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lunedì 28 agosto 2017

NEWS - Tutti contro Netflix! Oltre a Apple e Amazon, all'attacco anche Facebook, Google e Snapchat. Con un rischio: "troppe serie tv disorientano"...

Articolo tratto da "Il Fatto Quotidiano"
"Chiederselo con le parole del Wall Street Journal: Netflix potrà sopravvivere al nuovo mondo che ha creato? La risposta: dipende da come uscirà dalla guerra dello streaming che rischia di polverizzare il mercato e cambiarne i connotati. Apple, la società che fabbrica gli iPhone, ha annunciato di essere pronta a investire un miliardo di dollari per produrre contenuti televisivi da vendere sulla sua piattaforma di streaming: serie televisive "di alto livello", almeno una decina, con costi tra i 2 milioni di dollari (comedy) e i 5 milioni (drama) a puntata. L'azienda di Cupertino entra nel mercato dell'intrattenimento e sfida, seppur con un budget minore (ne12013, anno della sua fondazione, Netflix aveva investito almeno il doppio), i big dello streaming tv. Amazon inclusa.
L'annuncio arriva dopo una lunga serie di colpetti assestati all'azienda di Hastings e Sarandos per provare a toglierle l'egemonia: a inizio agosto, la Disney ha annunciato che dal 2019 si staccherà da Netflix. Una rottura che dovrebbe riguardare solo il mercato americano e che non dovrebbe modificare gli accordi extra Usa né la collaborazione con la Marvel Tv, divisione della Walt Disney Company specializzata nelle serie ispirate ai fumetti. L'accordo con la Disney risale al 2012. Ora, la società di Topolino vuole mettersi in proprio e distribuire da sola i contenuti dopo l'acquisizione dell'azienda specializzata in tecnologia di streaming, BAMTech. Per correre ai ripari, Netflix ha acquisito la casa di fumetti Millaworld. Sempre agosto, sempre annunci. Stavolta tocca a Facebook. Il social network di Mark Zuckerberg, che conta su una platea di quasi due miliardi di utenti (leggi 'potenziali spettatori'), conferma le voci diffuse da qualche settimana: il lancio di Watch, una piattaforma per gli show che dovrebbe attrarre produttori di contenuti ed editori. Anche qui episodi, anche in questo caso la possibilità pergli utenti di personalizzare la propria scelta e i programmi cuciti sui loro gusti grazie ai big data. Non è chiaro se si tratterà di un servizio a pagamento, ma di sicuro risponde all'obiettivo del social network di diventare Internet', di trattenere gli utenti sulle proprie pagine. E poi, YouTubeTv, il servizio di Google con 40 canali in abbonamento (partito in c inque c ittà americane), gl i investimenti di Amazon, il debutto di Snapchat nella produzione di una serie tv e in pillole di informazione. Insomma, c'è un cambiamento: gli investimenti non sono più sulla tecnologia video - che pur, a parità di offerta, diventerà una discriminante - ma sulla produzione. "Le piattaforme di video in streaming erano destinate a mettere la scelta nelle mani dello spettatore - scrive Marc C Scott, docente di nuovi media per la Victoria University australiana -. Gli spettatori avrebbero potuto guardare il contenuto che volevano, quando volevano. Ma la crescente frammentazione del mercato on demand rischia di confonderli più di prima". A fine 2016, si annunciavano 500 sceneggiature per il 2017, il doppio rispetto al 2010. E si spendono oltre 26 miliardi per produrre i contenuti. L'analisi di Scott conferma le previsioni degli esperti: l'offerta diventerà eccessiva. Troppe serie tv, troppi servizi, spesa enorme.
Il concetto è questo: gli abbonamenti sono accessibili (in media tra i 10 e i 15 euro al mese) ma per accedere ai contenuti originali prodotti dalle diverse aziende bisognerà sottoscriverne più di uno. "Potremmo arrivare - si chiede Scott a un punto in cui i servizi di sottoscrizione in bundle o aggregati diventeranno una scelta più fattibile?". Intanto, Netflix prova a non perdere la partita. Si parla di un debito di 20 miliardi di dollari ma, ha spiegato l'azienda a La Stampa, si dividerebbe in debito effettivo e in obbligazionisui contenuti. "Il vero debito - spiegano a Gian Maria Tammaro - è di circa 4,8 miliardi di dollari. Le obbligazioni, a circa 15 miliardi". E servono per le licenze. "Più produciamo, più persone si abbonano", dicono. Solo che ora iniziano a farlo anche gli altri".

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