival 2010) a Elizabeth Mitchell, da Morris Chestnut a Joel Gretsch.
Nonostante una prima stagione ricca del potenziale giusto e di un’ottima dose di colpi di scena da sfornare, per tutto l’arco della seconda, l’impressione generale era che la serie fosse tuttavia priva della verve giusta, capace di incutere ansia e timore nello spettatore come solo quella originale sapeva fare. Impossibile legarsi ai personaggi, difficile nutrire una qualsivoglia empatia con loro: tutti troppo freddi, distaccati, distanti, troppo, anche per dei Visitors. Sotto moltissimi aspetti, decisamente Stracotti.
Per tutti gli aficionados 
della splendida Baccarin, protagonista quest’anno di Homeland, dal 25 maggio Italia1 riproporrà gli episodi di V, e per i nostalgici della serie originale degli anni Ottanta invece, l'appuntamento è dal 22 maggio su Italia2.

mercoledì 9 maggio 2012


NEWS - Maggie Q, una "Nikita" all'ultimo tattoo
"Inked Magazine" , sorta di vera e propria bibbia internazionale dei tatuaggi, non poteva esimersi dal dedicare una copertina alla tatuata Maggie Q interprete di "Nikita" (su Steel in onda ogni sabato in prima serata con la seconda stagione inedita). L'attrice di origini assai miste (padre di sangue polacco, irlandese e americano; madre vietnamita), vanta infatti tatuaggi di gran pregio distribuiti sul suo lungo e sinuoso corpo da modella. "Sono tutti veri - dichiara Q nell'intervista rilasciata al numero di maggio del giornale - e quando mi sono presentata al provino di 'Nikita' sono risultati determinanti per venir scelta, in quanto il mio personaggio usciva da un passato turbolento e i tattoo potevano evidenziare trascorsi borderline". Nel corso del servizio Margaret Quigley (vero nome dell'attrice-modella) commenta tatuaggio per tatuaggio: dalla fenice sull'alto coscia che ormai la contraddistingue ("l'ho realizzata quando avevo 20 anni per dimostrare il mio spirito libero dopo una relazione finita male"), al nome in cinese di una sua amica morta sei anni fa sul polso, fino alla scritta tibetana frutto dei suoi 8 anni di buddismo. Maggie Q confessa di non volersi fermare e l'intenzione di decorarsi con altri due tatuaggi: "la produzione di 'Nikita' mi ha detto che non ci sono problemi, basta che avvisi gli autori per tempo in modo che possano prevederli nella sceneggiatura delle nuove puntate....!". (News tratta dalla Newsletter di QuiMediaset)

lunedì 7 maggio 2012

TELEFILM FESTIVAL 2012 - La decima edizione del TF posticipata per organizzarla al meglio (e "rivoluzionaria"). E intanto a Milano a metà maggio si prepara un appuntamento "giocoso" per chi crede di sapere tutto sui telefilm...
Avviso a tutti quelli che chiedono del prossimo Telefilm Festival: la decima edizione la immaginiamo diversa e "rivoluzionaria" e ci vorrà più tempo per l'organizzazione. Non prima dell'estate comunque. Più probabile autunno/inverno. Per tutti i nostalgici del TF, è in preparazione nel frattempo a Milano un appuntamento "giocoso" rivolto a tutti coloro che pensano di sapere tutto sui telefilm...Come era soprannominata la sorella di Richie Cunningham in "Happy Days"? Qual è il pianeta originario del Signor Spock di "Star Trek"? Come si chiama la cittadina al centro di "True Blood"? In quale serie ha recitato la mamma di Lenny Kravitz? Sono solo alcune delle domande (tra le più semplici) al centro del primo appuntamento-test al quale l'Accademia dei Telefilm vi invita martedì 15 maggio, dalle ore 20.30 a Milano, presso la Casa dei Giochi - UESD (Università Europea degli Sport della Mente), in Via Sant'Uguzzone 8 (zona Viale Monza, Fermata MM Rossa Villa San Giovanni). Più si è, più ci si diverte. In base al numero dei partecipanti si potrà giocare singolarmente o a squadre (a questo proposito si può invitare anche amici/amiche non propriamente "telefilm addicted"). L'ingresso è gratuito fino ad esaurimento posti. A tutti i partecipanti sarà consegnato un omaggio, guarda caso, telefilmico. Per chi volesse garantire la presenza, si può confermarla sulla pagina Facebook dell'Accademia dei Telefilm (qui) o su Twitter (@AcademyTelefilm). Vi aspettiamo!

sabato 5 maggio 2012


Stracult e Stracotti - …ovvero la serie che questa settimana va su e quella che inevitabilmente va giù. Parola di Stargirl! 

Cathy is back. Per fortuna, verrebbe da dire. La mancanza di un’ottima serie come The Big C, stracult di oggi, si sentiva parecchio sul piccolo schermo, ancor di più quella nei confronti della magnifica Laura Linney. Non è un caso che lo show sia trasmesso da Showtime, network che negli anni ci ha regalato perle come Dexter, Nurse Jackie e Shameless. Dosando perfettamente la giusta quantità di humour e lacrime, la serie alterna momenti di forte intensità ad altri più leggeri, esorcizzando una malattia devastante come il cancro e infrangendo la maggior parte dei luoghi comuni per permettere al pubblico di riderci su.
Con i suoi atteggiamenti fuori dagli schemi Cathy fa sorridere, altre volte commuovere, spronando a riflettere, senza mai esagerare o rischiare di cadere nel melenso.
A metà strada tra il drama e la comedy, la serie rispecchia perfettamente lo stato d’animo della protagonista, guardando al cancro sotto una luce nuova, senza reagire in modo remissivo o arrendevole, ma prendendo invece il toro (in questo caso la vita) per le corna, cercando di cogliere al volo tutte le seconde chance che altrimenti andrebbero perse. Affrontando con una leggerezza solo apparente un tema scottante come quello del cancro, Cathy, donna dalle mille sfaccettature, riesce a far scorta di forza e coraggio per non di gettarsi nel vuoto, ma tentare invece il tutto per tutto pur di poter vivere il più a lungo possibile.

Nella serie australiana Miss Fisher’s Murder Mysteries, Essie Davis interpreta Phryne, una detective privata seducente e conturbante, con fare da diva e atteggiamenti provocanti.
Ambientata nella terra dei canguri negli anni Venti, la serie prende spunto dai romanzi di Kerry Greenwood e aldilà della magnifica scenografia, non può vantare nulla di più, e non esce dal rigido schema di un crime di bassa lega.
Gli intrighi che vedono coinvolta Phryne affliggono lo spettatore sin dal pilot, e affogano in un ritmo stagnante e incredibilmente lento. Le avventure sessuali/sentimentali della protagonista sono oltremodo stucchevoli e nulla lascia presagire che la situazione, in futuro, riesca a migliorare. La nostalgia per una detective vera come la mitica Angela Lansbury cresce di episodio in episodio, tanto che, alla fine della fiera, al centro di qualche omicidio, vorremmo ci finisse la stessa Phryne.
Almeno si risparmierebbe il titolo di stracotta della settimana.

venerdì 4 maggio 2012

NEWS - Pigia sulla tavoletta, Pier! Da oggi su Premium Play 300 episodi di serie tv sull'iPad (per 15 giorni gratis per tutti)
Milano (Adnkronos) - Da oggi sara' possibile scaricare gratuitamente la nuova applicazione 'Premium Play per iPad'. L'offerta, senza spese aggiuntive per gli abbonati, consente di vedere il pacchetto di offerte anche dal tablet Apple oltre che da tv, computer e console giochi XBox. Tra le offerte oltre 2.000 contenuti televisivi on-demand: "centinaia di film (800 in totale entro l'estate), 300 episodi di serie tv, cartoni e documentari, i migliori programmi delle reti Mediaset degli ultimi sette giorni. E in piu' tutte le partite in diretta di Premium Calcio". E per chi non e' cliente Premium sono disponibili 15 giorni di visione gratuita di Premium Play, dopo una registrazione al sito. "Si tratta di un servizio unico, finora nessun concorrente e' riuscito ad imitarci - spiega Pier Silvio Berlusconi, vice presidente di Mediaset- Con l'offerta on demand forse ci siamo mossi troppo in fretta, il mercato non e' ancora pronto, ma siamo siamo convinti che questa modalita' si sviluppera' molto grazie al pc e all'iPad. La nostra strategia e' stata quella di muoverci per primi per conquistare una posizione di forza, perche' l'obiettivo e' di diventare leader anche in questo segmento di mercato". Per il momento sara' possibile scaricare gratuitamente l'applicazione solo collegandosi a una rete wi-fi, ma il servizio sara' presto allargato anche alla rete 3G e quest'estate debuttera' 'download & play', che permettera' di scaricare un contenuto per poterlo guardare in un secondo momento anche in assenza totale di connessione internet o copertura 3G, come nel caso di un viaggio in aereo. Ed entro la fine dell'anno e' previsto anche il debutto sulla piattaforma Android. Il servizio Premium Play su iPad sara' gratuito per tutti i clienti Premium fino al 2013. 
NEWS - Anteprima, dall'alto dei Cieli alla Terra! "V" atterra su Italia 1 dal 25 maggio, "Falling Skies" su Cielo dal 7 maggio
Dallo spazio alla Terra. Due serie extraterrestri come "V" e "Falling Skies" atterrano sulle generaliste. La prima dal 25 maggio su Italia 1 in prima serata. La seconda su Cielo dal 7 maggio, sempre in prime-time.

giovedì 3 maggio 2012

L'EDICOLA DI LOU - Stralci e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri

RIVISTA STUDIO (www.rivistastudio.it)
"Girls", queste traditrici
Articolo di Violetta Bellocchio
"Preceduta da un livello di hype che manco la seconda calata di Nostro Signore e accolta da un trattamento critico più che rispettabile, la serie televisiva Girls ha una premessa semplice semplice: quattro ventenni bianche si ritrovano a New York e tentano di navigare la vita adulta, senza riuscirci. Andando in onda su HBO, c’è subito un po’ di sesso imbarazzante; andando in onda su HBO, scattano paragoni non richiesti con Sex and The City. Succede.
L’attrice protagonista Lena Dunham, che qui è anche sceneggiatrice e ha diretto l’episodio pilota, ha dichiarato che una delle ragioni per lavorare a una serie TV, per lei, era la scarsa visibilità del suo tipo di corpo nei media americani.
La conversazione si sposta subito sul sintagma “una ragazza grassa sul piccolo schermo: che straordinario risultato per la società intera!”, con un accenno di “secondo te ègrassa, oppure è meglio dire voluttuosa?”.
Va detto, in Girls la Questione del Corpo è in primo piano, da subito. C’è una scena molto ben scritta, dove la protagonista – che di se stessa non dice «forse devo mangiare meno», ma si considera proprio fat, grassa, mentre azzanna cupcake nella vasca da bagno – spiega di essersi fatta la maggior parte dei suoi tatuaggi durante il liceo. «Ero molto aumentata di peso molto in fretta», racconta al suo (inadeguato) ragazzo, «i tatuaggi erano il modo per esercitare una forma di controllo sul mio corpo». Ecco, questa è una frase che potreste sentire davvero, a volte detta ridendo, a volte con estrema convinzione. Una cosa “interna”, se volete.
Ma non è di questo che tutti parlano. Di cosa parlano?
1. Il sesso / l’età. Ok, se scrivi una storia su quattro ragazze e invece di chiamarla Quattro ragazze la chiami Ragazze, punto, apri la porta a sgradevoli confronti tra la tua visione di un certo sesso/strato anagrafico e l’estrema diversità interna a quel sesso/strato anagrafico nel mondo reale. Jessica Valenti scrive: «Girls mi ricorda Sex and The City, perché ha la patina e l’ambizione del prodotto ‘avanti’ senza essere minimamente riconoscibile alla maggioranza delle donne». (O, per dirla con un’altra ragazza, stavolta italiana: «Gli unici esseri umani con cui empatizzare sono le comparse per strada in lontananza».) Se il tuo lancio si racchiude in venite a guardare voi stesse in TV, per forza non ci si ritroveranno tutte tutte tutte. Del resto, se io consumassi solo prodotti che “mi rispecchiano” come femmina e come persona, potrei andare al cinema una volta ogni tre anni. E vedrei solo i film dove c’è Marisa Tomei nuda.
2. La razza. A partire da un’osservazione ragionevole («possibile che si mostrino solo ariani in uno show ambientato in una metropoli da dieci milioni di abitanti? Oh che è questo, Friends?»), sono già stati introdotti i seguenti argomenti: «Girls è una serie razzista?», «arriveranno mai delle lesbiche, in Girls?», e soprattutto «le sceneggiatrici di Girls sono razziste?». Va’ a capire se fosse volontario o meno, è passato un messaggio: viva la diversità, purché i corpi appartengano a ragazze bianche, etero, alla moda, giovani.
3. Lo psicodramma collettivo.
E mo’ ci divertiamo.
In un articolo uscito due anni fa, la scrittrice Emily Gould criticava selvaggiamente la politica del corpo impiegata da siti e blog “femministi” per ragione sociale, che guadagnano dalla vendita di spazi pubblicitari, e come strategia acchiappa-accessi creano polemiche continue sull’eccesso di “donne perfette” al cinema e in TV. Avendo lavorato per uno di questi portali, la Gould fu crocifissa in sala mensa e accusata di pugnalare alle spalle il piatto dove mangiava e bla bla bla. E sapete che c’è? Lei aveva ragione. Usava argomenti da insider per raccontare posti che io ho frequentato solo da lettrice, da paio d’occhi e da dita che generano click, e dove è molto frequente usare “anoressica” come sinonimo di “stronza”, o, peggio mi sento, “puttanella“. Lì dentro, perché il sesso a cui appartengo per nascita possa davvero raggiungere la Terra Promessa, dobbiamo affidarci tutte a una figura messianica dai connotati indefiniti ma comunque non magra, altrimenti siamo fottute. Se una donna incarna l’idea di bellezza dominante in una certa estetica, perché così ci è nata o perché considera una priorità per se stessa avvicinarsi a quell’idea di bellezza, la donna è una traditrice, una decerebrata. E di nuovo, comunque, si inchioda «la bellezza» a questione di centimetri, a libbre di carne.
Stiamo attraversando la stessa stagione di isteria dove una commedia modesta ma innocua come Whitney è accusata di riportare i diritti civili indietro di quarant’anni, ma allo stesso tempo la fu icona della bellezza fine e di classe Ashley Judd viene sottoposta a mille analisi spettroscopiche da tinello per stabilire se un certo gonfiore apparso nel suo viso sia la prova provata di un passaggio del bisturi lucente; in fondo lei «non ha più il faccino grazioso che aveva nel 1998». (Testuale, giuro.)
Questa è la parte dove chiedo scusa in anticipo.
L’anoressia è il call center dei disordini alimentari. Tutti sanno cos’è, a grandi linee, tutti concordano nel dire che è una cosa orribile e una piaga della società, e tutti sussurrano poverine all’indirizzo di chi ci si trova dentro. Detto ciò, l’anoressia è solo una nella galleria delle forme di auto-sfruttamento del corpo. La più comune? No, affatto. La più mediatizzata, la più facile da fingere di raccontare in tre minuti? E’ ovvio. (Vedi alla voce: «oddio, la thinsploitation! Siamo tutti condannati!».) Per capirne qualcosa, ho dovuto a. parlare con una che c’è passata (ciao) e b. leggere il libro memoriale di Portia de Rossi (Ally McBeal, Lindsay di Arrested Development), una donna che lavorava con e grazie alla sua bellezza, e intanto si considerava un mostro, odiava ogni parte di sé, si buttava sotto la doccia ripetendo perché io non valgo, eccetera. Però. Classificata alla voce «anoressia», la signora de Rossi soffriva di parecchi disturbi diversi: ha avuto fasi di forte denutrizione, fasi di abbuffate con vomito, fasi di dieta-e-ginnastica praticate in maniera ossessiva… L’unico tratto in comune era un disprezzo furibondo verso se stessa, che lei aveva dentro fin dagli 11-12 anni, ben prima di diventare modella e attrice. Ma per altri è più rapido tirare la croce addosso ai media, perché vedete, l’anoressia. E intanto: bulimia, dismorfismo corporeo, mangiare in modo compulsivo. Ciao.
Nessuno mi vuole bene a parte Marisa Tomei Nuda.
Prima ho detto «Marisa Tomei nuda» perché stavo pensando a The Wrestler e ho un tatuaggio molto grosso. La verità è che l’esistenza di Marisa Tomei Nuda mi aiuta ogni singolo giorno su questa terra. Non perché lei si spogli a quarant’anni (anche se), e non perché abbia un corpo stupendo (anche se), quanto perché, ed è evidente, lei si piace, nella sua pelle sta bene. Questo è un obiettivo a cui arrivare. Nessuno può dirti come".

mercoledì 2 maggio 2012

L'EDICOLA DI LOU - Stralci e commenti sui telefilm tratti dai giornali italiani e stranieri

CORRIERE DELLA SERA
"Person of Interest", serie ad incastro di Abrams
"Quando il produttore J. J. Abrams mette il suo nome su un nuovo telefilm, l'attesa è sempre alta. Soprattutto poi se a lavorare con lui ci sono uno sceneggiatore come Jonathan Nolan (che con il fratello regista Christopher ha lavorato a Memento e alla livida saga di Batman nei diversi episodi de Il cavaliere oscuro) e un attore come Michael Emerson, l'imperscrutabile Ben Linus di «Lost». La curiosità per la nuova serie che li vede protagonisti, «Person of interest», era dunque tanta (prima puntata, venerdì ore 21.15 su Premium Crime e in chiaro su Italia 2). Bisogna subito dire che la trama è piuttosto intricata, tanto che lo stesso Abrams ha definito la serie «molto cerebrale». John Reese (Jim Caviezel) vive da senzatetto a New York ma in realtà è un ex agente della CIA, che però tutti credono morto. Sta per toccare il fondo quando lo avvicina Harold Finch, un enigmatico magnate incaricato dal governo USA, dopo l'11 Settembre, di progettare un sofisticato sistema di sorveglianza, la Macchina, capace di intercettare qualsiasi comunicazione audio e riprendere qualunque evento. Nelle maglie della Macchina finiscono i terroristi ma soprattutto criminali comuni, irrilevanti per l' antiterrorismo e il sistema è in grado di segnalare in anticipo i nomi delle persone sospette, le «persons of interest» del titolo. Nessuno può sapere se saranno vittime o delinquenti, né quale reato commetteranno: compito di Reese e Finch è allora quello di sorvegliarle e prevenire il verificarsi del crimine. La serie è interessante proprio per questa sua struttura a incastro, marchio di fabbrica di Abrams, ma soprattutto perché prova a dare forma narrativa ad alcune ossessioni che hanno segnato profondamente l'America dopo gli attacchi alle Torri Gemelle, come la videosorveglianza e la necessità di rinunciare ad alcuni spazi di privacy e libertà per garantire la sicurezza comune".
(Aldo Grasso, 29.04.2012)

lunedì 30 aprile 2012


NEWS - "Fringe" rinnovato per la quinta stagione! E intanto è caccia aperta al finale alternativo della quarta
"Fringe" calerà il pokerissimo! La serie firmata da J.J. Abrams, attualmente in onda su Steel con la quarta stagione inedita ogni lunedì, chiuderà il suo corso con una quinta e conclusiva stagione di 13 episodi. Abrams ha così commentato la notizia: "sono elettrizzato e grato alla Fox - ed ai nostri fan - che hanno reso possibile l’impossibile. Tutti alla Bad Robot (la casa di produzione che realizza la serie, ndr) saremo per sempre in debito con i nostri telespettatori per aver permesso che le avventure della Squadra Fringe non solo continuino, ma che si concludano in maniera adeguata alla serie”. Nel frattempo, occhio all'episodio conclusivo della quarta stagione: in attesa di sapere dell'eventuale rinnovo, la produzione aveva girato due finali diversi (uno nel caso di stop del serial e uno nel caso di avvenuto rinnovo). Tra gli amatori è già caccia al finale che non andrà in onda...

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Lick it or Leave it!

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