sabato 5 maggio 2018
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venerdì 4 maggio 2018
L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
LA STAMPA
In "The Handmaid's Tale" una tragedia che colpisce tutti
"II fatto che spesso le serie tv migliori siano drammi non è casuale. C'è qualcosa di appagante nel raccontare il peggio. Dal punto di vista della scrittura, qualcosa di più semplice. Le commedie sono difficili. Far ridere, soprattutto, è difficile. Le tragedie sono lineari. C'è un inizio, c'è uno svolgimento e c'è una fine. Tra questi tre punti possono accadere mille altre, ma sappiamo già quello che succederà dopo una certa scena o una particolare battuta. In televisione c'è chi riesce a dare vita a un mondo alternativo e disturbante che mette a nudo quello che siamo e che nel profondo abbiamo sempre saputo di essere. Con la seconda stagione di The Handmaid's Tale, disponibile ogni giovedì su TimVision con un nuovo episodio, la tragedia diventa estenuante, terribile; a tratti quasi insopportabile. La distopia di un futuro prossimo schiaccia ogni cosa. Le donne sono oggetti: isolate, accondiscendenti, schiavizzate. In nome della sopravvivenza, non c'è più nessuna libertà. Si subisce. E la speranza, che pure c'è, appare come una luce soffusa alla fine di un tunnel che sembra essere infinito. Tra la prima e la seconda stagione di The Handmaid's Tale, le differenze ci sono. C'è stato un passaggio. Tra prima e dopo, fondamentalmente. E i personaggi - a partire dalla protagonista, interpretata da Elisabeth Moss - sono cambiati. Tema: come le persone, messe davanti all'orrore, reagiscono. C'è un'ambientazione più grande, inedita e diversa. II libro di Margaret Atwood, a cui la serie tv si rifà, rimane alla base di ogni cosa: è il centro nodale del racconto. Ma in nome della tragedia la scrittura e la regia si prendo- no qualche libertà. L'obiettivo è sempre quello: il dramma. Prendere una cosa, un'idea condivisa e accettata, e stravolgerla. Portare all'estremo, a volte anche oltre, una situazione. Giocare con le paure, aizzarle contro lo spettatore. Raccontare una storia possibile, magari impensabile, e cercare un equilibrio tra due estremi. Una terza via, ecco. The Handmaid's Tale è fisico, brutale, assolutamente sconvolgente in alcuni momenti. Non è più solo la storia di una donna che soffre; è una narrazione corale e più ampia di qualcosa che riguarda tutti, della voglia di essere liberi piuttosto che della libertà in sé. E non è un caso che Hulu, la piattaforma streaming dietro questa serie, abbia deciso di rinnovarla per una terza stagione: c'è tanto materiale, qui, e tante cose da dire". (Gianmaria Tammaro)
LA STAMPA
In "The Handmaid's Tale" una tragedia che colpisce tutti
"II fatto che spesso le serie tv migliori siano drammi non è casuale. C'è qualcosa di appagante nel raccontare il peggio. Dal punto di vista della scrittura, qualcosa di più semplice. Le commedie sono difficili. Far ridere, soprattutto, è difficile. Le tragedie sono lineari. C'è un inizio, c'è uno svolgimento e c'è una fine. Tra questi tre punti possono accadere mille altre, ma sappiamo già quello che succederà dopo una certa scena o una particolare battuta. In televisione c'è chi riesce a dare vita a un mondo alternativo e disturbante che mette a nudo quello che siamo e che nel profondo abbiamo sempre saputo di essere. Con la seconda stagione di The Handmaid's Tale, disponibile ogni giovedì su TimVision con un nuovo episodio, la tragedia diventa estenuante, terribile; a tratti quasi insopportabile. La distopia di un futuro prossimo schiaccia ogni cosa. Le donne sono oggetti: isolate, accondiscendenti, schiavizzate. In nome della sopravvivenza, non c'è più nessuna libertà. Si subisce. E la speranza, che pure c'è, appare come una luce soffusa alla fine di un tunnel che sembra essere infinito. Tra la prima e la seconda stagione di The Handmaid's Tale, le differenze ci sono. C'è stato un passaggio. Tra prima e dopo, fondamentalmente. E i personaggi - a partire dalla protagonista, interpretata da Elisabeth Moss - sono cambiati. Tema: come le persone, messe davanti all'orrore, reagiscono. C'è un'ambientazione più grande, inedita e diversa. II libro di Margaret Atwood, a cui la serie tv si rifà, rimane alla base di ogni cosa: è il centro nodale del racconto. Ma in nome della tragedia la scrittura e la regia si prendo- no qualche libertà. L'obiettivo è sempre quello: il dramma. Prendere una cosa, un'idea condivisa e accettata, e stravolgerla. Portare all'estremo, a volte anche oltre, una situazione. Giocare con le paure, aizzarle contro lo spettatore. Raccontare una storia possibile, magari impensabile, e cercare un equilibrio tra due estremi. Una terza via, ecco. The Handmaid's Tale è fisico, brutale, assolutamente sconvolgente in alcuni momenti. Non è più solo la storia di una donna che soffre; è una narrazione corale e più ampia di qualcosa che riguarda tutti, della voglia di essere liberi piuttosto che della libertà in sé. E non è un caso che Hulu, la piattaforma streaming dietro questa serie, abbia deciso di rinnovarla per una terza stagione: c'è tanto materiale, qui, e tante cose da dire". (Gianmaria Tammaro)
giovedì 3 maggio 2018
GOSSIP - Hunnam, you are Son of a Beach! L'ex protagonista di "SOA" si rimette con la fidanzata storica al mare
Charlie Hunnam embraces his longtime girlfriend Morgana McNelis while having fun in the sun this week in Honolulu, Hawaii. The 38-year-old actor went shirtless and bared his buff muscles while wearing a pair of green swim trunks. Morgana wore a floral bikini and shielded herself from the sun with a fedora. Charlie and Morgana were seen flaunting PDA after some time apart. He has been in Hawaii filming his upcoming movie Triple Frontier. Rumors about the state of their relationship were swirling after Charlie hit the beach with a mystery woman the other day, but clearly the couple is happier than ever!
mercoledì 2 maggio 2018
lunedì 30 aprile 2018
IL FOGLIO
Se quella serie ritrovata di Fassbinder ricorda "Westworld" e "The Handmaid's Tale"
"Viene voglia di porre un argine ai drammi che stanno per abbattersi sullo spettatore seriale. Questa settimana su Hbo - per noi su Sky Atlantic, in contemporanea o in leggera differita, doppiati o sottotitolati, così si conquista il pubblico abituato al fai da te - è cominciata la seconda stagione di "Westworld", showrunner Jonathan Nolan e Lisa Joy. Ambientazione: un parco giochi per adulti, popolato di androidi da violentare e uccidere. Sennonché gli androidi son sempre a rischio di coscienza, o di qualcosa che alla coscienza somiglia (seguono complicazioni). Questa settimana su Hulu - per noi su TimVision, a 24 ore di distanza dalla messa in onda americana - comincia la seconda stagione di "The Handmaid's Tale", showrunner Bruce Miller. Ambientazione: Gilead, il regime teocratico dove non nascono quasi più bambini, e le poche donne fertili sono schiave e ridotte a fattrici. La stagione non era prevista nel romanzo di Margaret Atwood Il racconto dell'ancella, ma la scrittrice ha supervisionato gli orrori, ora estesi alle colonie. Sono state consultate l'Onu e le organizzazioni umanitarie, per evitare che una serie femminista scivolasse nel torture porn. Pare strano imbattersi, cercando un raggio di sole e un filo di speranza, in una serie girata da Rainer Werner Fassbinder per la Wdr, WestDeutscherRundschau. Il regista aveva appena girato "Le lacrime amare di Petra von Kant": la più amara delle storie lesbiche che sia mai capitato di vedere. Nulla lasciava immaginare una serie familiare e tutto sommato tranquilla come "Acht Stunden sind kein Tag", "Otto ore non fanno un giorno". Girato nel 1972, fu un grande successo popolare. Ma a differenza di "Berlin Alexanderplatz" - altre 14 puntate per la televisione dal romanzo di Alfred Döblin - usci presto dal radar dei critici. Restaurata, la serie si trova in Dvd. Le famiglie raccontate da Rainer Werner Fassbinder sono solitamente un nido di vipere. In "Martha" un marito salta addosso alla moglie che si è appena scottata al sole. In "Il diritto del più forte" l'amore con un giostraio finisce quando il giostraio portato in società non sa da come cavarsela con i cannoncini alla crema (abbiamo scelto apposta le torture più Tight). La famiglia di Colonia fa eccezione. Ci sarebbero gli estremi per un dramma, ma la sceneggiatura vira subito verso la commedia. L'operaio specializzato Jochen corteggia e poi sposa Marion, la segretaria con i ricciolini biondi (lavora in un giornale, quando ancora i piccoli annunci venivano telefonati e battuti a macchina). I mobili di casa, le tende, i completi con i pantaloni appena un po' svasati, oggi fanno l'effetto di un film in costume: sessant'anni sono più che sufficienti per finire in un museo del modernariato. La più simpatica è la nonna, che porta i cappellini a fiori e rimorchia ai giardinetti. La sorella di Jochen ha sposato un uomo ricco che la tratta male, ma anche qui la situazione non precipita. Troverà un altro che la merita e la farà felice. Dopo "Otto ore non sono un giorno", l'infaticabile Fassbinder- una quarantina tra film, testi teatrali, progetti per la tv in appena 37 anni di vita, è morto nel 1982 - girö il fantascientifico "Welt am Draht". Tratto da un romanzo del 1964 intitolato "Simulacron 3", "L'uomo sul filo" racconta un mondo virtuale fabbricato al computer. Gli abitanti non sanno di esserlo, naturalmente. Visto oggi, oltre a qualche ridimentale somiglianza con "Westworld", si godono gli ambienti. Dovrebbero essere futuri, e restano fatalmente anni 70". (Mariarosa Mancuso)
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domenica 29 aprile 2018
NEWS - Fenomeno "SKAM" anche in Italia (su TimVision): la serie "usa e getta" norvegese fa boom nella versione made in Italy "cercando di dare un'educazione sentimentale ai ragazzi di oggi senza volgarità"
Articolo tratto da "Il Messaggero"
In Norvegia, dove è nata, la chiamano "la Dawson's Creek dei millennials". Ma la definizione più calzante è un'altra, "il Fight Club delle serie tv": vietato parlarne, vietato dire che esiste, vietato rivelare dove trovarla. O almeno: vietato agli adulti. Perché non si può spiegare il successo di SKAM, serie rivelazione da poco adattata in Italia (prima produzione originale TimVision), senza prendere coscienza di due fatti: i ragazzi non guardano più la tv e la tv non guarda più i ragazzi. «In Norvegia hanno studiato il fenomeno - ha spiegato Ludovico Bessegato, regista di SKAM Italia, ospite al Napoli Comicon - Per un anno hanno intervistato i "giovani" e sono giunti a una conclusione: noi adulti non sappiamo più cosa vogliono e di cosa hanno paura. Eppure continuiamo a proporgli storie in tv seguendo modelli paternalisti. SKAM invece racconta quello che fanno e che dicono veramente. E se è qualcosa che va fuori dal canone, che sia bere, tradire i fidanzati e fare sesso a 16 anni, la serie ha il coraggio di dirlo senza censure». Già adattata in Francia, e presto anche negli Stati Uniti (dove a distribuirla sarà Facebook), in Italia SKAM è arrivata a marzo, in un silenzio mediatico imposto dal format di partenza: nessun lancio ufficiale, nessuna pubblicità. Come già accaduto in Norvegia, l'obiettivo era che gli adolescenti la scoprissero da soli, condividendone i contenuti senza che fosse il marketinga richiederlo. Anche perché l'altra novità di SKAM, oltre al linguaggio spregiudicato, è la modalità frammentata con cui la serie è distribuita: in clip "usa e getta" di pochi minuti, cancellate dopo 24 ore, sul sito della serie; in episodi, 13, di circa mezz'ora, diffusi su TimVision; e ancora sotto forma di storie Instagram, post su Facebook, chat di Whatsapp con cui il pubblico può interagire con i protagonisti. Ma di cosa parla, SKAM? La storia segue l'originale norvegese, concentrandosi nella prima stagione (in Nord Europa sono arrivati alla quarta, in Italia si starebbe lavorando alla seconda) sulla vita di Eva (Ludovica Martino), una sedicenne romana che ha da poco litigato con la sua migliore amica, è legata a un fidanzato ingombrante (Ludovico Tersigni) e non riesce a socializzare con le compagne di classe. «Ma la storia non è la ripetizione di SKAM Norvegia: la ragione del successo dell'originale derivava dallo studio sugli adolescenti, e cosi abbiamo fatto anche noi», ha detto Bessegato, che nei due mesi di preparazione ha condotto oltre 100 interviste con liceali italiani. «I problemi degli adolescenti sono gli stessi, ma cambiano i dettagli. Il liceo in Norvegia inizia a 16 anni, età in cui i ragazzi smettono di vivere con i genitori. La loro cultura scolastica è all'americana, la nostra è più fluida. E per loro bere una birra è già una trasgressione». Ed è proprio su questo fronte che SKAM Italia supera a destra qualsiasi tentativo della tv generalista: «Non è una serie diseducativa, blasfema o volgare. Anzi. Cerchiamo di dare un'educazione sentimentale ai ragazzi, di veicolare dei messaggi, ma non li caliamo dall'alto. Ovvio che rispetto agli standard della tv pubblica sui minorenni abbiamo fatto passi avanti: qui si parla di sesso orale, di consumo di alcolici e marijuana, di tradimenti disinvolti. E dalla prossima stagione di omosessualità». E per chi non ci credesse e avesse bisogno di un riscontro nella realtà, TimVision dal 5 maggio mostrerà ogni sabato ai suoi abbonati i "veri" giovani con la do- cuserie originale Dark Polo Gang. La Serie, 12 episodi sull'omonima band indie rap romana entrata di recente nel "giro" di Fedex e J-Ax. Raccontati per la prima volta nella loro quotidianità fatta di belle macchine, ragazze docili, "bombe" in studio e party mondani, i quattro ragazzi si mostrano senza filtri nel periodo che ha preceduto la realizzazione di British, il nuovo singolo in uscita I'll maggio. E la realtà supera la fantasia: i ragazzini di SKAM, in confronto a loro, sembrano I ragazzi del muretto.
Articolo tratto da "Il Messaggero"
In Norvegia, dove è nata, la chiamano "la Dawson's Creek dei millennials". Ma la definizione più calzante è un'altra, "il Fight Club delle serie tv": vietato parlarne, vietato dire che esiste, vietato rivelare dove trovarla. O almeno: vietato agli adulti. Perché non si può spiegare il successo di SKAM, serie rivelazione da poco adattata in Italia (prima produzione originale TimVision), senza prendere coscienza di due fatti: i ragazzi non guardano più la tv e la tv non guarda più i ragazzi. «In Norvegia hanno studiato il fenomeno - ha spiegato Ludovico Bessegato, regista di SKAM Italia, ospite al Napoli Comicon - Per un anno hanno intervistato i "giovani" e sono giunti a una conclusione: noi adulti non sappiamo più cosa vogliono e di cosa hanno paura. Eppure continuiamo a proporgli storie in tv seguendo modelli paternalisti. SKAM invece racconta quello che fanno e che dicono veramente. E se è qualcosa che va fuori dal canone, che sia bere, tradire i fidanzati e fare sesso a 16 anni, la serie ha il coraggio di dirlo senza censure». Già adattata in Francia, e presto anche negli Stati Uniti (dove a distribuirla sarà Facebook), in Italia SKAM è arrivata a marzo, in un silenzio mediatico imposto dal format di partenza: nessun lancio ufficiale, nessuna pubblicità. Come già accaduto in Norvegia, l'obiettivo era che gli adolescenti la scoprissero da soli, condividendone i contenuti senza che fosse il marketinga richiederlo. Anche perché l'altra novità di SKAM, oltre al linguaggio spregiudicato, è la modalità frammentata con cui la serie è distribuita: in clip "usa e getta" di pochi minuti, cancellate dopo 24 ore, sul sito della serie; in episodi, 13, di circa mezz'ora, diffusi su TimVision; e ancora sotto forma di storie Instagram, post su Facebook, chat di Whatsapp con cui il pubblico può interagire con i protagonisti. Ma di cosa parla, SKAM? La storia segue l'originale norvegese, concentrandosi nella prima stagione (in Nord Europa sono arrivati alla quarta, in Italia si starebbe lavorando alla seconda) sulla vita di Eva (Ludovica Martino), una sedicenne romana che ha da poco litigato con la sua migliore amica, è legata a un fidanzato ingombrante (Ludovico Tersigni) e non riesce a socializzare con le compagne di classe. «Ma la storia non è la ripetizione di SKAM Norvegia: la ragione del successo dell'originale derivava dallo studio sugli adolescenti, e cosi abbiamo fatto anche noi», ha detto Bessegato, che nei due mesi di preparazione ha condotto oltre 100 interviste con liceali italiani. «I problemi degli adolescenti sono gli stessi, ma cambiano i dettagli. Il liceo in Norvegia inizia a 16 anni, età in cui i ragazzi smettono di vivere con i genitori. La loro cultura scolastica è all'americana, la nostra è più fluida. E per loro bere una birra è già una trasgressione». Ed è proprio su questo fronte che SKAM Italia supera a destra qualsiasi tentativo della tv generalista: «Non è una serie diseducativa, blasfema o volgare. Anzi. Cerchiamo di dare un'educazione sentimentale ai ragazzi, di veicolare dei messaggi, ma non li caliamo dall'alto. Ovvio che rispetto agli standard della tv pubblica sui minorenni abbiamo fatto passi avanti: qui si parla di sesso orale, di consumo di alcolici e marijuana, di tradimenti disinvolti. E dalla prossima stagione di omosessualità». E per chi non ci credesse e avesse bisogno di un riscontro nella realtà, TimVision dal 5 maggio mostrerà ogni sabato ai suoi abbonati i "veri" giovani con la do- cuserie originale Dark Polo Gang. La Serie, 12 episodi sull'omonima band indie rap romana entrata di recente nel "giro" di Fedex e J-Ax. Raccontati per la prima volta nella loro quotidianità fatta di belle macchine, ragazze docili, "bombe" in studio e party mondani, i quattro ragazzi si mostrano senza filtri nel periodo che ha preceduto la realizzazione di British, il nuovo singolo in uscita I'll maggio. E la realtà supera la fantasia: i ragazzini di SKAM, in confronto a loro, sembrano I ragazzi del muretto.
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sabato 28 aprile 2018
L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
LA STAMPA
E se "The Looming Tower" fosse la miglior serie tv del 2018?
"Con buone probabilità, la serie migliore di questi primi mesi del 2018 è The Looming Tower. Omonimo adattamento del libro di Lawrence Wright, giornalista del New Yorker, racconta i mesi - e anche gli anni - immediatamente precedenti all'attentato dell'll settembre. E una mini-serie, quindi si conclude con la sua fine. Presenta una visione decisamente diversa rispetto alla narrazione mainstream di quello che è successo tra agenzie americane e del perché un attentato del genere sia stato possibile sul suolo di uno dei Paesi più controllati e militarmente più avanzati del Pianeta. Ci sono diverse prospettive da cui, volendo, poter seguire la storia. C'è la prospettiva dell'Fbi, sempre messo in disparte dalla Cia e mai informato sulle indagini; c'è la prospettiva della stessa Cia, e c'è anche quella del governo americano, prima sotto Clinton e poi sotto Bush. La ricostruzione dei fatti che offre The Looming Tower, già disponibile su Prime Video di Amazon, si alterna a video di repertorio (soprattutto delle udienze della commissione post-11 settembre). E come un moderno The Wire, si concentra sui protagonisti, sulla loro umanità e sulla loro fallibilità; non mostra eroi invincibili e incorruttibili. John O'Neill, per esempio, interpretato da un bravissimo Jeff Daniels, è uno dei migliori uomini dell'Fbi: e però ha anche un pessimo carattere, ha più di un'amante e ha un rapporto difficile con i suoi superiori. C'è New York e c'è il resto del mondo. In alcuni momenti arrivano quasi a sovrapporsi: i grattacieli sulle case polverose, i quartieri affollati alle moschee. Poi c'è Al Qaeda: com'è vissuta da chi ne fa parte e come, alla fine, viene vista da chi la combatte. I bombardamenti, gli attacchi contro i civili; quella che, per il mondo arabo, è stata vissuta come un'invasione. Paradossi su paradossi. Errori su errori. Sappiamo già come andrà a finire, e più ci avviciniamo alla conclusione più sentiamo crescere la tensione. Ma ci sono anche il modo e il tempo per comprendere una delle più importanti vicende della storia contemporanea, una che ha letteralmente plasmato il futuro e il presente in cui, oggi, viviamo. Può suonare banale e in un certo senso lo è, ma in The Looming Tower c'è uno sforzo considerevole nel non fare di tutta l'erba un fascio, nel non voler generalizzare e nel non voler etichettare nessuno e nessuna parte come buoni e cattivi, giusta o sbagliata. E una storia di uomini, questa. Uomini che si odiano e uomini, soprattutto, che non si parlano". (Gianmaria Tammaro)
LA STAMPA
E se "The Looming Tower" fosse la miglior serie tv del 2018?
"Con buone probabilità, la serie migliore di questi primi mesi del 2018 è The Looming Tower. Omonimo adattamento del libro di Lawrence Wright, giornalista del New Yorker, racconta i mesi - e anche gli anni - immediatamente precedenti all'attentato dell'll settembre. E una mini-serie, quindi si conclude con la sua fine. Presenta una visione decisamente diversa rispetto alla narrazione mainstream di quello che è successo tra agenzie americane e del perché un attentato del genere sia stato possibile sul suolo di uno dei Paesi più controllati e militarmente più avanzati del Pianeta. Ci sono diverse prospettive da cui, volendo, poter seguire la storia. C'è la prospettiva dell'Fbi, sempre messo in disparte dalla Cia e mai informato sulle indagini; c'è la prospettiva della stessa Cia, e c'è anche quella del governo americano, prima sotto Clinton e poi sotto Bush. La ricostruzione dei fatti che offre The Looming Tower, già disponibile su Prime Video di Amazon, si alterna a video di repertorio (soprattutto delle udienze della commissione post-11 settembre). E come un moderno The Wire, si concentra sui protagonisti, sulla loro umanità e sulla loro fallibilità; non mostra eroi invincibili e incorruttibili. John O'Neill, per esempio, interpretato da un bravissimo Jeff Daniels, è uno dei migliori uomini dell'Fbi: e però ha anche un pessimo carattere, ha più di un'amante e ha un rapporto difficile con i suoi superiori. C'è New York e c'è il resto del mondo. In alcuni momenti arrivano quasi a sovrapporsi: i grattacieli sulle case polverose, i quartieri affollati alle moschee. Poi c'è Al Qaeda: com'è vissuta da chi ne fa parte e come, alla fine, viene vista da chi la combatte. I bombardamenti, gli attacchi contro i civili; quella che, per il mondo arabo, è stata vissuta come un'invasione. Paradossi su paradossi. Errori su errori. Sappiamo già come andrà a finire, e più ci avviciniamo alla conclusione più sentiamo crescere la tensione. Ma ci sono anche il modo e il tempo per comprendere una delle più importanti vicende della storia contemporanea, una che ha letteralmente plasmato il futuro e il presente in cui, oggi, viviamo. Può suonare banale e in un certo senso lo è, ma in The Looming Tower c'è uno sforzo considerevole nel non fare di tutta l'erba un fascio, nel non voler generalizzare e nel non voler etichettare nessuno e nessuna parte come buoni e cattivi, giusta o sbagliata. E una storia di uomini, questa. Uomini che si odiano e uomini, soprattutto, che non si parlano". (Gianmaria Tammaro)
venerdì 27 aprile 2018
L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
CORRIERE DELLA SERA
L'ossessione Usa per l'impeachment, da "Scandal" a "Homeland"
"Chiamiamola ossessione narrativa. Chiamiamola aspirazione. Chiamiamola non so come, ma nelle serie americane che si occupano di potere, di presidenza degli Stati Uniti, di deriva autoritaria c'è un grande tema attorno cui si aggrovigliano tutte le vicende e questo tema si chiama impeachment, il procedimento d'accusa contro il Presidente, sospettato di aver violato la legge nell'esercizio delle proprie funzioni. In questi giorni circola una curiosa fotografia ufficiale scattata al termine dei funerali di Barbara Bush: la foto racchiude gli ultimi 30 anni della Casa Bianca: Bush senior (1989-1993), Bill Clinton (1993-2000), George W. Bush (2001-2008), Barack Obama (2009-2017). C'era anche l'attuale first lady, Melania Trump. Manca solo lui, l'ossessione narrativa. In realtà, l'impeachment contro Trump è al momento una prospettiva molto remota: non solo per ciò che è accaduto finora nella questione Trump-Russia-Comey, ma anche per come funziona la procedura negli Stati Uniti. Tuttavia, questo assillo è presente in Scandal, in The Good Fight (lo spin-off di The Good Wife), in The Designated Survivor e soprattutto nella settima stagione di Homeland che è appena iniziata su Fox. Qui, l'ossessione narrativa si concentra su una vicenda tutta interna alla presidenza degli Stati Uniti. Dopo un tentato omicidio ai danni della presidente eletta Elizabeth Keane (Elisabeth Marvel), duecento membri dell'intelligence americana vengono fatti arrestare, fra cui Saul Berenson (Mandy Patinkin). La sua protetta, la protagonista Carrie (Claire Danes), è costretta a lasciare la Casa Bianca per impegnarsi a liberare gli altri membri dell'intelligence. Intanto la figura presidenziale è sempre più caratterizzata da comportamenti che ricordano quella vera. Che potere hanno le serie televisive? Il loro soft power ha una decisa forza di convincimento? E a chi si rivolge? Gli elettori di Trump guardano le serie?". (Aldo Grasso)
CORRIERE DELLA SERA
L'ossessione Usa per l'impeachment, da "Scandal" a "Homeland"
"Chiamiamola ossessione narrativa. Chiamiamola aspirazione. Chiamiamola non so come, ma nelle serie americane che si occupano di potere, di presidenza degli Stati Uniti, di deriva autoritaria c'è un grande tema attorno cui si aggrovigliano tutte le vicende e questo tema si chiama impeachment, il procedimento d'accusa contro il Presidente, sospettato di aver violato la legge nell'esercizio delle proprie funzioni. In questi giorni circola una curiosa fotografia ufficiale scattata al termine dei funerali di Barbara Bush: la foto racchiude gli ultimi 30 anni della Casa Bianca: Bush senior (1989-1993), Bill Clinton (1993-2000), George W. Bush (2001-2008), Barack Obama (2009-2017). C'era anche l'attuale first lady, Melania Trump. Manca solo lui, l'ossessione narrativa. In realtà, l'impeachment contro Trump è al momento una prospettiva molto remota: non solo per ciò che è accaduto finora nella questione Trump-Russia-Comey, ma anche per come funziona la procedura negli Stati Uniti. Tuttavia, questo assillo è presente in Scandal, in The Good Fight (lo spin-off di The Good Wife), in The Designated Survivor e soprattutto nella settima stagione di Homeland che è appena iniziata su Fox. Qui, l'ossessione narrativa si concentra su una vicenda tutta interna alla presidenza degli Stati Uniti. Dopo un tentato omicidio ai danni della presidente eletta Elizabeth Keane (Elisabeth Marvel), duecento membri dell'intelligence americana vengono fatti arrestare, fra cui Saul Berenson (Mandy Patinkin). La sua protetta, la protagonista Carrie (Claire Danes), è costretta a lasciare la Casa Bianca per impegnarsi a liberare gli altri membri dell'intelligence. Intanto la figura presidenziale è sempre più caratterizzata da comportamenti che ricordano quella vera. Che potere hanno le serie televisive? Il loro soft power ha una decisa forza di convincimento? E a chi si rivolge? Gli elettori di Trump guardano le serie?". (Aldo Grasso)
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giovedì 26 aprile 2018
GOSSIP - Una (altra) bionda per "Mr. Robot". Rami Malek si fidanza con la co-protagonista del film "Bohemian Rhapsody" dove lui è Freddie Mercury
News tratta da "Page Six"
Rami Malek may have found a new love interest right at work. Malek and his “Bohemian Rhapsody” co-star Lucy Boynton are dating, Us Weekly reports. Fan accounts on social media also show that they aren’t necessarily hiding PDA, holding onto each other and looking affectionately into each other’s eyes in one shot. “They met while filming ‘Bohemian Rhapsody’ in London,” an insider told the publication of 24-year-old Boynton and 36-year-old Malek. “He is so into her. He goes and visits her in London all the time.” Malek plays Queen frontman Freddie Mercury in the movie, while Boynton plays Mercury’s muse Mary Austin. Malek was previously connected to his “Mr. Robot” co-star Portia Doubleday, though they split in 2017.
News tratta da "Page Six"
Rami Malek may have found a new love interest right at work. Malek and his “Bohemian Rhapsody” co-star Lucy Boynton are dating, Us Weekly reports. Fan accounts on social media also show that they aren’t necessarily hiding PDA, holding onto each other and looking affectionately into each other’s eyes in one shot. “They met while filming ‘Bohemian Rhapsody’ in London,” an insider told the publication of 24-year-old Boynton and 36-year-old Malek. “He is so into her. He goes and visits her in London all the time.” Malek plays Queen frontman Freddie Mercury in the movie, while Boynton plays Mercury’s muse Mary Austin. Malek was previously connected to his “Mr. Robot” co-star Portia Doubleday, though they split in 2017.
Ok, Mark Strong ha il physique du rôle, ma in #DeepState manca il pathos oltre le cospirazioni. #Homeland docet: sono i doppi giochi dell'anima a risultare intriganti, non i sotterfugi della stessa agenzia o quelli internazionali. Voto: 5⃣.
— Leo Damerini (@LeoDamerini) 25 aprile 2018
martedì 24 aprile 2018
NEWS - Scandaloso al Cibali! "I Medici" hanno ricevuto la sovvenzione di 4 milioni di euro dal governo Renzi (attraverso il Ministero dei Beni Culturali di Dario Franceschini), con tanto di delibera ad hoc più unica che rara
News tratta da "Il Fatto Quotidiano"
Le riprese sono in corso in queste settimane e la messa in onda è prevista per il prossimo autunno. Si tratta della seconda serie de I Medici, la fiction sulla signoria fiorentina la cui prima stagione, 4 serate trasmesse nel 2016 (8 episodi da 50 minuti l'uno), è stata un grande successo di pubblico. Coprodotta dalla Rai e realizzata da Lux Vide, è stata venduta in oltre cento Paesi. La serie è stata co-finanziata da Viale Mazzini con 8,3 milioni di euro nel 2014 (prima serie) e 11 milioni nel 2016 (seconda serie). Il piano 2018 di Eleonora Andreatta (direttrice di Raifiction) dovrebbe prevederne altri 11 per la terza. E fin qui tutto normale. A essere insolito è un aiutino da 4 milioni di euro ricevuto dallo Stato. Si parte con una delibera del Cipe (il Comitato interministeriale di programmazione economica) che il 23 dicembre 2015, all'interno degli interventi del FSC (Fondo di sviluppo e coesione), concede 11 milioni e 50 mila euro alla Regione Toscana "per il finanziamento del programma di interventi a sostegno dell'industria audiovisiva localizzata nel territorio della regione, nell'ambito del progetto Sensi contemporanei", si legge. Uno stanziamento stipulato attraverso il ministero dei Beni culturali di Dario Franceschini: 9,5 milioni per il 2016; 1,05 milioni per il 2017; 500 mila euro per il 2018. L'anomalia sta in quei 4 milioni destinati espressamente alla realizzazione de I Medici: "Per il sostegno alla produzione audiovisiva sono stanziati 5,430 milioni, di cui 4 milioni per il co-finanziamento della produzione di una fiction televisiva dedicata alla storia della famiglia Medici di Firenze", recita la delibera che porta la firma dell'allora premier, Matteo Renzi, e del sottosegretario con delega al Cipe, Luca Lotti. Tutto lecito, anche se è davvero insolito che il titolo della serie venga espressamente citato in una delibera del governo. Il Cipe, però, in questo caso non ha fatto altro che prendere atto di una richiesta del ministero seguita a una legge regionale del 30 marzo 2015. La Toscana ha chiesto di destinare quei soldi al progetto, il Mibact ha avallato la richiesta e il Cipe ha erogato i fondi: "Quando la richiesta arriva sul nostro tavolo, i giochi sono fatti, possiamo solo prenderne atto. Poi sta alla Corte dei conti rilevare eventuali irregolarità, che in questo caso non ci sono", spiegano dal Cipe. Andiamo, dunque, a Firenze. "Un ruolo rilevante dell'intero programma è riservato alla realizzazione della serie sul Rinascimento e famiglia Medici, progetto a cui la società Lux Vide sta lavorando da anni, riuscendo a farlo includere nel piano di produzione di Rai fiction con un finanziamento Rai pari a 8 milioni e 300 mila euro, ai quali si aggiungono i 4 milioni previsti dalla presente proposta", si legge nella relazione tecnica della Regione Toscana.
News tratta da "Il Fatto Quotidiano"
Le riprese sono in corso in queste settimane e la messa in onda è prevista per il prossimo autunno. Si tratta della seconda serie de I Medici, la fiction sulla signoria fiorentina la cui prima stagione, 4 serate trasmesse nel 2016 (8 episodi da 50 minuti l'uno), è stata un grande successo di pubblico. Coprodotta dalla Rai e realizzata da Lux Vide, è stata venduta in oltre cento Paesi. La serie è stata co-finanziata da Viale Mazzini con 8,3 milioni di euro nel 2014 (prima serie) e 11 milioni nel 2016 (seconda serie). Il piano 2018 di Eleonora Andreatta (direttrice di Raifiction) dovrebbe prevederne altri 11 per la terza. E fin qui tutto normale. A essere insolito è un aiutino da 4 milioni di euro ricevuto dallo Stato. Si parte con una delibera del Cipe (il Comitato interministeriale di programmazione economica) che il 23 dicembre 2015, all'interno degli interventi del FSC (Fondo di sviluppo e coesione), concede 11 milioni e 50 mila euro alla Regione Toscana "per il finanziamento del programma di interventi a sostegno dell'industria audiovisiva localizzata nel territorio della regione, nell'ambito del progetto Sensi contemporanei", si legge. Uno stanziamento stipulato attraverso il ministero dei Beni culturali di Dario Franceschini: 9,5 milioni per il 2016; 1,05 milioni per il 2017; 500 mila euro per il 2018. L'anomalia sta in quei 4 milioni destinati espressamente alla realizzazione de I Medici: "Per il sostegno alla produzione audiovisiva sono stanziati 5,430 milioni, di cui 4 milioni per il co-finanziamento della produzione di una fiction televisiva dedicata alla storia della famiglia Medici di Firenze", recita la delibera che porta la firma dell'allora premier, Matteo Renzi, e del sottosegretario con delega al Cipe, Luca Lotti. Tutto lecito, anche se è davvero insolito che il titolo della serie venga espressamente citato in una delibera del governo. Il Cipe, però, in questo caso non ha fatto altro che prendere atto di una richiesta del ministero seguita a una legge regionale del 30 marzo 2015. La Toscana ha chiesto di destinare quei soldi al progetto, il Mibact ha avallato la richiesta e il Cipe ha erogato i fondi: "Quando la richiesta arriva sul nostro tavolo, i giochi sono fatti, possiamo solo prenderne atto. Poi sta alla Corte dei conti rilevare eventuali irregolarità, che in questo caso non ci sono", spiegano dal Cipe. Andiamo, dunque, a Firenze. "Un ruolo rilevante dell'intero programma è riservato alla realizzazione della serie sul Rinascimento e famiglia Medici, progetto a cui la società Lux Vide sta lavorando da anni, riuscendo a farlo includere nel piano di produzione di Rai fiction con un finanziamento Rai pari a 8 milioni e 300 mila euro, ai quali si aggiungono i 4 milioni previsti dalla presente proposta", si legge nella relazione tecnica della Regione Toscana.
Ribadiamo, tutto regolare. Ma1'interrogativo è: perché una serie tv già finanziata in maniera considerevole dalla Rai, con oltre 30 milioni per tre stagioni, deve ricevere altri 4 milioni da Palazzo Chigi (anche se attraverso l'utilizzo di fondi regionali)? Il Cipe, infatti, non sovvenziona direttamente serie tv. L'unico caso è stato Agrodolce, la serie siciliana voluta da Giovanni Minoli, andata in onda nel 2008 e nel 2009 e poi stoppata, con la revoca di fondi pubblici per 24 milioni. Le Regioni, invece, hanno anche questa funzione ma il processo di erogazione è più complesso e avviene quasi sempre tramite bandi. Il finanziamento a I Medici, insomma, sembra un bel regalo alla Lux Vide, la società di produzione fondata dall'ex direttore generale della Rai (scomparso nel 2016) e guidata da due suoi figli, Matilde (moglie di Giovanni Minoli, ancora lui) e Luca. Peraltro nell'agosto 2015, cioè poco prima della delibera Cipe, era arrivato a Palazzo Chigi come vicesegretario generale, e proprio dal Mibact, Salvo Nastasi, rampante manager pubblico che è il marito di Giulia Minoli, figlia di Giovanni Minoli e Matilde Bernabei. Lux Vide è una delle più importanti e potenti case di produzione italiane, una di quelle che più lavora permamma Rai, per cui produce, tra gli altri, Don Matteo, Sotto copertura, Un passo dal cielo, Che Dio ci aiuti. La prima stagione de I Medici narra le vicende di Lorenzo e Cosimo de' Medici e in Italia è stata vista da oltre 7 milioni di telespettatori, con una media del 27% di share su Raiuno. Nel cast, stellare, c'è pure Dustin Hoffman. "Regione e Cipe si sono dimostrati buoni imprenditori, dando una mano a un prodotto che ha fatto conoscere la Toscana e il Rinascimento italiano nel mondo. Per avere quei soldi siamo stati sottoposti a 5 audit. I 4 milioni sono spalmati sulle tre serie, quindi 1,3 milioni a stagione", spiega l'ad Luca Bernabei. Che poi aggiunge: "Per realizzare la prima serie abbiamo recuperato 12 milioni in Italia e 12 all'estero. Abbiamo girato solo in Toscana portando un indotto considerevole e generando un aumento del turismo del 10-15%". In autunno, dunque, partirà la seconda serie. Viale Mazzini e Lux Vide sperano di confermare, o superare, il successo del 2016.
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lunedì 23 aprile 2018
L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
IL FOGLIO
I segreti e le ragioni di perché è cult "La casa di carta"
"Per la disastrosa rapina di "Prendi i soldi e scappa", Woody Allen si nasconde dietro il nasone, gli occhiali e i baffoni di Groucho Marx (va male perché il rapinatore passa al cassiere un biglietto, il cassiere legge "siete tutti sotto giro", il rapinatore insiste "sotto tiro, non giro" e non la smettono di accapigliarsi). Groucho Marx anche per i rapinatori pensionati di "Vivere alla grande" diretto da Martin Brest nel 1979 (erano stufi di stare ai giardinetti facendosi molestare dai bambini). Le maschere di quattro presidenti americani - Nixon, Reagan, Johnson, Carter - servono ai surfisti che assaltano le banche in "Point Break" di Kathryn Bigelow, anno 1991. Tute rosso-arancio e maschere di Salvador Dall con i baffi all'insù e l'occhio a palla (servirà in certe inquadrature) sono la divisa di otto rapinatori che dopo aver studiato il colpo per cinque mesi di irrompono nella zecca di stato spagnola. Sono le braccia, più o meno specializzate: dall'hacker allo scassinatore con fiamma ossidrica, ma servono anche la forza bruta e un maestro di cerimonie. La mente, chiamata il Professore, ha scelto otto persone che non avevano niente da perdere, li ha messi seduti davanti alla lavagna come scolaretti, ha imposto loro nomi di città e vietato le relazioni personali - e ora da fuori si muove come un regista alla prima con il pubblico. Fa anche altro, nella serie Netflix "La casa di carta", ma preferiamo non essere noi a svelarlo. Le maschere di Dali somigliano a quelle di Guy Fawkes, cospiratore inglese cattolico che nel 1605 tentò di far saltare in aria re Giacomo I con tutto il Parlamento. Riportato all'onore della modernità dal fumetto di Alan Moore e David Lloyd, è diventato un film di James McTeigue con il titolo "V come Vendetta" ("V per vendetta" è colpa del titolatore italiano che ha scordato le elementari). Da qui la lettura in chiave "indignados", contro la finanza internazionale, che della serie Netflix dà il Monde. I turchi vanno di paranoia: commentatori e politici vicini a Erdogan hanno visto già nel trailer messaggi - subliminali, sostengono - che incitano alla rivolta. Per i dietrologi nostrani interessati a intervenire nel dibattito senza darsi la pena di vedere la serie: a un certo punto intonano "Bella ciao". Deliri di interpretazione a parte, "La casa di carta" è un'avvincentissima serie su una rapina complicata, con presa d'ostaggi e una negoziatrice appena separata dal marito (malamente, per lui c'è un ordine restrittivo). Bottino stimato: 2 miliardi e 400 milioni di euro. Non vogliono i soldi che trovano nel caveau, li stampano al ritmo di 200 milioni al giorno - così tecnicamente non derubano nessuno. Poiché alla zecca lavorava un certo numero di impiegati, e c'era una scolaresca in visita - tra le allieve, la figlia dell'ambasciatore britannico - abbiamo abbastanza personaggi per rendere interessante la trama, scandita da continui colpi di scena. Netflix ha comprato la serie dalla rete televisiva spagnola Antena 3. la stessa che produce "Il segreto", soap opera quasi decennale in onda su Canale 5. Alvaro Morte che fa il Professore viene da quel vivaio, la bella Ursula Corberó (Tokyo) era in "Fisica o chimica". Dimostrano i miracoli che una buona idea e una buona scrittura riescono a compiere: il santo da pregare qui si chiama Alex Pina. Da una tv generalista a serie che fa scattare il passaparola su una piattaforma snob. E' bastato prendere i 15 episodi e farli diventare 22 con un'interruzione dopo le prime tredici, per far andare in crisi d'astinenza lo spettatore". (Mariarosa Mancuso)
IL FOGLIO
I segreti e le ragioni di perché è cult "La casa di carta"
"Per la disastrosa rapina di "Prendi i soldi e scappa", Woody Allen si nasconde dietro il nasone, gli occhiali e i baffoni di Groucho Marx (va male perché il rapinatore passa al cassiere un biglietto, il cassiere legge "siete tutti sotto giro", il rapinatore insiste "sotto tiro, non giro" e non la smettono di accapigliarsi). Groucho Marx anche per i rapinatori pensionati di "Vivere alla grande" diretto da Martin Brest nel 1979 (erano stufi di stare ai giardinetti facendosi molestare dai bambini). Le maschere di quattro presidenti americani - Nixon, Reagan, Johnson, Carter - servono ai surfisti che assaltano le banche in "Point Break" di Kathryn Bigelow, anno 1991. Tute rosso-arancio e maschere di Salvador Dall con i baffi all'insù e l'occhio a palla (servirà in certe inquadrature) sono la divisa di otto rapinatori che dopo aver studiato il colpo per cinque mesi di irrompono nella zecca di stato spagnola. Sono le braccia, più o meno specializzate: dall'hacker allo scassinatore con fiamma ossidrica, ma servono anche la forza bruta e un maestro di cerimonie. La mente, chiamata il Professore, ha scelto otto persone che non avevano niente da perdere, li ha messi seduti davanti alla lavagna come scolaretti, ha imposto loro nomi di città e vietato le relazioni personali - e ora da fuori si muove come un regista alla prima con il pubblico. Fa anche altro, nella serie Netflix "La casa di carta", ma preferiamo non essere noi a svelarlo. Le maschere di Dali somigliano a quelle di Guy Fawkes, cospiratore inglese cattolico che nel 1605 tentò di far saltare in aria re Giacomo I con tutto il Parlamento. Riportato all'onore della modernità dal fumetto di Alan Moore e David Lloyd, è diventato un film di James McTeigue con il titolo "V come Vendetta" ("V per vendetta" è colpa del titolatore italiano che ha scordato le elementari). Da qui la lettura in chiave "indignados", contro la finanza internazionale, che della serie Netflix dà il Monde. I turchi vanno di paranoia: commentatori e politici vicini a Erdogan hanno visto già nel trailer messaggi - subliminali, sostengono - che incitano alla rivolta. Per i dietrologi nostrani interessati a intervenire nel dibattito senza darsi la pena di vedere la serie: a un certo punto intonano "Bella ciao". Deliri di interpretazione a parte, "La casa di carta" è un'avvincentissima serie su una rapina complicata, con presa d'ostaggi e una negoziatrice appena separata dal marito (malamente, per lui c'è un ordine restrittivo). Bottino stimato: 2 miliardi e 400 milioni di euro. Non vogliono i soldi che trovano nel caveau, li stampano al ritmo di 200 milioni al giorno - così tecnicamente non derubano nessuno. Poiché alla zecca lavorava un certo numero di impiegati, e c'era una scolaresca in visita - tra le allieve, la figlia dell'ambasciatore britannico - abbiamo abbastanza personaggi per rendere interessante la trama, scandita da continui colpi di scena. Netflix ha comprato la serie dalla rete televisiva spagnola Antena 3. la stessa che produce "Il segreto", soap opera quasi decennale in onda su Canale 5. Alvaro Morte che fa il Professore viene da quel vivaio, la bella Ursula Corberó (Tokyo) era in "Fisica o chimica". Dimostrano i miracoli che una buona idea e una buona scrittura riescono a compiere: il santo da pregare qui si chiama Alex Pina. Da una tv generalista a serie che fa scattare il passaparola su una piattaforma snob. E' bastato prendere i 15 episodi e farli diventare 22 con un'interruzione dopo le prime tredici, per far andare in crisi d'astinenza lo spettatore". (Mariarosa Mancuso)
domenica 22 aprile 2018
sabato 21 aprile 2018
NEWS - Ultima ora! Allison Mack di "Smallville" arrestata per aver fatto parte della setta sessuale di Keith Raniere e aver sottomesso donne allo stato di schiavitù
Allison Mack has been arrested for her role in alleged sex slave cult Nxivm. The 35-year-old Smallville actress will appear in Brooklyn federal court on Friday (April 20), Page Six reports.
She was last seen chasing after the cult’s leader Keith Raniere when police officers located him at the villa in Mexico where they had been hiding. Keith, who reportedly blackmailed women into becoming slaves and branded his initials into them, was taken into custody for sex trafficking and forced labor and brought back to the U.S. last month. Allison was recruited to Nxivm by her Smallville co-star Kristin Kreuk. Kristin ended up leaving, but Allison allegedly became Keith‘s second-in-command. According to Keith’s criminal complaint, Allison was his direct “slave” and had a sexual relationship with him, and she also acted as a “master” to other slaves. She allegedly ordered the slaves to have sex with Keith and to pose naked for photos.
Leggi anche QUI altri dettagli sulla setta.
venerdì 20 aprile 2018
NEWS - Netflix, l'ultimo trimestre è da record! Ricavi aumentati del 40% nonostante il flusso di cassa negativo e gli investimenti futuri di 8 miliardi di dollari in produzioni originali
Articolo tratto da "Italia Oggi"
Al momento il modello Netflix non solo regge ma pigia anche sull'acceleratore: il primo trimestre si chiude con risultati complessivamente oltre le previsioni del mercato. I ricavi aumentano del 40% sui 3,7 miliardi di dollari (pari a 3 miliardi di euro), spinti dalla crescita degli utenti e dal ritocco all'insù dei prezzi degli abbonamenti a fine 2017. In tutto il servizio streaming di tv on demand guidato da Reed Hastings ha attirato 7,4 milioni di nuovi utenti (+43% anno su anno), mentre 6,35 milioni erano quelli attesi. Precisamente dei 7,42 milioni 1,96 milioni arrivano dal mercato domestico degli Stati Uniti, i restanti 5,46 milioni da tutti gli altri mercati. Le precedenti proiezioni si fermavano sugli 1,45 milioni negli Usa, sui 4,9 milioni all'estero. Quindi la crescita oltre le previsioni è stata confermata su entrambi i fronti, nonostante i rialzi delle tariffe che portano il business a stelle e strisce a valere 1,82 miliardi di dollari (1,5 miliardi di euro) con un prezzo medio intorno agli 11 dollari (8,9 euro) e il giro d'affari nel resto del mondo (Italia compresa) a quota 1,78 miliardi (1,4 miliardi di euro) un'offerta sui 7,3 euro (nella Penisola a partire da 8 euro). Scendendo infine lungo il conto economico al 31 marzo scorso, Netflix è riuscita a migliorare il risultato operativo che è salito sui 446,6 milioni di dollari (361,5 milioni di euro) dai precedenti 257 milioni (208 milioni di euro). L'utile netto supera le attese (282 mln di dollari) e oltrepassa la soglia dei 290 milioni di dollari (quasi 235 milioni di euro), rispetto ai 178,2 milioni al 31 marzo 2017 (oltre 144 milioni di euro). Di contro, il free cash flow (flusso di cassa) è negativo per 286,5 milioni di euro (231,9 milioni di euro), era negativo per 2 miliardi di dollari (1,6 miliardi di euro) già a fine 2017 e si stima sarà pari a -3/-4 miliardi nel 2019 (-2,4/-3,2 miliardi di euro). Infatti i debiti a lungo termine hanno superato i 6,5 miliardi di dollari, pari a meno di 3,4 miliardi di dollari un anno prima (rispettivamente 5,3 e 2,7 con miliardi di euro). Eppure gli analisti non sembrano preoccupati dal fatto che il servizio streaming non riesca a finanziarsi con la vendita dei propri film e serie tv. Anzi, come ammesso dalla stessa Netflix, le attese sono per un flusso di cassa che rimarrà negativo ancora «per molti anni». In parallelo, ha ancora ampi margini di crescita sul fronte dei sottoscrittori (fino a 300 milioni globali prima che il mercato sia saturo dagli attuali 125 mln, stando ad alcuni studi di mercato). E anche sul fronte dei prezzi ci sono margini di rialzo. A conferma, ieri, il titolo è salito fino al +7,9% dopo la pubblicazione dei risultati nel primo trimestre. Hastings sa bene, però, che per aumentare i prezzi e non perdere pubblico occorre investire sul valore percepito dai sottoscrittori. Ecco perché ha deciso di spendere oltre 8 miliardi di dollari (6,5 miliardi di euro) in produzioni originali, di cui una quota crescente per i nonanglofoni e in particolare per gli ispanici. Altrettanto sta ingaggiando i principali sceneggiatori, tra cui Shonda Rhimes (Grey's Anatomy) e Ryan Murphy (Nip/Tuck e American Crime Story). Importanti saranno poi gli investimenti in tecnologia per migliorare la visione dei film. Per quanto riguarda i nuovi utenti, infine, Netflix non li andrà a prendere da sola o solo grazie a partnership con nuovi alleati come Sky, ma persino attraverso alleanze con i suoi ex competitor diretti come Comcast (con T Mobile e Altice le intese sono già state formalizzate). Così facendo possono essere al rialzo pure le previsioni per il secondo trimestre 2018: fatturato da 4 miliardi di dollari, 6,2 milioni di nuovi utenti (1,2 mln Usa + 5 mln mondiali) e un utile da 358 milioni di dollari. Un'ultima battuta Hastings la riserva agli organizzatori del Festival di Cannes, che hanno varato nuove regole per cui i fim non possono uscire prima online e poi nei cinema. Semplice la risposta di Netflix: «ci dispiace, promuoveremo le nostre produzioni in altri festival».
Articolo tratto da "Italia Oggi"
Al momento il modello Netflix non solo regge ma pigia anche sull'acceleratore: il primo trimestre si chiude con risultati complessivamente oltre le previsioni del mercato. I ricavi aumentano del 40% sui 3,7 miliardi di dollari (pari a 3 miliardi di euro), spinti dalla crescita degli utenti e dal ritocco all'insù dei prezzi degli abbonamenti a fine 2017. In tutto il servizio streaming di tv on demand guidato da Reed Hastings ha attirato 7,4 milioni di nuovi utenti (+43% anno su anno), mentre 6,35 milioni erano quelli attesi. Precisamente dei 7,42 milioni 1,96 milioni arrivano dal mercato domestico degli Stati Uniti, i restanti 5,46 milioni da tutti gli altri mercati. Le precedenti proiezioni si fermavano sugli 1,45 milioni negli Usa, sui 4,9 milioni all'estero. Quindi la crescita oltre le previsioni è stata confermata su entrambi i fronti, nonostante i rialzi delle tariffe che portano il business a stelle e strisce a valere 1,82 miliardi di dollari (1,5 miliardi di euro) con un prezzo medio intorno agli 11 dollari (8,9 euro) e il giro d'affari nel resto del mondo (Italia compresa) a quota 1,78 miliardi (1,4 miliardi di euro) un'offerta sui 7,3 euro (nella Penisola a partire da 8 euro). Scendendo infine lungo il conto economico al 31 marzo scorso, Netflix è riuscita a migliorare il risultato operativo che è salito sui 446,6 milioni di dollari (361,5 milioni di euro) dai precedenti 257 milioni (208 milioni di euro). L'utile netto supera le attese (282 mln di dollari) e oltrepassa la soglia dei 290 milioni di dollari (quasi 235 milioni di euro), rispetto ai 178,2 milioni al 31 marzo 2017 (oltre 144 milioni di euro). Di contro, il free cash flow (flusso di cassa) è negativo per 286,5 milioni di euro (231,9 milioni di euro), era negativo per 2 miliardi di dollari (1,6 miliardi di euro) già a fine 2017 e si stima sarà pari a -3/-4 miliardi nel 2019 (-2,4/-3,2 miliardi di euro). Infatti i debiti a lungo termine hanno superato i 6,5 miliardi di dollari, pari a meno di 3,4 miliardi di dollari un anno prima (rispettivamente 5,3 e 2,7 con miliardi di euro). Eppure gli analisti non sembrano preoccupati dal fatto che il servizio streaming non riesca a finanziarsi con la vendita dei propri film e serie tv. Anzi, come ammesso dalla stessa Netflix, le attese sono per un flusso di cassa che rimarrà negativo ancora «per molti anni». In parallelo, ha ancora ampi margini di crescita sul fronte dei sottoscrittori (fino a 300 milioni globali prima che il mercato sia saturo dagli attuali 125 mln, stando ad alcuni studi di mercato). E anche sul fronte dei prezzi ci sono margini di rialzo. A conferma, ieri, il titolo è salito fino al +7,9% dopo la pubblicazione dei risultati nel primo trimestre. Hastings sa bene, però, che per aumentare i prezzi e non perdere pubblico occorre investire sul valore percepito dai sottoscrittori. Ecco perché ha deciso di spendere oltre 8 miliardi di dollari (6,5 miliardi di euro) in produzioni originali, di cui una quota crescente per i nonanglofoni e in particolare per gli ispanici. Altrettanto sta ingaggiando i principali sceneggiatori, tra cui Shonda Rhimes (Grey's Anatomy) e Ryan Murphy (Nip/Tuck e American Crime Story). Importanti saranno poi gli investimenti in tecnologia per migliorare la visione dei film. Per quanto riguarda i nuovi utenti, infine, Netflix non li andrà a prendere da sola o solo grazie a partnership con nuovi alleati come Sky, ma persino attraverso alleanze con i suoi ex competitor diretti come Comcast (con T Mobile e Altice le intese sono già state formalizzate). Così facendo possono essere al rialzo pure le previsioni per il secondo trimestre 2018: fatturato da 4 miliardi di dollari, 6,2 milioni di nuovi utenti (1,2 mln Usa + 5 mln mondiali) e un utile da 358 milioni di dollari. Un'ultima battuta Hastings la riserva agli organizzatori del Festival di Cannes, che hanno varato nuove regole per cui i fim non possono uscire prima online e poi nei cinema. Semplice la risposta di Netflix: «ci dispiace, promuoveremo le nostre produzioni in altri festival».
giovedì 19 aprile 2018
ANTEPRIMA - Patrick Dempsey sarà nel cast del ritorno de #LaDottoressaGiò con Barbara D'Urso. Inizio riprese a luglio.
— AccademiaTelefilm (@AcademyTelefilm) 19 aprile 2018
PREVIEW - @PatrickDempsey will be on the comeback of Italian tv series #LaDottoressaGiò with @carmelitadurso. First shooting on July. pic.twitter.com/dmY0sbneHt
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