domenica 28 aprile 2019
PICCOLO GRANDE SCHERMO - Da Robot a (Ro)Bond: Rami Malek arruolato nel 25esimo film della saga di 007!
News tratta da "EOnline"
Bond 25 has officially kicked off production! On Thursday morning, the cast of the highly-anticipated James Bond film was revealed. Joining Daniel Craig in the upcoming film will be Rami Malek, Billy Magnussen, Ana De Armas, David Dencik, Lashana Lynch and Dali Benssalah. Additionally, Ralph Fiennes, Rory Kinnear, Ben Whishaw, Naomie Harris, Léa Seydouxand Jeffrey Wright are returning for the new film, directed by Cary Joji Fukunaga. The cast reveal took place during a livestream event from Jamaica, where part of the movie is set to be filmed. Malek, who will play the villain in Bond 25, joined the event via a video message as he was unable to make it to Jamaica for the launch. "I'm stuck here in New York in production, but I'm very much looking forward to joining the whole cast and crew so very soon," the Oscar winner, who is filming Mr. Robot, said in the message. "And I promise you all I will be making sure Mr. Bond does not have an easy ride of it in this, his 25th outing."
News tratta da "EOnline"
Bond 25 has officially kicked off production! On Thursday morning, the cast of the highly-anticipated James Bond film was revealed. Joining Daniel Craig in the upcoming film will be Rami Malek, Billy Magnussen, Ana De Armas, David Dencik, Lashana Lynch and Dali Benssalah. Additionally, Ralph Fiennes, Rory Kinnear, Ben Whishaw, Naomie Harris, Léa Seydouxand Jeffrey Wright are returning for the new film, directed by Cary Joji Fukunaga. The cast reveal took place during a livestream event from Jamaica, where part of the movie is set to be filmed. Malek, who will play the villain in Bond 25, joined the event via a video message as he was unable to make it to Jamaica for the launch. "I'm stuck here in New York in production, but I'm very much looking forward to joining the whole cast and crew so very soon," the Oscar winner, who is filming Mr. Robot, said in the message. "And I promise you all I will be making sure Mr. Bond does not have an easy ride of it in this, his 25th outing."
giovedì 25 aprile 2019
L'EDICOLA DI LOU - Stralci e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
CORRIERE DELLA SERA
"Game of Thrones", grandioso racconto allegorico sul potere
"Se non fosse che il mezzo di trasporto è inusuale, un drago, si potrebbe pensare a una fuga romantica tra Jon Snow e Daenerys Targaryen, come due fidanzatini. Se non fosse che a Grande Inverno siamo alla vigilia di una grande e decisiva battaglia fra i Sette Regni e gli Estranei, guidati dal Re della Notte, vivremmo come una soap le preoccupazione della Madre dei Draghi nei confronti dell'ostilità di Sansa. A tua sorella non piaccio» dice Daenerys a Jon e fortuna che i suoceri sono già stati tolti di mezzo. II primo episodio dell'ottava e ultima stagione di Games of Thrones è una sorta di reunion, un grande gioco di sguardi (per l'occasione è cambiata la sigla d'apertura). La grande barriera è aperta e le terre che circondano Grande Inverno sono ora un enorme accampamento: ogni giorno continuano ad arrivare alleati, carri, armi (Sky Atlantic, lunedì, ore 21,15). Così, tutti i protagonisti si ritrovano per fare fronte comune e assistere, quasi coralmente, all'unico vero colpo di scena: Sam svela a Jon la verità, cioè che lui è il figlio di Lyanna Mormont e Rhaegar Targaryen, cosa che fa di lui il legittimo erede al trono. Cosa farà l'ex Re del Nord? Lo dirà a Daenerys, di cui è palesemente innamorato? O sceglierà di tenere per sé questo segreto, per non rischiare di perdere l'alleata più preziosa e potente che ha? Come ogni saga che si rispetti, anche quella tratta dai libri di George RR Martin si disperde nei mille rivoli delle linee narrative ed eccita la fantasia allegorica, una vera ghiottoneria per i cacciatori di metafore. Games of Thrones è un grandioso racconto sul potere, capace di costruire un mondo complesso, ambiguo ma, nello stesso tempo, coerente, in cui tutti i sentimenti e i valori sono così estremi perché spesso vissuti come primordiali. Dietro la finzione del fantasy è come se le emozioni si depurassero per tornare a una loro scaturigine". (Aldo Grasso)
CORRIERE DELLA SERA
"Game of Thrones", grandioso racconto allegorico sul potere
"Se non fosse che il mezzo di trasporto è inusuale, un drago, si potrebbe pensare a una fuga romantica tra Jon Snow e Daenerys Targaryen, come due fidanzatini. Se non fosse che a Grande Inverno siamo alla vigilia di una grande e decisiva battaglia fra i Sette Regni e gli Estranei, guidati dal Re della Notte, vivremmo come una soap le preoccupazione della Madre dei Draghi nei confronti dell'ostilità di Sansa. A tua sorella non piaccio» dice Daenerys a Jon e fortuna che i suoceri sono già stati tolti di mezzo. II primo episodio dell'ottava e ultima stagione di Games of Thrones è una sorta di reunion, un grande gioco di sguardi (per l'occasione è cambiata la sigla d'apertura). La grande barriera è aperta e le terre che circondano Grande Inverno sono ora un enorme accampamento: ogni giorno continuano ad arrivare alleati, carri, armi (Sky Atlantic, lunedì, ore 21,15). Così, tutti i protagonisti si ritrovano per fare fronte comune e assistere, quasi coralmente, all'unico vero colpo di scena: Sam svela a Jon la verità, cioè che lui è il figlio di Lyanna Mormont e Rhaegar Targaryen, cosa che fa di lui il legittimo erede al trono. Cosa farà l'ex Re del Nord? Lo dirà a Daenerys, di cui è palesemente innamorato? O sceglierà di tenere per sé questo segreto, per non rischiare di perdere l'alleata più preziosa e potente che ha? Come ogni saga che si rispetti, anche quella tratta dai libri di George RR Martin si disperde nei mille rivoli delle linee narrative ed eccita la fantasia allegorica, una vera ghiottoneria per i cacciatori di metafore. Games of Thrones è un grandioso racconto sul potere, capace di costruire un mondo complesso, ambiguo ma, nello stesso tempo, coerente, in cui tutti i sentimenti e i valori sono così estremi perché spesso vissuti come primordiali. Dietro la finzione del fantasy è come se le emozioni si depurassero per tornare a una loro scaturigine". (Aldo Grasso)
martedì 23 aprile 2019
NEWS - Clamoroso al Cibali! "Better Call Saul" finirà con la sesta stagione!
News tratta da "Deadline"
Giancarlo Esposito, who plays Gus Fring on AMC’s Better Call Saul, suggests an end may be in sight for the Breaking Bad prequel series,. But it’s a ways away. “It’s tricky with [co-creator Vince Gilligan],” Esposito told Collider. “If you look at the Breaking Bad model, he said five years, five seasons, but it was really five and six” with the split final season. As for Better Call Saul, “There will be six seasons,” Esposito said. “It seems like that’s the way, the comfortable way, to end this show.” AMC had no comment on Esposito’s remarks when reached by Deadline. The Breaking Bad prequel series from Vince Gilligan and Peter Gould is currently in production on Season 5. Better Call Saul garnered more than a dozen Emmy noms for its first two seasons, including Outstanding Drama Series both years along with acting mentions for star Bob Odenkirk and fellow Breaking Bad alum Jonathan Banks, who plays the don’t-mess-with-this-guy fixer/muscle Mike Ehrmantraut. ‘Better Call Saul’ Adds Tony Dalton As Series Regular For Season 5 expected on 2020.
News tratta da "Deadline"
Giancarlo Esposito, who plays Gus Fring on AMC’s Better Call Saul, suggests an end may be in sight for the Breaking Bad prequel series,. But it’s a ways away. “It’s tricky with [co-creator Vince Gilligan],” Esposito told Collider. “If you look at the Breaking Bad model, he said five years, five seasons, but it was really five and six” with the split final season. As for Better Call Saul, “There will be six seasons,” Esposito said. “It seems like that’s the way, the comfortable way, to end this show.” AMC had no comment on Esposito’s remarks when reached by Deadline. The Breaking Bad prequel series from Vince Gilligan and Peter Gould is currently in production on Season 5. Better Call Saul garnered more than a dozen Emmy noms for its first two seasons, including Outstanding Drama Series both years along with acting mentions for star Bob Odenkirk and fellow Breaking Bad alum Jonathan Banks, who plays the don’t-mess-with-this-guy fixer/muscle Mike Ehrmantraut. ‘Better Call Saul’ Adds Tony Dalton As Series Regular For Season 5 expected on 2020.domenica 21 aprile 2019
venerdì 19 aprile 2019
L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
IL FOGLIO
L'importanza di Bernadette in "Game of Thrones"
"La donna che sussurrava a Jamie Lannister. L'attore Nikolaj Koster-Waldau era sull'orlo di una crisi di nervi, sul set di "Game of Thrones". Problemi personali, subito disinnescati da Bernadette Caulfied, produttrice esecutiva della serie (sì, ha lo stesso cognome del giovane Holden di Salinger, ma non sono parenti; il leggendario adolescente già odiava Hollywood, figuriamoci cosa penserebbe di Hbo). "La persona migliore che poteva capitarci", hanno scritto in una mail gli showrunner David Benioff e DB. Weiss. Il cast non è da meno, a cominciare dalla regina dei draghi Daenerys Targaryen — saldamente nel nostro cuore dalla prima notte di nozze con il Khan Drogo, quando insegnò al fascinoso bruto un po' di kamasutra. "Produttore esecutivo" non è un mestiere che fa sognare, in un paese di artisti e di aspiranti registi, già la sceneggiatura da noi viene considerata poco o nulla. Ma in un'impresa titanica come "Game of Thrones" — l'ultima stagione ha fatto il record di spettatori, negli Stati Uniti e in Italia dove va in onda su Sky Atlantic — è chi rende possibili le cose, trasportandole dalla pagina allo schermo. George R. R. Martin, che ha scritto la saga "Cronache del ghiaccio e del fuoco" all'origine della serie, non ha questi problemi. Scrive "draghi volanti sputafuoco" con la stessa facilità con cui l'abbiamo scritto noi, e lo stesso vale per i combattimenti con gli orsi, o per le scene di massa. Bernadette Caulflied deve trovare l'orso, convincere l'attrice a recitare con lui, far disegnare i dragoni (che non sono mica tutti uguali, qui sono particolarmente eleganti, si capiva dalle uova), ordinarne la costruzione nel reparto effetti speciali o inserirli in post produzione, dopo che la scena è stata girata con un segnaposto per il drago feroce. Deve organizzare fino a cinque unità di regia, al lavoro in Spagna, in Croazia, in Islanda sotto la tempesta di ghiaccio. Deve organizzare migliaia di comparse. Deve sussurrare all'orecchio degli attori, magari alle tre del mattino, dopo mesi di lavoro al freddo della notte: "Ci sarebbe da discutere la prossima battuta in lingua dothraki". Lo racconta Emilia Clarke al New York Times, che in vista dell'evento — oltre al solito riassunto delle puntata precedenti, alla guida per chi ha smarrito la trama, alle scommesse su chi alla fine conquisterà il Trono di Spade — dedica un ritratto "alla più grande produttrice vivente". Chi ha visto il primo episodio dell'ultima stagione sa già che almeno una delle ipotesi è caduta sotto il peso di una rivelazione. E sa cosa mangiano i draghi. Mangiano quel che vogliono, ma al momento stanno un po' a stecchetto. Sta per arrivare il momento in cui bisognerà scegliere tra un drago pasciuto e un esercito numeroso. Però volano, e Jon Snow ne approfitta per una romantica cavalcata, aggrappato alle scaglie. Per il titolo "serie che ha cambiato la storia della tv" gareggiano molte concorrenti. Di sicuro, dalla prima puntata di "Game of Thrones" (era il 2011) la storia della televisione è cambiata per conto suo, non solo per l'eccelsa qualità di certi prodotti. "House of Cards" di Beau Williamson (con Kevin Spacey, ne hanno cancellato anche la memoria) arriva su Netflix nel 2013 e butta all'aria la scansione settimanale — con il carico di ragionamenti e interpretazioni che avevano fatto la fortuna di "Lost". L'ottava stagione di "Game of Thrones" potrebbe essere l'ultimo appuntamento collettivo. Vale la pena di godersela, prima di tornare a chiudersi nella bolla dell'algoritmo". (Mariarosa Mancuso)
IL FOGLIO
L'importanza di Bernadette in "Game of Thrones"
"La donna che sussurrava a Jamie Lannister. L'attore Nikolaj Koster-Waldau era sull'orlo di una crisi di nervi, sul set di "Game of Thrones". Problemi personali, subito disinnescati da Bernadette Caulfied, produttrice esecutiva della serie (sì, ha lo stesso cognome del giovane Holden di Salinger, ma non sono parenti; il leggendario adolescente già odiava Hollywood, figuriamoci cosa penserebbe di Hbo). "La persona migliore che poteva capitarci", hanno scritto in una mail gli showrunner David Benioff e DB. Weiss. Il cast non è da meno, a cominciare dalla regina dei draghi Daenerys Targaryen — saldamente nel nostro cuore dalla prima notte di nozze con il Khan Drogo, quando insegnò al fascinoso bruto un po' di kamasutra. "Produttore esecutivo" non è un mestiere che fa sognare, in un paese di artisti e di aspiranti registi, già la sceneggiatura da noi viene considerata poco o nulla. Ma in un'impresa titanica come "Game of Thrones" — l'ultima stagione ha fatto il record di spettatori, negli Stati Uniti e in Italia dove va in onda su Sky Atlantic — è chi rende possibili le cose, trasportandole dalla pagina allo schermo. George R. R. Martin, che ha scritto la saga "Cronache del ghiaccio e del fuoco" all'origine della serie, non ha questi problemi. Scrive "draghi volanti sputafuoco" con la stessa facilità con cui l'abbiamo scritto noi, e lo stesso vale per i combattimenti con gli orsi, o per le scene di massa. Bernadette Caulflied deve trovare l'orso, convincere l'attrice a recitare con lui, far disegnare i dragoni (che non sono mica tutti uguali, qui sono particolarmente eleganti, si capiva dalle uova), ordinarne la costruzione nel reparto effetti speciali o inserirli in post produzione, dopo che la scena è stata girata con un segnaposto per il drago feroce. Deve organizzare fino a cinque unità di regia, al lavoro in Spagna, in Croazia, in Islanda sotto la tempesta di ghiaccio. Deve organizzare migliaia di comparse. Deve sussurrare all'orecchio degli attori, magari alle tre del mattino, dopo mesi di lavoro al freddo della notte: "Ci sarebbe da discutere la prossima battuta in lingua dothraki". Lo racconta Emilia Clarke al New York Times, che in vista dell'evento — oltre al solito riassunto delle puntata precedenti, alla guida per chi ha smarrito la trama, alle scommesse su chi alla fine conquisterà il Trono di Spade — dedica un ritratto "alla più grande produttrice vivente". Chi ha visto il primo episodio dell'ultima stagione sa già che almeno una delle ipotesi è caduta sotto il peso di una rivelazione. E sa cosa mangiano i draghi. Mangiano quel che vogliono, ma al momento stanno un po' a stecchetto. Sta per arrivare il momento in cui bisognerà scegliere tra un drago pasciuto e un esercito numeroso. Però volano, e Jon Snow ne approfitta per una romantica cavalcata, aggrappato alle scaglie. Per il titolo "serie che ha cambiato la storia della tv" gareggiano molte concorrenti. Di sicuro, dalla prima puntata di "Game of Thrones" (era il 2011) la storia della televisione è cambiata per conto suo, non solo per l'eccelsa qualità di certi prodotti. "House of Cards" di Beau Williamson (con Kevin Spacey, ne hanno cancellato anche la memoria) arriva su Netflix nel 2013 e butta all'aria la scansione settimanale — con il carico di ragionamenti e interpretazioni che avevano fatto la fortuna di "Lost". L'ottava stagione di "Game of Thrones" potrebbe essere l'ultimo appuntamento collettivo. Vale la pena di godersela, prima di tornare a chiudersi nella bolla dell'algoritmo". (Mariarosa Mancuso)
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giovedì 18 aprile 2019
L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
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martedì 16 aprile 2019
NEWS - Netflix, missione Italia! La società americana investe 200 milioni di euro per i prossimi 3 anni in produzioni made in Italy (ma Moccia anche no, dai...). Al momento però solo la soprannaturale "Curon" è originale e non "tratta da"
News tratta da "Italia Oggi"
Duecento milioni di euro per le produzioni italiane nei prossimi tre anni: è l'investimento deciso da Netflix, il gigante del video streaming on demand, che in questo modo moltiplicherà i contenuti made in Italy e destinati anche al resto del mondo grazie alla propria piattaforma. La società guidata da Reed Hastings ha iniziato a produrre in Italia nel 2015, con Suburra, serie originale realizzata insieme con Cattleya e Rai Fiction di cui è stata annunciata la terza stagione, poi si sono succedute altre produzioni e diverse sono in lavorazione attualmente. Lo scorso anno, ha fatto sapere Netfiix, quasi 50 mila persone, contando cast e altro personale, hanno lavorato su produzioni originali e co-produzioni Netflix in Europa, e di queste circa 9 mila in Italia. «La comunità creativa italiana è molto ammirata in tutto il mondo per la qualità delle sue storie e per le sue capacità produttive», ha commentato Kelly Luegenbiehl, vice president of International Originals per Europa, Medio Oriente ed Africa. «E stato emozionante vedere show italiani e realizzati in Italia come Suburra - La Serie e Baby e film come Sulla mia pelle, raggiungere una platea globale. Questo investimento ci consentirà di realizzare un numero maggiore di produzioni qui in Italia, che ci auguriamo il pubblico globale apprezzerà, e ci consentirà anche di supportare in modo più ampio la comunità creativa italiana». Oltre alle produzioni, infatti, dovrebbero esserci altre iniziative che saranno dettagliate in seguito dal momento che Netflix è già in contatto con le associazioni del settore. Per Francesco Rutelli, presidente dell'Anice., «investimenti duraturi e in partnership con produttori originari italiani, sia per film che serie tv, porteranno effetti positivi nel nostro paese», mentre Giancarlo Leone, presidente dell'Apa (Associazione produttori audiovisivi), ha parlato di un annuncio «di grande importanza per l'intero settore dell'audiovisivo italiano». «Siamo certi», ha aggiunto Leone, «che i rafforzati rapporti tra i produttori indipendenti nazionali e Netflix contribuiranno ad una presenza sempre più significativa del servizio in Italia e ad una vetrina di successo internazionale per le produzioni italiane nel mondo, oltre che ad una ulteriore crescita dell'intera filiera creativa nel mercato globale». La notizia dell'investimento arriva poche ore prima del rilascio dei dati del primo trimestre, che dovrebbero vedere gli abbonati a livello globale arrivare a quota 150 milioni. Le stime della società parlavano di ulteriori 9 milioni di abbonati paganti attesi nei tre mesi, oltre a 8 milioni nel primo mese di test gratuito. La maggior parte dei nuovi abbonati, 1'80% circa, arriva dai mercati internazionali dove Netflix sta appunto investendo parecchio in termini di contenuti. Fra le ultime serie, per esempio, ci sono produzioni turche, polacche e del bacino mediorientale, per non parlare dell'hub produttivo aperto in Spagna. L'investimento in contenuti originali europei è stato di 1 miliardo di dollari lo scorso anno. Fra i progetti già annunciati o in lavorazione per quest'anno in Italia ci sono Luna Nera (Fandango), Curon (Indiana Productions); l'adattamento di Tre metri sopra il cielo di Moccia (Cattleya) e quello di Winx Club, oltre all'acquisizione dei diritti audiovisivi del libro Fedeltà di Marco Missiroli.
News tratta da "Italia Oggi"
Duecento milioni di euro per le produzioni italiane nei prossimi tre anni: è l'investimento deciso da Netflix, il gigante del video streaming on demand, che in questo modo moltiplicherà i contenuti made in Italy e destinati anche al resto del mondo grazie alla propria piattaforma. La società guidata da Reed Hastings ha iniziato a produrre in Italia nel 2015, con Suburra, serie originale realizzata insieme con Cattleya e Rai Fiction di cui è stata annunciata la terza stagione, poi si sono succedute altre produzioni e diverse sono in lavorazione attualmente. Lo scorso anno, ha fatto sapere Netfiix, quasi 50 mila persone, contando cast e altro personale, hanno lavorato su produzioni originali e co-produzioni Netflix in Europa, e di queste circa 9 mila in Italia. «La comunità creativa italiana è molto ammirata in tutto il mondo per la qualità delle sue storie e per le sue capacità produttive», ha commentato Kelly Luegenbiehl, vice president of International Originals per Europa, Medio Oriente ed Africa. «E stato emozionante vedere show italiani e realizzati in Italia come Suburra - La Serie e Baby e film come Sulla mia pelle, raggiungere una platea globale. Questo investimento ci consentirà di realizzare un numero maggiore di produzioni qui in Italia, che ci auguriamo il pubblico globale apprezzerà, e ci consentirà anche di supportare in modo più ampio la comunità creativa italiana». Oltre alle produzioni, infatti, dovrebbero esserci altre iniziative che saranno dettagliate in seguito dal momento che Netflix è già in contatto con le associazioni del settore. Per Francesco Rutelli, presidente dell'Anice., «investimenti duraturi e in partnership con produttori originari italiani, sia per film che serie tv, porteranno effetti positivi nel nostro paese», mentre Giancarlo Leone, presidente dell'Apa (Associazione produttori audiovisivi), ha parlato di un annuncio «di grande importanza per l'intero settore dell'audiovisivo italiano». «Siamo certi», ha aggiunto Leone, «che i rafforzati rapporti tra i produttori indipendenti nazionali e Netflix contribuiranno ad una presenza sempre più significativa del servizio in Italia e ad una vetrina di successo internazionale per le produzioni italiane nel mondo, oltre che ad una ulteriore crescita dell'intera filiera creativa nel mercato globale». La notizia dell'investimento arriva poche ore prima del rilascio dei dati del primo trimestre, che dovrebbero vedere gli abbonati a livello globale arrivare a quota 150 milioni. Le stime della società parlavano di ulteriori 9 milioni di abbonati paganti attesi nei tre mesi, oltre a 8 milioni nel primo mese di test gratuito. La maggior parte dei nuovi abbonati, 1'80% circa, arriva dai mercati internazionali dove Netflix sta appunto investendo parecchio in termini di contenuti. Fra le ultime serie, per esempio, ci sono produzioni turche, polacche e del bacino mediorientale, per non parlare dell'hub produttivo aperto in Spagna. L'investimento in contenuti originali europei è stato di 1 miliardo di dollari lo scorso anno. Fra i progetti già annunciati o in lavorazione per quest'anno in Italia ci sono Luna Nera (Fandango), Curon (Indiana Productions); l'adattamento di Tre metri sopra il cielo di Moccia (Cattleya) e quello di Winx Club, oltre all'acquisizione dei diritti audiovisivi del libro Fedeltà di Marco Missiroli.
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lunedì 15 aprile 2019
L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
AVVENIRE
"This Is Us" esempio riuscito di (buona) famiglia
"Cè una serie televisiva che ha coinvolto e commosso gli Stati Uniti e che da qualche tempo sta mettendo insieme molti appassionati anche da noi. C'è chi la segue su Fox Life, chi su Sky Go e chi sulla piattaforma on demand di Amazon. S'intitola This is us (letteralmente "Questi siamo noi"), è ideata da Dan Fogelman e racconta le vicende della famiglia Pearson tra figli naturali e adottati, bianchi e neri, sviluppandola su più livelli temporali. Si va dagli anni Ottanta, da dove la storia prende avvio, ai giorni nostri. I protagonisti sono una coppia di genitori e i loro tre figli. Storie diverse, con alcuni punti in comune, destinate tutte a intrecciarsi, mentre la continua altalena tra presente e passato, oltre a permettere qualche colpo di scena, favorisce l'analisi psicologica dei per In molti casi la televisione mette in ombra o in cattiva luce la famiglia tradizionale, ma non mancano le eccezioni interessanti sonaggi mettendo in evidenza i rapporti interpersonali, soprattutto tra figli e genitori, ma anche le insoddisfazioni peri sogni non realizzati o la ricerca di un cambiamento.
AVVENIRE
"This Is Us" esempio riuscito di (buona) famiglia
"Cè una serie televisiva che ha coinvolto e commosso gli Stati Uniti e che da qualche tempo sta mettendo insieme molti appassionati anche da noi. C'è chi la segue su Fox Life, chi su Sky Go e chi sulla piattaforma on demand di Amazon. S'intitola This is us (letteralmente "Questi siamo noi"), è ideata da Dan Fogelman e racconta le vicende della famiglia Pearson tra figli naturali e adottati, bianchi e neri, sviluppandola su più livelli temporali. Si va dagli anni Ottanta, da dove la storia prende avvio, ai giorni nostri. I protagonisti sono una coppia di genitori e i loro tre figli. Storie diverse, con alcuni punti in comune, destinate tutte a intrecciarsi, mentre la continua altalena tra presente e passato, oltre a permettere qualche colpo di scena, favorisce l'analisi psicologica dei per In molti casi la televisione mette in ombra o in cattiva luce la famiglia tradizionale, ma non mancano le eccezioni interessanti sonaggi mettendo in evidenza i rapporti interpersonali, soprattutto tra figli e genitori, ma anche le insoddisfazioni peri sogni non realizzati o la ricerca di un cambiamento.
o sfasamento temporale permette anche di aggiungere ogni volta dei tasselli che chiariscono le ragioni delle nuove dinamiche e dei nuovi equilibri che si sono venuti a creare nel corso degli anni. In altre parole, i momenti cruciali, le svolte e le scelte che hanno dato una direzione alla vita dei protagonisti in un verso anziché in un altro. Se poi sia stato giusto o sbagliato lo si valuta sulla lunga distanza pronti a rimediare. This is us è una serie realizzata con buona tecnica e intreccio coinvolgente, che ha il pregio di raccontare l'essere umano nel contesto della famiglia attraverso il matrimonio, il rapporto tra padri e figli o tra fratelli, la malattia e persino la morte. Lo fa senza sconti, raccontando la complessità della vita, con molto realismo, ma anche con molta umanità. Da una parte si può accusare un genitore di avere spezzato il sogno di un figlio. Dall'altra il figlio ammette che deve al genitore la propria forza. Nel frattempo tutti imparano a condividere gioie, perdono, coraggio e speranza, felicità e amore, guidati come nella vita reale da emozioni e sentimenti.
Evero che la tv tende a semplificare, ari durre al minimo comune denominatore i problemi, pur ingigantendoli o riducendoli a seconda delle necessità. E vero anche che non c'è in questa serie come in altre un riferimento esplicito alla trascendenza o a una morale più stringente e non mancano nemmeno elementi discutibili, ma almeno c'è la ricerca delle proprie radici, la fedeltà, l'apertura alla vita, la condivisione.Valori che se anche presentati in modo laico possono creare un humus positivo per una riflessione che può andare ben oltre la contingenza di una serie tv. Non va sottovalutato nemmeno lo spaccato sulla società americana che in qualche modo scorre sullo sfondo accennando a temi importanti come l'integrazione, i diritti civili, le ripercussioni interne delle guerre combattute fuori dai propri confini, le questioni etiche, quelle morali e quelle politiche.
Pur con tutti i limiti di una fiction televisiva, va dato atto a This is us di essere una delle non molte serie che affrontano senza particolari distorsioni il tema della famiglia. E non è un caso che negli Stati Uniti vada in onda sulla Nbc che già aveva trasmesso Parenthood dalla quale è stata esplicitamente tratta la nostra Tutto può succedere, altro caso di family drama innovativo, con una buona scrittura e un buon ritmo, che racconta le vicende di quattro fratelli (due maschi e due femmine), con i loro coniugi (in due casi), i loro figli (in tutti e quattro i casi) e i loro genitori, puntando sulla solidarietà familiare e il tentativo di dialogo tra le generazioni, ma anche sull'accettazione della gravidanza e della maternità. Anche in Tutto può succedere come in This is us è già tanto che si parta da famiglie con tre o più figli di fronte a una realtà come quella italiana in cui la media è di uno o poco più. Per cui se è vero che in molti casi la televisione a livello di fiction mette in ombra o addirittura in cattiva luce la famiglia cosiddetta (ingiustamente) tradizionale a beneficio di ben altre aggregazioni, è altrettanto vero che non mancano le eccezioni, senza andare a scomodare La famiglia Bradford della serie cult della fine degli anni Settanta e inizio Ottanta E sufficiente aggiungere, ancora come esempio, I Durrell - La mia famiglia e altri animali, al momento in onda su LaEffe. Una storia che inizia nel 1935, quando Louisa Durrell improvvisamente si trasferisce insieme ai suoi quattro figli da Bournemouth, in Inghilterra, a Corfu, in Grecia. Suo marito, Lawrence, è morto da alcuni anni e la famiglia sta attraversando un periodo difficile dal punto di vista economica Nell'isola greca, dove l'elettricità è ancora un lusso, ma la vita è molto meno costosa, i cinque trovano una nuova dimensione, mentre il piccolo di famiglia, Gerry, scopre l'amore per gli animali, che osserva nelle sue spedizioni e spesso decide di portare a casa con rocambolesche conseguenze. L'interessante della serie è l'analisi dei personaggi umani studiati quasi al pari degli animali (in senso positivo, ovviamente). A volte gli autori lo fanno con molta ironia, inventandosi anche qualche piccola perfidia da affidare alle parole e all'azione dei propri protagonisti. Non sono soltanto memorie, né soltanto osservazioni naturalistiche, bensì la storia di un paradiso terrestre e di un ragazzo che vi scorrazza instancabile, curioso di scoprire la vita, passando anche attraverso avventure, tensioni e turbamenti, ma sempre in un clima di sostanziale serenità. Una serie che descrive con l'occhio del bambino e al tempo stesso dello scienziato una famiglia disordinata e rissosa, ma felice, pronta a tutto pur di rimanere unita i sono anche le cosiddette sitcom che affrontano spesso il tema della famiglia con storie di padri, madri e figli a confronto, la maggior parte delle quali arriva dagli Stati Uniti. Tra le migliori, sempre per fare degli esempi, c'è senz'altro Speechless, che con ironica leggerezza e senza pietismi tratta anche il tema della disabilità. La serie segue le vicende della famiglia DiMeo: padre, madre e tre figli di cui il maggiore affetto da paralisi cerebrale infantile. Accettabile anche The Middle, che narra di una famiglia composita, nel carattere e non solo. Si potrebbe definire una famiglia ad altezza variabile: il padre altissimo, la madre piccoletta, un figlio quasi nano e gli altri due nella media. Anche il fisico, al pari dell'arredamento e dei colori della casa, ha un senso nel caotico gruppo familiare le cui vicende sono narrate dal punto di vista della mamma. Quella di The Middle è una comicità surreale non proprio nelle nostre corde, e il doppiaggio non aiuta, ma lo stile è sostanzialmente garbato, la famiglia gioca pur sempre un ruolo positivo e qualche sorriso, se non proprio una risata, ci scappa. Insomma, la famiglia sarà anche in crisi, ma perla tv resta una grande fonte di ispirazione: ci pesca a piene mani e a volte con buoni risultati".
Evero che la tv tende a semplificare, ari durre al minimo comune denominatore i problemi, pur ingigantendoli o riducendoli a seconda delle necessità. E vero anche che non c'è in questa serie come in altre un riferimento esplicito alla trascendenza o a una morale più stringente e non mancano nemmeno elementi discutibili, ma almeno c'è la ricerca delle proprie radici, la fedeltà, l'apertura alla vita, la condivisione.Valori che se anche presentati in modo laico possono creare un humus positivo per una riflessione che può andare ben oltre la contingenza di una serie tv. Non va sottovalutato nemmeno lo spaccato sulla società americana che in qualche modo scorre sullo sfondo accennando a temi importanti come l'integrazione, i diritti civili, le ripercussioni interne delle guerre combattute fuori dai propri confini, le questioni etiche, quelle morali e quelle politiche.
Pur con tutti i limiti di una fiction televisiva, va dato atto a This is us di essere una delle non molte serie che affrontano senza particolari distorsioni il tema della famiglia. E non è un caso che negli Stati Uniti vada in onda sulla Nbc che già aveva trasmesso Parenthood dalla quale è stata esplicitamente tratta la nostra Tutto può succedere, altro caso di family drama innovativo, con una buona scrittura e un buon ritmo, che racconta le vicende di quattro fratelli (due maschi e due femmine), con i loro coniugi (in due casi), i loro figli (in tutti e quattro i casi) e i loro genitori, puntando sulla solidarietà familiare e il tentativo di dialogo tra le generazioni, ma anche sull'accettazione della gravidanza e della maternità. Anche in Tutto può succedere come in This is us è già tanto che si parta da famiglie con tre o più figli di fronte a una realtà come quella italiana in cui la media è di uno o poco più. Per cui se è vero che in molti casi la televisione a livello di fiction mette in ombra o addirittura in cattiva luce la famiglia cosiddetta (ingiustamente) tradizionale a beneficio di ben altre aggregazioni, è altrettanto vero che non mancano le eccezioni, senza andare a scomodare La famiglia Bradford della serie cult della fine degli anni Settanta e inizio Ottanta E sufficiente aggiungere, ancora come esempio, I Durrell - La mia famiglia e altri animali, al momento in onda su LaEffe. Una storia che inizia nel 1935, quando Louisa Durrell improvvisamente si trasferisce insieme ai suoi quattro figli da Bournemouth, in Inghilterra, a Corfu, in Grecia. Suo marito, Lawrence, è morto da alcuni anni e la famiglia sta attraversando un periodo difficile dal punto di vista economica Nell'isola greca, dove l'elettricità è ancora un lusso, ma la vita è molto meno costosa, i cinque trovano una nuova dimensione, mentre il piccolo di famiglia, Gerry, scopre l'amore per gli animali, che osserva nelle sue spedizioni e spesso decide di portare a casa con rocambolesche conseguenze. L'interessante della serie è l'analisi dei personaggi umani studiati quasi al pari degli animali (in senso positivo, ovviamente). A volte gli autori lo fanno con molta ironia, inventandosi anche qualche piccola perfidia da affidare alle parole e all'azione dei propri protagonisti. Non sono soltanto memorie, né soltanto osservazioni naturalistiche, bensì la storia di un paradiso terrestre e di un ragazzo che vi scorrazza instancabile, curioso di scoprire la vita, passando anche attraverso avventure, tensioni e turbamenti, ma sempre in un clima di sostanziale serenità. Una serie che descrive con l'occhio del bambino e al tempo stesso dello scienziato una famiglia disordinata e rissosa, ma felice, pronta a tutto pur di rimanere unita i sono anche le cosiddette sitcom che affrontano spesso il tema della famiglia con storie di padri, madri e figli a confronto, la maggior parte delle quali arriva dagli Stati Uniti. Tra le migliori, sempre per fare degli esempi, c'è senz'altro Speechless, che con ironica leggerezza e senza pietismi tratta anche il tema della disabilità. La serie segue le vicende della famiglia DiMeo: padre, madre e tre figli di cui il maggiore affetto da paralisi cerebrale infantile. Accettabile anche The Middle, che narra di una famiglia composita, nel carattere e non solo. Si potrebbe definire una famiglia ad altezza variabile: il padre altissimo, la madre piccoletta, un figlio quasi nano e gli altri due nella media. Anche il fisico, al pari dell'arredamento e dei colori della casa, ha un senso nel caotico gruppo familiare le cui vicende sono narrate dal punto di vista della mamma. Quella di The Middle è una comicità surreale non proprio nelle nostre corde, e il doppiaggio non aiuta, ma lo stile è sostanzialmente garbato, la famiglia gioca pur sempre un ruolo positivo e qualche sorriso, se non proprio una risata, ci scappa. Insomma, la famiglia sarà anche in crisi, ma perla tv resta una grande fonte di ispirazione: ci pesca a piene mani e a volte con buoni risultati".
domenica 14 aprile 2019
venerdì 12 aprile 2019
GOSSIP - Mad(den) Man! Dopo "GOT" tocca diventare...super-eroi!
Richard Madden gets down and dirty on the cover of Interview Magazine‘s Spring 2019 issue.
Richard Madden gets down and dirty on the cover of Interview Magazine‘s Spring 2019 issue.
The 32-year-old actor, who stars in the movie Rocketman, chatted with the film’s subject Elton John for his interview. Here’s what he shared:
On moving to Los Angeles: “I’ve been rather disinterested in living in L.A. for most of my career, but I’ve recently spent a lot more time here. It suits me more, it’s a much more proactive place. I can be lazier in London than I can be in L.A.”
On where he wants to be in five years: “I have no idea. I want to be happy. I want to be settled, calmer than I have been in my twenties. I want to be in a solid place where I can keep trying to get better at what I’m doing.”
On baring his soul on stage: “Nothing is more terrifying to me than standing up in front of a room of ten people. I was presenting at an awards ceremony the other week, physically shaking onstage, so much that I was sweating. But I can get naked onstage in front of 2,000 people as another character and it’s not an issue.”
On possibly playing a superhero: “You learn different skills from doing different things. Slam me in a bunch of Lycra and ask me to be a superhero, okay. Let’s work out how to do that and be honest within it.”
mercoledì 10 aprile 2019
L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
IL FOGLIO
Occhio a "Fosse/Verdon", biografia di coppia sulla grande Broadway che non c'è più
"Bob Fosse lo conosciamo, per "Cabaret", per "Lenny" e per "All That Jazz - Lo spettacolo comincia": l'autobiografia con l'angelo della morte che aspetta il suo tributo, dopo un infarto. Gwen Verdon la conosciamo meno. Prima che cominci la litania "grandi uomini arrampicati sulle spalle di una grande donna" va chiarito che lavorava a Broadway, che fu lei la prima Roxie - l'assassina in cerca di celebrità -nel musical teatrale "Chicago". Bob Fosse lo aveva costruito sulla bravura di Gwen Verdon, come "Sweet Charity", molto liberamente tratto da "Le notti di Cabiria" di Federico Fellini. Per agevolare il delicato passaggio da Broadway a Hollywood, i produttori pretesero un'attrice e ballerina conosciuta da chi andava al cinema. La parte della "ragazza che voleva essere amata", (come suggerisce il titolo italiano del film, toccò a Shirley MacLaine. E non fu un gran successo. Speriamo che la miniserie "Fosse/Verdon" (8 episodi, dal 18 aprile su Fox Life, con pochi giorni di ritardo rispetto all'uscita americana su FX) non insista sulle amanti di lui - non c'era ballerina che gli sfuggisse - e sulle sofferenze di lei, che continuò a far coppia nelle coreografie anche quando non stavano più insieme. In tempi di #Metoo non si è mai abbastanza diffidenti. E il filone "artisti vampiri, compagne che si fanno mordere sul collo" era già stato ampiamente sfruttato. Speriamo, perché la storia da raccontare ripercorre gli anni d'oro di Broadway, dove succedevano cose più interessanti dei tradimenti (le corna succedono in tutti i luoghi di lavoro, anche tra le scrivanie). Lin-Manuel Miranda di "Hamilton" sarà il produttore esecutivo, da uno che ha saputo scrivere un musical sulla Costituzione americana e il padre fondatore che sta sul biglietto di dieci dollari aspettiamo grandi cose. Ci aspettiamo grandi cose anche da Sam Rockwell e Michelle Williams, gli attori scelti nei ruoli di Bob Fosse e Gwen Verdon. Con uso di tip tap, certo, mischiato con la danza moderna e il jazz. Segni particolari: le ginocchia a spigolo, e quel lavorio di mani che si riconosce all'istante. Gli attori americani sanno far tutto e non temono di apparire calvi. Bob Fosse si era fatto notare nel film "Kiss me Kate" (le musiche erano di Cole Porter) tratto da "La bisbetica domata" di Shakespeare. I bisticci tra Caterina e Petruccio erano raddoppiati nella trama dai litigi tra gli attori, coniugi rissosamente divorziati, mentre due gangster venuti a riscuotere un debito di gioco pretendevano un posticino sul palco (per cantare "Brush up Your Shakespeare", a quel tempo anche il recupero crediti frequentava scuole decenti). Ma appunto era calvo, aveva più possibilità dietro le quinte, come coreografo (8 Tony Award) e regista (un altro Tony Award). Gwen Verdon era già una star, quando incontrò il coreografo: fu lei a intercedere per una seconda possibilità cinematografica, dopo l'insuccesso della prima. Il film era "Cabaret", fruttò a Bob Fosse il successo e la bellezza di otto Oscar (la Palma d'oro a Cannes arriverà per "All That Jazz", a pari merito con Akira Kurosawa per "Rashomon", presidente di giuria era Kirk Douglas, cose che succedevano nel 1980). E siamo al secondo grande rischio che la miniserie ha scelto di correre: trovare due attori in grado di rendere giustizia a Liza Minnelli e al maestro di cerimonie Joel Grey. Bob Fosse ballò il tip tap al funerale dell'amico sceneggiatore Paddy Chayefsky, glielo aveva promesso e mantenne la parola. Son queste le scene che aspettiamo: le corna e le ripicche coniugali gira e rigira sono sempre le stesse". (Mariarosa Mancuso)
IL FOGLIO
Occhio a "Fosse/Verdon", biografia di coppia sulla grande Broadway che non c'è più
"Bob Fosse lo conosciamo, per "Cabaret", per "Lenny" e per "All That Jazz - Lo spettacolo comincia": l'autobiografia con l'angelo della morte che aspetta il suo tributo, dopo un infarto. Gwen Verdon la conosciamo meno. Prima che cominci la litania "grandi uomini arrampicati sulle spalle di una grande donna" va chiarito che lavorava a Broadway, che fu lei la prima Roxie - l'assassina in cerca di celebrità -nel musical teatrale "Chicago". Bob Fosse lo aveva costruito sulla bravura di Gwen Verdon, come "Sweet Charity", molto liberamente tratto da "Le notti di Cabiria" di Federico Fellini. Per agevolare il delicato passaggio da Broadway a Hollywood, i produttori pretesero un'attrice e ballerina conosciuta da chi andava al cinema. La parte della "ragazza che voleva essere amata", (come suggerisce il titolo italiano del film, toccò a Shirley MacLaine. E non fu un gran successo. Speriamo che la miniserie "Fosse/Verdon" (8 episodi, dal 18 aprile su Fox Life, con pochi giorni di ritardo rispetto all'uscita americana su FX) non insista sulle amanti di lui - non c'era ballerina che gli sfuggisse - e sulle sofferenze di lei, che continuò a far coppia nelle coreografie anche quando non stavano più insieme. In tempi di #Metoo non si è mai abbastanza diffidenti. E il filone "artisti vampiri, compagne che si fanno mordere sul collo" era già stato ampiamente sfruttato. Speriamo, perché la storia da raccontare ripercorre gli anni d'oro di Broadway, dove succedevano cose più interessanti dei tradimenti (le corna succedono in tutti i luoghi di lavoro, anche tra le scrivanie). Lin-Manuel Miranda di "Hamilton" sarà il produttore esecutivo, da uno che ha saputo scrivere un musical sulla Costituzione americana e il padre fondatore che sta sul biglietto di dieci dollari aspettiamo grandi cose. Ci aspettiamo grandi cose anche da Sam Rockwell e Michelle Williams, gli attori scelti nei ruoli di Bob Fosse e Gwen Verdon. Con uso di tip tap, certo, mischiato con la danza moderna e il jazz. Segni particolari: le ginocchia a spigolo, e quel lavorio di mani che si riconosce all'istante. Gli attori americani sanno far tutto e non temono di apparire calvi. Bob Fosse si era fatto notare nel film "Kiss me Kate" (le musiche erano di Cole Porter) tratto da "La bisbetica domata" di Shakespeare. I bisticci tra Caterina e Petruccio erano raddoppiati nella trama dai litigi tra gli attori, coniugi rissosamente divorziati, mentre due gangster venuti a riscuotere un debito di gioco pretendevano un posticino sul palco (per cantare "Brush up Your Shakespeare", a quel tempo anche il recupero crediti frequentava scuole decenti). Ma appunto era calvo, aveva più possibilità dietro le quinte, come coreografo (8 Tony Award) e regista (un altro Tony Award). Gwen Verdon era già una star, quando incontrò il coreografo: fu lei a intercedere per una seconda possibilità cinematografica, dopo l'insuccesso della prima. Il film era "Cabaret", fruttò a Bob Fosse il successo e la bellezza di otto Oscar (la Palma d'oro a Cannes arriverà per "All That Jazz", a pari merito con Akira Kurosawa per "Rashomon", presidente di giuria era Kirk Douglas, cose che succedevano nel 1980). E siamo al secondo grande rischio che la miniserie ha scelto di correre: trovare due attori in grado di rendere giustizia a Liza Minnelli e al maestro di cerimonie Joel Grey. Bob Fosse ballò il tip tap al funerale dell'amico sceneggiatore Paddy Chayefsky, glielo aveva promesso e mantenne la parola. Son queste le scene che aspettiamo: le corna e le ripicche coniugali gira e rigira sono sempre le stesse". (Mariarosa Mancuso)
martedì 9 aprile 2019
lunedì 8 aprile 2019
NEWS - Clamoroso al Cibali! "Better Call Saul" non tornerà prima del 2020...E sul link con i personaggi di "Breaking Bad" e il film...
News tratta da "Uproxx"
When we last left Better Call Saul, Jimmy McGill — who never quite got over his brother’s death, or the shadow of his brother that hung over him — had fully transformed into Saul Goodman. We haven’t got a ton of details about where Better Call Saul will be headed in season five, though it appears that Saul will explore the relationship between Kim and Jimmy now that Jimmy is Saul. Unfortunately, fans of the series are going to have to wait for a while before the next season of Better Call Saul arrives on AMC. During an earnings call with AMC this week, we learned that the Breaking Bad spin-off will not be returning in 2019. The head of AMC, Sarah Barnett, would not offer anything else about the series, except that talent concerns drove the decision, and that Saul is closer to the end than it is the beginning. The move actually makes sense. The series has taken longer in the last two seasons than the first two seasons (seasons one and two began in February, while season 3 began in April and season 4 in August). We’re it to follow a similar schedule, it would premiere in October, which is when The Walking Dead typically debuts, so it’s probably best to hold it until either the interim between the two halves of The Walking Dead or April 2020, when The Walking Dead is wrapping up its tenth season. It also makes sense because Peter Gould and Vince Gillian typically take at least a full six months to write the season before shooting even begins, and Saul may take more finessing, particularly if it needs to work in conjunction with the Breaking Bad movie, which is expected to center on Aaron Paul’s character in a post-Breaking Bad world. That might also entail crossing paths with Gene, the future incarnation of Saul Goodman, who currently lives in Nebraska. As Better Call Saul approaches the Breaking Bad timeline, there’s also a higher degree of difficulty where it concerns the writing (and possibly more scheduling conflicts, should additional Breaking Bad characters need to be added to the mix). In either case, it’s going to be a long wait for season 5 of Better Call Saul, but if there’s one thing we know from past seasons, it’s that it will be worth it. In the meantime, Killing Eve, which will now air on both BBC America and AMC, may satiate the fix for those looking for a smart, sophisticated drama.
News tratta da "Uproxx"
When we last left Better Call Saul, Jimmy McGill — who never quite got over his brother’s death, or the shadow of his brother that hung over him — had fully transformed into Saul Goodman. We haven’t got a ton of details about where Better Call Saul will be headed in season five, though it appears that Saul will explore the relationship between Kim and Jimmy now that Jimmy is Saul. Unfortunately, fans of the series are going to have to wait for a while before the next season of Better Call Saul arrives on AMC. During an earnings call with AMC this week, we learned that the Breaking Bad spin-off will not be returning in 2019. The head of AMC, Sarah Barnett, would not offer anything else about the series, except that talent concerns drove the decision, and that Saul is closer to the end than it is the beginning. The move actually makes sense. The series has taken longer in the last two seasons than the first two seasons (seasons one and two began in February, while season 3 began in April and season 4 in August). We’re it to follow a similar schedule, it would premiere in October, which is when The Walking Dead typically debuts, so it’s probably best to hold it until either the interim between the two halves of The Walking Dead or April 2020, when The Walking Dead is wrapping up its tenth season. It also makes sense because Peter Gould and Vince Gillian typically take at least a full six months to write the season before shooting even begins, and Saul may take more finessing, particularly if it needs to work in conjunction with the Breaking Bad movie, which is expected to center on Aaron Paul’s character in a post-Breaking Bad world. That might also entail crossing paths with Gene, the future incarnation of Saul Goodman, who currently lives in Nebraska. As Better Call Saul approaches the Breaking Bad timeline, there’s also a higher degree of difficulty where it concerns the writing (and possibly more scheduling conflicts, should additional Breaking Bad characters need to be added to the mix). In either case, it’s going to be a long wait for season 5 of Better Call Saul, but if there’s one thing we know from past seasons, it’s that it will be worth it. In the meantime, Killing Eve, which will now air on both BBC America and AMC, may satiate the fix for those looking for a smart, sophisticated drama.
domenica 7 aprile 2019
SGUARDO FETISH - Kit Harington fa il travesta al "Saturday Night Live"! E "le" riesce bene...
Kit Harington shows off his six pack abs while doing a striptease for a sketch on his episode of Saturday Night Live on Saturday (April 6) in New York City. The 32-year-old Game of Thrones actor played a man who crashed his fiancee’s bachelorette party to do a burlesque striptease dance for the bridal party. Kate McKinnon played a woman who taught Kit the art of burlesque and she sat in the corner with a cigarette while watching the dance. At the end of the sketch, we found out that Melissa Villasenor‘s character, who was praising Kit‘s body, was actually his sister! Make sure to watch the opening monologue, featuring surprise appearances from Game of Thrones cast members!
Kit Harington shows off his six pack abs while doing a striptease for a sketch on his episode of Saturday Night Live on Saturday (April 6) in New York City. The 32-year-old Game of Thrones actor played a man who crashed his fiancee’s bachelorette party to do a burlesque striptease dance for the bridal party. Kate McKinnon played a woman who taught Kit the art of burlesque and she sat in the corner with a cigarette while watching the dance. At the end of the sketch, we found out that Melissa Villasenor‘s character, who was praising Kit‘s body, was actually his sister! Make sure to watch the opening monologue, featuring surprise appearances from Game of Thrones cast members!
He's so naughty. 🌹 #SNL pic.twitter.com/2BCCt65opu— Saturday Night Live - SNL (@nbcsnl) 7 aprile 2019
sabato 6 aprile 2019
mercoledì 3 aprile 2019
L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
CORRIERE DELLA SERA
Dempsey salva l'ambiziosa "La verità sul caso Harry Quebert"
"La verità sul caso Harry Quebert, serie americana diretta da Jean-Jacques Annaud, è un'operazione ambiziosa che riesce nell'intento di serializzare un romanzo di successo, dove espedienti letterari piuttosto tradizionali (lo scrittore di fama in crisi e la sindrome della pagina bianca, il legame intellettuale tra generazioni, i segreti amorosi e sessuali) si fondono in un thriller mai scontato (Sky Atlantic). Tratta dall'omonimo romanzo di Joel Dicker (un'opera monumentale da 800 pagine e tre milioni di copie vendute), la serie è un adattamento fedele tanto da non rinunciare alla voce fuori campo, quella del giovane scrittore Marcus Goldman, che aiuta a dipanarsi in una trama e in una sovrapposizione temporale non sempre lineari e accessibili. La vicenda ruota attorno allo scrittore Harry Quebert (Patrick Dempsey) ritirato nella sua casa di Sommerdale, nel Maine, e incrocia diversi livelli; l'incontro con Nola Kellergan, una quindicenne del posto, il legame d'amicizia con Goldman, suo ex brillante studente, l'improvvisa accelerazione di eventi drammatici. La verità sul caso Harry Quebert si apre trasportando lo spettatore in un'oscillazione continua tra il Maine del 1975, anno dell'incontro casuale tra Quebert e Nola (un nome che rimanda forse alla Lolita di Nabokov?) e la New York del 2008, dove Marcus Goldman, in crisi d'ispirazione, decide di affidarsi al suo vecchio maestro. Si trasferisce così nella residenza di Quebert, dove scopre il segreto dell'antica relazione dello scrittore con Nola e dove poco dopo vengono ritrovati i resti della giovane. In un'altalena continua tra battute rapide e non proprio riuscite («ho imparato che della gente non ti puoi mai fidare») e rallentamenti in cui le carte si dispiegano poco per volta, la serie riesce grazie soprattutto alla bravura di Dempsey a sopperire a cambi di ritmo spesso forzati e contrastanti". (Aldo Grasso)
CORRIERE DELLA SERA
Dempsey salva l'ambiziosa "La verità sul caso Harry Quebert"
"La verità sul caso Harry Quebert, serie americana diretta da Jean-Jacques Annaud, è un'operazione ambiziosa che riesce nell'intento di serializzare un romanzo di successo, dove espedienti letterari piuttosto tradizionali (lo scrittore di fama in crisi e la sindrome della pagina bianca, il legame intellettuale tra generazioni, i segreti amorosi e sessuali) si fondono in un thriller mai scontato (Sky Atlantic). Tratta dall'omonimo romanzo di Joel Dicker (un'opera monumentale da 800 pagine e tre milioni di copie vendute), la serie è un adattamento fedele tanto da non rinunciare alla voce fuori campo, quella del giovane scrittore Marcus Goldman, che aiuta a dipanarsi in una trama e in una sovrapposizione temporale non sempre lineari e accessibili. La vicenda ruota attorno allo scrittore Harry Quebert (Patrick Dempsey) ritirato nella sua casa di Sommerdale, nel Maine, e incrocia diversi livelli; l'incontro con Nola Kellergan, una quindicenne del posto, il legame d'amicizia con Goldman, suo ex brillante studente, l'improvvisa accelerazione di eventi drammatici. La verità sul caso Harry Quebert si apre trasportando lo spettatore in un'oscillazione continua tra il Maine del 1975, anno dell'incontro casuale tra Quebert e Nola (un nome che rimanda forse alla Lolita di Nabokov?) e la New York del 2008, dove Marcus Goldman, in crisi d'ispirazione, decide di affidarsi al suo vecchio maestro. Si trasferisce così nella residenza di Quebert, dove scopre il segreto dell'antica relazione dello scrittore con Nola e dove poco dopo vengono ritrovati i resti della giovane. In un'altalena continua tra battute rapide e non proprio riuscite («ho imparato che della gente non ti puoi mai fidare») e rallentamenti in cui le carte si dispiegano poco per volta, la serie riesce grazie soprattutto alla bravura di Dempsey a sopperire a cambi di ritmo spesso forzati e contrastanti". (Aldo Grasso)
martedì 2 aprile 2019
GOSSIP - Su "Rolling Stone" Sophie Turner e Maisie Williams di "GOT" together forever...
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